• martedì , 19 Novembre 2019

Gino Bartali, l’eroismo silenzioso di un toscanaccio tutto cuore e polmoni

Un monologo di Lunaegnac teatro racconta la storia del mitico rivale di Coppi che salvò gli ebrei dal lager

di Vincenzo Sardelli

GINO BARTALI, EROE SILENZIOSO

Con Federica Molteni
Regia di Carmen Pellegrinelli
tratto da La corsa giusta di Antonio Ferrara (ed. Coccole Books)
disegno luci di Enzo Mologni
costumi di Vittoria Papaleo
una produzione Luna e GNAC Teatro/ Residenza Initinere
Info: Tel. 32890791708 | E-mail: lunaegnac@gmail.com | http://www.lunaegnac.com
Età: dai 12 anni

C’è il fascino di un ciclismo eroico, di un’epoca pionieristica fra strade sterrate e tubolari incrociati su magliette aderenti, a coprire fisici rinsecchiti ed esplosivi. Sembra una carrellata di foto in bianco e nero ingiallito lo spettacolo Gino Bartali, eroe silenzioso, interpretato da Federica Molteni con la regia di Carmen Pellegrinelli, produzione Luna e GNAC Teatro/ Residenza Initinere, che abbiamo visto al Festival Milano Off a inizio estate. C’è soprattutto la straordinaria umanità di un toscanaccio tutto cuore, gambe e cervello. Che il proprio coraggio lo impiegava non solo nelle lunghissime gare a tappe che lo opponevano ad avversari mitici come Fausto Coppi, Learco Guerra o Louison Bobet, ma anche quando salvava la vita a centinaia di persone negli anni duri della dittatura e della guerra.

Campione nello sport e campione nella vita. Il talento e la passione per la bicicletta, quando si correva “per rabbia e per amore”, avrebbe detto De Gregori.

Voce roca da toscanaccio, a tratti sovraccaricata, Federica Molteni entra con sagacia in uno dei personaggi mitici della storia italiana del Novecento, Gino Bartali, corridore ciclista, vincitore due volte del giro di Francia e tre volte del giro d’Italia.

Un fondo nero con poche luci, orchestrate da Enzo Mologni. Le sonorità contemporanee un po’ new age di Dustin O’Halloran, le chitarre di Giulio Tampalini o Pierangelo Frugnoli ci trasportano in un tempo mitico e remoto. Come il racconto della neve, che apre questo monologo in pantaloni alla zuava, bretelle e coppola (i costumi sono di Vittoria Papaleo). Oppure l’infanzia disagiata a Ponte a Ema dove era nato, alle porte di Firenze, in un povero monolocale. E chilometri da percorrere in bici, ogni giorno, per andare a scuola. Ma su due ruote Gino, già molto prima di diventare “Ginettaccio”, era una scheggia che a 13-14 anni dava la paga persino alle automobili. La bicicletta era una compagna inseparabile, da coccolare vicino al letto prima di addormentarsi.

Questo spettacolo ha due tempi, e il secondo è tutto dedicato al ritratto di Bartali eroe silenzioso. Solo nel 2013 Gino Bartali è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” per aver salvato più di 800 ebrei durante la Seconda Guerra mondiale

Sonni, sogni, atmosfere da antico cinematografo, da Istituto Luce. Un megafono come un grammofono, e fanno capolino canzoni popolari d’epoca come Bellezze in bicicletta. Prende corpo la fisionomia del protagonista, «quel naso triste come una salita / quegli occhi allegri da italiano in gita», per citare Paolo Conte.

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Bartali toscanaccio grullo di campagna. Bartali che macinava chilometri e tappe, ed era felice quando la strada era in pendio, e lui affrontava le salite senza mani sul manubrio. Più le tappe erano lunghe, più si divertiva. La vittoria del primo giro, a ventidue anni. Era il campione che Mussolini stava cercando per puntellare i fasti del Fascismo: ma l’integrità di Ginettaccio era refrattaria al saluto romano e si oppose alle adulazioni del potere in camicia nera. Poi la morte del fratello Giulio, anch’egli ciclista, per un incidente durante una gara di dilettanti, quando era poco meno che ventenne. Il proposito di Gino di ritirarsi dalle gare. La ripartenza, difficile. Nuove vittorie, partendo dal Tour del ‘38.

Ma questo spettacolo ha due tempi, e il secondo è tutto dedicato al ritratto di Bartali eroe silenzioso. Solo nel 2013 Gino Bartali è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime della Shoah, per aver salvato centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale. Lo spettacolo si sofferma su questa storia in maniera appassionante e approfondita. Una vicenda che Bartali ha sempre tenuto nascosta, perché «il bene lo si deve fare ma non lo si deve dire, che se lo dici si sciupa».

