• sabato , 17 novembre 2018

Disordinati pensieri di fine estate

Di Rita Bortone

 

Ho smesso, questa estate, di fare in spiaggia chiacchiere da salotto (da ombrellone) con signore che esprimevano sorridenti compiacimenti per l’“ordine” portato dal governo e per le notizie che la politica nazionale ci regalava quasi ogni giorno.

Ho smesso di fare chiacchiere perché mi arrabbiavo troppo. Anzi no, m’indignavo, mi sconcertavo, mi disperavo.

Ho deciso insomma, in questa strana estate dai climi sconvolgenti (meteorologico, politico, culturale) che alla mia età posso permettermi il lusso di mandare al diavolo il bon ton e di smettere di frequentare chi è troppo distante da me, dai miei valori, dai miei ideali, e si nutre elegantemente e allegramente di quella che io considero la moderna dilagante barbarie, pericolosa per il Paese e per l’umanità civile.

Ho cambiato orari, abitudini, frequentazioni, questa estate, perché le pance son venute fuori, allo scoperto, nella loro sconcezza, e non solo perché messe in mostra dai bikini.

Ho comprato i vestiti e i parei trascinati per la spiaggia dalle donne “di colore”, anche se non mi servivano affatto. Dicevo a me stessa che era per solidarietà, ma forse era anche per provocazione verso chi mi osservava.

 

Ho letto, questa estate, tre libri per intero e altri a metà o addirittura solo l’indice. L’ultimo giallo di Vargas, Il morso della reclusa, non mi è piaciuto affatto, ma non ha senso che ve ne parli. Mi sono piaciuti moltissimo invece due libri (che infatti ho regalato ad altri, persone a me care), che ora giacciono nel caos delle mie carte sottolineati, chiosati, pieni di riferimenti, di appunti, insomma quello che faccio di solito sui libri che mi stimolano molto.

Uno è Giustizia e mito, di Marta Cartabia e Luciano Violante, pace per la coscienza in un momento in cui le nostre anime sono strapazzate dagli eventi quotidiani. Pace per la coscienza perché ho vissuto quel libro come un inno all’equilibrio, all’umanità, alla ragionevolezza, alla giustizia, non quella amministrata, ma quella avvertita dall’uomo nel dramma della sua ricerca esistenziale. Pace per la coscienza perché la mia memoria semantica, distratta dai minima immoralia della quotidianità, mi ha restituito le figure e i drammi di Antigone, di Edipo, di Creonte, ma con la possibilità di guardarli con occhi adulti, di comprenderli, di avvertirne la universalità e la umanità che l’adolescente o il giovane può solo intuire, non avvertire.

A quale insegnante, mi domandavo, affiderei il compito di far leggere questo libro ai ragazzi? Insegnante di lettere? Di diritto? Di filosofia? Non è forse in questo libro il “nuovo umanesimo” proposto dai documenti nazionali? Non è in queste letture la promozione dello sguardo molteplice e della percezione di parzialità d’ogni verità? L’antidoto alla barbarie ed alla disumanità, all’ignoranza, al settarismo, all’odio verso l’altro? Ma quanti insegnanti l’avranno letto?

 

L’altro è La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, di Tom Nichols. La società analizzata è quella americana, ma tutto ciò che vi è descritto è spaventosamente uguale a quello che sta accadendo da noi. Il rifiuto della conoscenza scientifica e il ricorso alle leggende popolari, all’informazione dei social, allo scambio di pseudo opinioni, alle interpretazioni dietrologiche e  complottiste, e gli elettori a basso tasso d’informazione, il dilagare dell’ignoranza ma con l’esibizione arrogante della stessa ignoranza, gli studenti che impongono le regole ai docenti, i college che si trasformano (e si deteriorano) in base ai bisogni del “cliente”, la stupidaggine imperante a fronte della informazione illimitata di Google, la mistificazione della notizia e la pericolosità della stampa, e la stessa ricerca scientifica priva di etica e finalizzata al successo del ricercatore… Una visione realistica dell’apocalisse della cultura e della politica che le civiltà occidentali sembrano vivere. E il rapporto tra competenza e democrazia. La ineluttabile regressione democratica nei mondi cui si consente l’incompetenza diffusa.

No, questo libro tutt’altro che pace della coscienza. Ti svela ciò che tu già sai, già vedi, intorno a te tutti i giorni, ma alla fine della lettura lo guardi come problema su cui riflettere e, nel tuo piccolo, intervenire, non come irreversibile crisi dell’umanità.

