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La cultura della scuola

Giornalista: “Buongiorno e benvenuto.”

Professor G: “Buongiorno. Grazie.”

Giornalista: “Bene, professore, allora è proprio vero che a volte le utopie diventano realtà?”

Professor G: “Le rasoiate fanno sempre il loro dovere…”

Giornalista: “Detta così sembra un po’ macabro…”

Professor G: “Che cosa vuole… è una legge primordiale; ci vuole un minimo di cultura per capirlo: tutti vogliono semplicità…”

Giornalista: “E lei, grazie alla Legge di riforma che porta il suo cognome, l’ha data a tutto il mondo della Scuola…”

Professor G: “Esatto. L’idea mi è nata nei pochissimi giorni in cui ho lavorato come Dirigente scolastico: in poche ore, passai dalle mie certezze di vicepreside alle inquietudini del Dirigente.”

Giornalista: “Addirittura inquietudini?”

Professor G: “Certo. Vede, da vicario, non ne ho mai sbagliata una. Avevo una consapevolezza totale di tutto ciò che facevo e, soprattutto, avevo sempre una via di fuga: potevo mandare a quel paese tutto ciò che mi allontanava dal fare cultura con le mie alunne e con i miei alunni.”

Giornalista: “Detta così, sa un po’ di retorica…”

Professor G: “E invece è quanto di più pratico ci possa essere per semplificare la governance delle Scuole. Le spiego: da una Scuola mi aspetto che faccia padroneggiare a mio figlio la competenza di imparare ad imparare. Tutto qua. E mi aspetto che ci sia un Capo che sia garante dell’efficacia del processo di insegnamento- apprendimento. Mi spiega, posto che la tuttologia è un’utopia destinata a rimanere tale, come potesse farsene garante un Capo d’Istituto immerso nei contenziosi, nelle ricostruzioni di carriera, nell’attività negoziale… E non mi dica che il lavoro lo facevano gli altri: alla fine firmava il Dirigente!”

Giornalista: “In effetti, che c’azzeccava?”

Professor G: “Bravo! Nulla. Bastava un minimo di una cultura basica per cogliere in fallo il Legislatore. Ma il nostro è un Paese in cui le modifiche normative profonde avvengono in tempi geologici. Per fortuna o per miracolo, però, a volte tutto fila liscio come l’olio e le Riforme si fanno in tempi brevi. Era del tutto evidente che un Dirigente scolastico non potesse essere il garante di tutti i processi che facevano capo a lui e che non potesse smettere di insegnare. Riformando la governance delle Istituzioni scolastiche, ho dato sostanza normativa a un truismo: un Dirigente, come avviene in tantissimi Paesi, deve continuare a fare il Professore (la cultura pedagogico-didattica è nulla se non viene sperimentata) e deve essere scelto dalla comunità educante, non da una graduatoria… E non mi vengano a dire che si rischia il clientelismo: basta applicare la norma, senza fare figli e figliastri, e di favori il Direttore non ne deve a nessuno! E, cosa non da poco, un Dirigente non poteva avere stipendi “alti” rispetto al resto del personale scolastico: si rischiava di diventare dirigenti per soldi e questo era pernicioso, in una Scuola soprattutto, perché poteva aprire la porta a patologie professionali come il delirio di onnipotenza, il sentirsi superiori: come può un Capo di una Scuola, istituzione educativa per eccellenza, essere ineducato, ritenendosi superiore tra pari?”

Giornalista: “Che cosa l’ha ispirata nel suo progetto di riforma della Scuola?”

Professor G: “Vede, io da quasi trent’anni insegno all’Università come docente a contratto e sono abituato a vedere il mio Preside di Facoltà come uno di noi che brilla di chiara fama e, soprattutto, come uno che dopo un po’ torna a fare il Professore, altrimenti diventa autoreferenziale e si annulla il potenziale miglioramento continuo. Sa, a Scuola come all’Università, quanti danni può fare nel breve, ma, soprattutto, nel lungo periodo, un Preside inadeguato e ineducato? Quanti docenti può fare soffrire inutilmente? Quante opportunità formative può togliere ai discenti? È vero che la normativa prevedeva che anche i contratti da Dirigente scolastico in una stessa Scuola fossero a tempo. Ma lei è sicuro che questa Legge sia stata rispettata sistematicamente?”

Giornalista: “Certo che lei ha lanciato accuse pesantissime al Sistema, eppure è stato il Sistema stesso a premiarla: le sue idee sono Legge.”