Sta di fatto che il ciclista, aderendo come staffetta alla rete clandestina organizzata dall’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa, salvò 800 persone nascondendo documenti falsi per gli ebrei nella canna e nel sellino della sua bicicletta.

A Terontola, frazione di Cortona, non lontano da Perugia, lontanissimo da Firenze, Gino Bartali è il campione del ciclismo italiano nonostante la guerra stia squassando l’Italia e gli italiani. Dopo l’8 settembre quella stazione è tra le più controllate da tedeschi e repubblichini. È uno snodo ferroviario tra Firenze e Roma, il posto ideale per intensificare i controlli.

Bartali è la dimostrazione che il bene può trionfare nella vita. La storia non raccontata dal campione, uscita allo scoperto qualche anno fa, dopo la morte avvenuta nel 2000, deve essere raccontata ai giovani e insegnata nelle scuole.

Ginettaccio arriva da Firenze. Per i tedeschi è un campione in allenamento. Per gli altri è la salvezza. Si ferma dall’amico-tifoso falegname a mangiare un panino col prosciutto e a bere un po’ d’acqua. Intanto tiene d’occhio la ferrovia. Poi, quando arrivano i treni, piomba in stazione. Capannello immediato di gente intorno a lui: ecco Bartali, il vincitore del Tour 1938, di due Giri d’Italia e di una miriade di corse. Anche i soldati tedeschi si fermano ad acclamarlo. Lui addirittura invita qualche militare a tenergli d’occhio la mitica Legnano. E quella, all’interno del telaio, contiene documenti contraffatti utili a salvare ebrei e rifugiati. Si calcola che il campione abbia contribuito a salvarne più di 800 tra l’8 settembre e la Liberazione. Urla, strepiti, caos in stazione: proprio quello che serviva a chi scappava per evitare i controlli. Questo era Bartali.

PERCHÉ LO CONSIGLIAMO

Tratto da La corsa giusta di Antonio Ferrara (2014, Ed Coccole Books), il monologo racconta quello che Ginettaccio, il rivale-amico di Fausto Coppi, nella vita non ha mai raccontato. Verrebbe fuori un altro libro a provare a spiegare perché non l’abbia fatto, perché non abbia accennato nulla nemmeno all’amatissima moglie Adriana.

Sta di fatto che al giorno d’oggi molti non fanno e si affrettano a raccontare quello che pensano di aver fatto. Bartali invece faceva e poi non raccontava nulla. Mai, salvo qualche cenno al figlio Andrea.

Il campione è a tutti gli effetti un eroe del Novecento perché con il suo esempio dimostra che si può essere grandi non solo nello sport, ma anche nelle cose ordinarie di una vita che può essere orientata al bene, piuttosto che all’affermazione narcisistica del proprio sé e a successi effimeri fatti di ritualità vuote.

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Gino Bartali, eroe silenzioso è la storia del campione che, persi i cinque anni migliori della carriera a causa della guerra, tornò in sella, diede vita a sfide epiche col rivale Coppi e vinse un Tour de France a trentaquattro anni, nel ’48, dieci anni dopo il primo successo. Ma è soprattutto la risposta all’attuale vuoto di valori in cui domina la cronaca nera che più nera non si può: come in questa estate balorda, dove qualcuno si augura che i barconi degli immigrati affondino, e altri filmano e invitano a buttarsi dal tetto un uomo che prova a suicidarsi salendo a dieci metri di altezza dal suolo.

Bartali è la dimostrazione che il bene può trionfare nella vita. La storia non raccontata dal campione, uscita allo scoperto qualche anno fa, dopo la morte avvenuta nel 2000, deve essere raccontata ai giovani e insegnata nelle scuole.

Non dimentichiamo che anche Pio XII gli mandò una lettera ringraziandolo per quanto stava facendo per i poveri e i bisognosi a Firenze. Solo per quella lettera, intercettata dalla polizia segreta, Bartali fu rinchiuso per tre interminabili giorni nella villa degli orrori a Firenze. Quella della famigerata “banda Carità”. Chi entrava dagli aguzzini a casa non tornava. Bartali riuscì a tornare a casa solo per il rotto della cuffia.

Poi riprese gli allenamenti con la storia. Firenze-Genova. E poi Firenze-Assisi. La città del Santo era il centro della falsificazione dei documenti per consentire agli ebrei di sfuggire alla morte. Non seppe dire no a Dalla Costa, che lo convocò affidandogli la missione.

«Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare», diceva Bartali, brontolone e bastian contrario. Quella sua frase è ancora attuale: una cruda lettura della realtà di allora e di quella d’oggi.