 

Ancora solo l’introduzione, ho letto, di un altro libro, di Jason Brennan, che ho comprato perché mi hanno attratta la provocatorietà del titolo, Contro la democrazia, e le informazioni fornite da non ricordo più quale recensione. Non so se il libro mi piacerà, ma certamente mi attraggono già alcuni pensieri di Brennan ripresi nell’introduzione di Raffaele De Mucci: l’alternativa epistocratica, prima di tutto, cioè il governo di coloro che conoscono. Alcune suggestioni sono davvero affascinanti e ti costringono a dubitare delle convinzioni che hai nutrito per tutta una vita: “…il voto non è semplicemente una scelta individuale, ma l’esercizio del potere sugli altri. Tale potere deve essere utilizzato in modo responsabile”; oppure “…è facile presumere con immediatezza che non dovrebbe esser consentito ad alcuno di prendere importanti decisioni per tutti gli altri, a meno che questi non abbia almeno un ragionevole grado di competenza per farlo”. Brennan definisce questa idea come principio di competenza.

Né pace della coscienza, questo libro, né identificazione in pensieri confusi ma già avvertiti: piuttosto un divertimento intellettuale e provocatorio, un cazzotto nelle pance e nelle menti veterodemocratiche, un varco verso pensieri inusitati e verso mondi impossibili (o possibili?), un antidoto alla sclerotizzazione di orizzonti e prospettive.

 

Ho condiviso, questa estate, scelte ed esperienze dei miei figli e di figli di amici.

Quelle di Andrea e della sua compagna, che dopo aver nuotato e navigato con dolore mari di plastica e di detersivi, hanno deciso di dare avvio ad una vita domestica no plastica. E si stanno organizzando intorno a contenitori di vetro, anche se più pesanti, intorno a detersivi alla spina, anche se più costosi, intorno a strumenti che svolgano la stessa funzione delle cannucce da bibita e dei cotton fiocc, intorno alla sostituzione dell’ammorbidente con l’aceto e cose simili.

Bravi, mi sono detta, fanno bene. È consapevolezza civica e ambientale, è cittadinanza attiva.

Ho condiviso l’apertura mentale e l’allegria di Luigi, venuto in vacanza con la sua compagna giamaicana e con le sue amiche nigeriane, con in testa i turbanti di treccine, con la voglia di preparare il dahl per noi e di imparare da noi a fare le sagne torte.

E ho preparato cene senza alcool e senza maiale per la famiglia di Clara, mamma italiana di splendidi figli marocchini, che frequentano le scuole a Marrakesh e le Università in Italia, adempiendo al ramadan e rispettando le regole di un Corano intelligente, ricchi di lingue e culture diverse.

 

E ho condiviso le esperienze e il pensiero di Daniele, che tra pochi giorni presenterà a Venezia il suo film-documentario “I villani”, e che non smette di cercare e promuovere una alimentazione ed una produzione agricola sane, di mescolare musiche e ricette, di scoprire origini e  contaminazioni, nei cibi come nelle vite e nelle idee e nei colori. Che non smette di dare un senso culturale e civico al suo impegno: “Come un tossico cammino per New York… cerco visi, cerco storie… vado dove non si va… dove le cartine turistiche si fermano… Conosco io, perché la storia della musica mondiale lì nacque, in quel quadrato impossibile che era Harlem, dove le storie si incrociavano, trituravano, macellavano, si univano infine sotto il ponte che delimitava lo spazio tra gli afroamericani e gli ispanici. Ma i profumi del cibo e i suoni della musica oltrepassano qualsiasi divieto… così fu che la cucina divenne creola, il suono niuyoricano…

Ho la febbre, la rabbia, fuggito per un istante dalla follia di un paese che pensa che la soluzione sia chiudersi in se stesso, vado dove Trump ci prova in ogni modo a tirare la linea… ma la diversità ce l’ha nella pancia della sua città, evidente, sfacciata, addolorata ma in piedi…

In quel quadrato lungo ore di cammino, dove ogni angolo che giri cambi lingua e profumi, e mangio, assaggio… cubano, cinese, dominicano, messicano, afroamericano…

Non esiste soluzione alla società che non sia meticcia…”(da un suo post su Facebook del 26 agosto)

 

Ho lavorato, questa estate, per dare una mano ad un amico che sta facendo un lavoro sulla Costituzione. E tante cose, pur note, mi sono apparse di una nuova vivezza e dolorosità, come belle e smarrite, false promesse e parole irrise. Una Costituzione offesa dalla realtà, irrisa da chi dovrebbe garantirla, dimenticata da chi dovrebbe studiarla, studiarla, studiarla. Comprenderne il valore, la civiltà, l’umanità, la ricchezza. Nell’immediato futuro, mi sono chiesta, interesserà ancora a qualcuno la nostra Costituzione? Come si rapporterà la scuola con gli eventi e le parole e i gesti che smentiscono ogni dettato educativo?