Professor G: “Diciamo che sono stato fortunato: ho diffuso il mio pensiero quando tanti dirigenti erano con le spalle al muro e sono stati proprio loro ad appoggiarmi, oltre, ovviamente, ad una politica illuminata.”

Giornalista: “Vorrebbe spiegare più dettagliatamente la Legge che il Parlamento ha varato?”

Professor G: “L’impianto della Legge si basa su un assunto di fondo: a Scuola ci devono essere due figure apicali: il Direttore didattico e il Direttore amministrativo. Il primo si occupa degli aspetti pedagogico- didattici, mentre il secondo di quelli amministrativi. Per il resto, altro non ho fatto che depennare i compiti in capo attualmente al Dirigente e semplificare, rendendoli ostensibili, tutti quelli che sono i suoi ‘doveri’.”

Giornalista: “Che cosa ha eliminato?”

Professor G: “Praticamente nulla, ho solo demandato agli Ambiti territoriali (gli ex Provveditorati agli Studi) una serie di incombenze burocratiche che allontanano il Dirigente dalla sua missione, quali l’attività negoziale, il potere disciplinare, la gestione del FIS e di tutti i fondi che riguardano le attività extracurricolari, la rappresentanza legale dell’Istituzione scolastica, solo per citarne alcune…”

Giornalista: “Professore, scusi la franchezza, ma non è che tutte le sue idee derivano dal fatto che sta a rosicare un po’ perché il Dirigente non lo fa più?”

Professor G: “Non sa quante volte la gente mi ha chiesto se mi ha mai pesato l’aver dovuto rinunciare al mio incarico dirigenziale. Peraltro, scelta che ho dovuto prendere esclusivamente per motivi di salute sopraggiunti dopo aver iniziato a lavorare come capo d’Istituto, in qualità di vincitore di un concorso nazionale a posti da Dirigente scolastico. Ebbene, io non posso obbligare nessuno a credermi, ma si fidi: mai! Neppure in sogno, ho avuto l’ombra di un rimpianto, sebbene mi piacesse da impazzire dirigere una Scuola. L’idea di creare un ambiente di lavoro in cui regna il reciproco ascolto, in cui si sospende il giudizio sull’altro per abbracciarlo attraverso un ascolto attivo, dando sostanza alla ‘giustizia relazionale’ di cui parlava papa Francesco, era la mia missione. La Scuola l’ho sempre pensata come un vivaio di speranza, di un nuovo umanesimo.”

Giornalista: “E fare il Dirigente le rendeva difficoltoso mettere in atto la sua way of life, giusto?”

Professor G: “Lei ha centrato esattamente il punto. Io sono laureato in Filosofia, ma la cultura filosofica l’ho appresa sin da piccolo in palestra, grazie ad un Maestro che, mi sa, aveva capito tutto ciò che c’è da capire: nella vita basta essere consapevole di ciò che apprendi, leggeri nel giudicare i problemi, gentili con gli altri; il resto è solo fuffa etica…”

Giornalista: “Certo che lei ci va giù pesante…”

Professor G: “Guardi che è solo questione di cultura, di valori. Mi dica lei come, da Dirigente, potevo essere consapevole (con una norma sempre in evoluzione e con una mare di cose da fare), leggero (con un lavoro che si contraddistingue per una spiccata propensione a creare problemi ad ogni piè sospinto), gentile (con un’assoluta mancanza di tempo psicologico per prendersi cura dell’altro)?”

Giornalista: “E, ovviamente, i problemi non erano solo al lavoro…”

Professor G: “Vedo con piacere che lei è veramente arguto. Quando nella vita si satura il canale dell’umanità per eccesso di lavoro e di responsabilità, prende il sopravvento il belluino che è in noi e si inizia ad abbaiare… E quando si abbaia in famiglia, poi, si commette un’azione delittuosa. La famiglia è nido! Se avessi continuato a fare il Dirigente, lei pensa che avrei goduto appieno della crescita di mio figlio, con cui ho un rapporto poetico. E con mia moglie, penso che sarebbe finita molto presto. Non abbiamo una pistola puntata alla testa quando decidiamo di sposarci e mettere al mondo un figlio…”

Giornalista: “Mamma mia che rasoiata…”

Professor G: “Lo so che questa è molto più che una rasoiata, è una pugnalata al centro del cuore. Però, ci pensi bene, i Dirigenti provengono dal ruolo dei docenti e, spesso, lavorano nei pressi della propria abitazione. Se pensa che in tantissimi sono costretti a trasferirsi lontano da casa e a subire l’esproprio del tempo libero, non è così difficile immaginare che a farne le spese possa essere la famiglia.”

Giornalista: “Detta così, mi sembra un po’ semplicistico…”

Professor G: “E qui sbaglia, ma non nell’usare la radice di una delle più belle parole del mondo, bensì nel pensare che la semplicità del ragionamento implichi una degenerazione del pensiero. Lei vuole alludere al fatto che fare carriera possa associarsi ad un miglioramento della classe sociale, immagino. A parte il fatto che pensare al salto di classe sociale all’interno dell’ambiente scolastico mi fa ribrezzo, lei pensa che un professore per fare soldi ha bisogno di fare il Preside?”

Giornalista: “Ma veniamo al sodo. Qual è il profilo del Direttore didattico? Quali sono i suoi compiti specifici?”

Professor G: “Semplicissimo: il Direttore didattico deve essere esperto di pedagogia e di didattica. Pensi lei quanto possa essere credibile per il corpo docente un Direttore che non sa che cosa sia la lezione segmentata, ad esempio, o come si realizzi un WebQuest. Ma, ribadisco, non solo saperlo a livello teorico, bensì esperenziale. La Scuola, come norma prevede, è un luogo di ricerca-azione e il Direttore ne deve essere il promotore, non solo a parole…”

Giornalista: “È sorprendente come faccia tutto facile.”

Professor G: “Guardi che la semplicità è il più alto livello delle competenze cognitive che si possa raggiungere, e, oserei dire, delle competenze esistenziali. Semplificare, riconducendo il tutto alle sue parti, non solo aiuta nella vita professionale, ma nella vita in generale. Tutto chiede unità, negarla all’animo produce l’inquietudine del divenire.”

Giornalista: “Professore, cambiamo argomento, altrimenti, filosofeggiando, non ci ascolta più nessuno…”

Professor G: “Ha ragione, scusi, ma la passione prende sempre il sopravvento.”

Giornalista: “Dunque, portiamo il discorso sui fondamentali del Direttore didattico.”

Professor G: “Perfetto. In primo luogo, diciamo che sono solo tre i compiti cardinali che un Direttore deve espletare: formare le classi, assegnare le classi ai docenti e fare l’orario delle lezioni. In un’epoca governata già dall’Intelligenza artificiale, sembrerebbe un gioco da ragazzi, ma non è così. Provare per credere. In secondo luogo, deve rendicontare ai portatori di interesse l’agito della scuola, curando in prima persona la pagina social della Scuola dedicata al bilancio sociale.”

Giornalista: “Tutto qui?”

Professor G: “Beh, sostanzialmente, sì. Non dimentichi che il Direttore ha bisogno di un bel po’ di tempo da dedicare alla propria formazione. La ricerca in campo pedagogico-didattico impone un aggiornamento continuo, soprattutto da quando le neuroscienze ci stanno mostrando che cosa funziona e che cosa no nell’acquisizione di saperi e competenze.”

Giornalista: “Insomma, lei pensa ad un Direttore come ad un docente ‘potenziato’.”

Professor G: “E che cosa altro dovrebbe essere? Un burocrate? Per quello c’è già il DSGA. Il Direttore dovrebbe essere un pensatore, ma senza ‘poteri’, un primus inter pares. Altrimenti sa quanti danni può fare?”

Giornalista: “Professore, dica la verità, non è che sta pensando a qualche Dirigente scolastico in particolare che le sta sullo stomaco?”

Professor G: “No, guardi, io sono molto strafottente, mi perdoni la franchezza, ma se io incontro qualcuno che la comunità educante ritiene inadeguato al ruolo, oltre che un gran cafone, proprio lo ignoro. Ma non perché lo ritenga un minus habens. Semplicemente, ai miei occhi, mi fa perdere tempo nel mio processo di crescita professionale. E io odio perdere tempo, di cui sono gelosissimo: ho un mare di passioni che coltivo da anni: leggo, scrivo, nuoto, vado in bici, faccio body building, mi preparo per competizioni sportive, sto, spensierato, all’aria aperta con i miei amici, viaggio, guardo i video delle canzoni del momento… Nella vita è importante sapere che cosa devo fare domani e se questo qualcosa lo faccio con piacere, la vita è una fantastica avventura.”

Giornalista: “Ad ascoltarla, mi sono fatto un’idea: lei ha dipinto nella sua mente un mondo che le è piaciuto così tanto da dargli sostanza.”