 

Sto lavorando, questa estate, per le scuole che vogliono correggere il tiro di progettazioni o valutazioni o didattiche da cui non si sentono soddisfatte, che vogliono studiare, vogliono lavorare ma assistite, vogliono mettersi alla prova, vogliono fare cose che non siano solo carte. Scopro ogni volta che mi piace ancora. Che ho ancora voglia di riflettere sulle strategie più efficaci per rispondere alle loro richieste. Ho avuto, questa estate, l’impressione di presidi e docenti  stanchi dell’adempimento spicciolo, desiderosi di cambiamenti di sostanza e di collegialità d’intenti, pronti a studiare e a cimentarsi in cose che riconoscono come sfide. Ho visto presidi e insegnanti consapevoli che un corso di formazione non cambia niente, che il cammino da percorrere è lungo e va oltre il rav e il pdm. Ho avvertito una forte solidarietà con loro, ed anche fiducia in loro. Forse cambiare si può.

 

Sto lavorando, infine, questa estate, per aiutare alcune docenti ad affrontare le prove del concorso alla dirigenza.

Sono insegnanti motivate, in gamba, non estranee ai problemi della dirigenza ed alle difficoltà che comporterà, ma sono piene di energia e voglia di scommettere.

Quando chiacchiero con loro ho la tentazione di parlare di ciò che serve per fare il preside, non per fare il concorso, che sono due cose diverse.

Penso, ma talvolta dico, che il loro lavoro, il loro indirizzo, la loro gerarchia di valori, saranno determinanti per il sistema culturale delle generazioni che verranno e del Paese che verrà.

Penso, ma talvolta dico, che la scuola d’oggi serve, sì, per educare alla cittadinanza, ma penso e dico che queste parole scritte nei documenti nazionali sono vuote se non sono avvertite nella loro urgenza sociale, culturale, etica, da chi la scuola la fa tutti i giorni, da chi nella scuola deve portare la contemporaneità e la globalità del sentire, del vivere, dell’aprirsi, dell’incrociarsi, del  meticciarsi: con competenza, con solidarietà, con umanità.

 

Se la scuola non diventa costruzione di competenze, di solidarietà, di umanità, non serve. Così penso, e dico. Se la scuola non insegna a leggere, oltre al passato, la realtà in cui vive, non serve. Così dico, e non so se serve.

 

Una città è come una vita intera – scrive ancora Daniele nel suo post – fatta di incontri dolorosi, di amori malriusciti e di altri che fanno figli belli. Sta a chi si prende la responsabilità di stare bene al mondo con gli altri,  di guardare le cose in un modo o nell’altro, di orientarle.

Puoi essere Martin Luter King o un grillo leghista, puoi cercare le cose belle o il lato oscuro delle cose.

Ho camminato per New York, ho assaggiato il cibo di tutti i mondi, ho guardato i loro visi,  dai tanti colori. A casa ero. Così l’Italia sarà – ci vorrà tempo. Impareranno a farsene una ragione anche i più razzisti. L’essere umano è più curioso e aperto di quanto ci si aspetti, più forte di tutto il male che alcuni, pochi, possano mai arrecare”.

 

Questo post di Daniele mi piace perché è ricco di fiducia, di speranza, di sogno.

 

Penso che non si può fare il preside o l’insegnante senza avere fiducia. Non si può educare nessuno senza sognarlo.

 

Aveva ragione Danilo Dolci.

 

C’è chi insegna

guidando gli altri come cavalli
passo per passo:

forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

 

C’è chi insegna lodando

quanto trova di buono e divertendo:

c’è pure chi si sente soddisfatto

essendo incoraggiato.

 

C’è pure chi educa senza nascondere

l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando

d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono:

ciascuno cresce solo se sognato.