Professor G: “Non c’è sguardo senza idee, Niente è più pratico di una buona teoria… Tanto per non scomodare Platone… Senza idee, tutto si riduce a mere impressioni retiniche, per cui, certo, ho dato sostanza al mio mondo: in tantissimi anni da vicario non ho mai avuto un problema con nessuno. Come le dicevo, mi è bastato applicare la norma con tutti, senza fare mai un’eccezione per nessuno, me compreso. E soprattutto, da buon ammiratore dei Greci, ho sempre cercato di dare il buon esempio. E sa perché ci sono riuscito? Perché non sono mai stato oberato da carichi di lavoro eccessivi. È vero che sono intellettualmente iperattivo, che ho mille interessi, che adoro il mio lavoro, che sono velocissimo nel fare le cose. Ma tutto ciò è il riflesso del mio sentirmi libero. Ecco, un Direttore deve essere e sentirsi libero. E, in particolar modo, deve lasciare liberi i docenti, non sommergendoli di circolari a qualunque orario e costringendoli a compiti sterili. Non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere è un noto adagio che compendia benissimo il mio pensiero.”

Giornalista: “Professore, non so perché, ma lei mi sembra uno che si rompe le scatole facilmente. Come il vicequestore Rocco Schiavone, ha una sua personale classifica delle rotture?”

Professor G: “Ha ragione da vendere. Io sono uno che si stufa con una facilità enorme, per questo ho mille interessi. Sa, a volte penso che so più di Medicina che di Scuola. Sono sempre più convinto che in un’altra vita sono stato un medico. So troppe cose senza averle mai studiate e mi basta ascoltare una sola volta un tecnicismo medico per non dimenticarlo. Una volta ho pure cercato di riscrivere la fisiologia sulla base della logica aristotelica. Di certo, si chiederà perché non ho fatto il medico. Ebbene, il motivo è sempre lo stesso: sono un perfezionista, ma non in senso patologico, bensì nel senso che devo essere sempre molto sicuro di quello che faccio e fare il medico o il Dirigente ti espone enormemente al rischio di sbagliare. Non che abbia paura di sbagliare, ci mancherebbe. Da piccolo ho elaborato uno statuto positivo dell’errore. Ma non sopporto l’idea di sbagliare perché sono sotto stress. Sì, certo, sono fortunato, lo so bene, ma mi creda, la fortuna va aiutata…”

Giornalista: “Su questo concordo pienamente ed è difficile darle torto. Ma veniamo alla sua classifica delle rotture…”

Professor G: “Scusi, ha ragione, ma io divago con una facilità impressionante. Il mio essere eclettico mi fa sempre partire per la tangente: a uno stimolo partono sempre mille risposte… In cima alla classifica, senza alcun dubbio, c’è tutto ciò che mi fa perdere tempo. Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo, e io vorrei avere a disposizione un numero infinito di vite, tante sono le cose che ho in mento di fare. Ecco, io odio le situazioni e, eminentemente, le persone che mi fanno perdere tempo. È un dato di fatto che esistono gli inconcludenti, quelli che bizantineggiano su tutto e che, alla fine, quagliano poco o nulla. Non li posso soffrire. Al secondo posto, si trovano le situazioni in cui ti imbatti in persone che fanno pesare una tonnellata problemi che pesano un grammo. Mi dà un fastidio enorme interagire con persone che non si rendono conto di come la vita gli abbia sorriso in salute, carriera e famiglia e di come, con le loro paranoie, vivano una vita infelice e di come la facciano vivere agli altri. Al terzo posto, e mi fermo a tre, anche se ho un decalogo ben definito, ci sono quei momenti della vita in cui interagisco, per forza di cose, con gli ingrati. Li manderei a quel paese se solo potessi, ma certe persone, a meno che non vuoi cambiare radicalmente la tua vita, devi accettare di vederle molto spesso. Mi danno proprio un fastidio viscerale quelle persone che ti vomitano addosso tutti i veleni del mondo, solo perché, a loro parere, li hai delusi in una particolare circostanza, dimenticando quanto tempo e quanta cura hai dedicato loro.”

Giornalista: “Professore, non deve essere facile, viverle accanto.”

Professor G: “Homo faber fortunae suae, mai locuzione latina fu più felice. Vede, il senso della vita è tutta una questione di cultura. Se la metti al centro della tua vita, hai uno sguardo superbo sul mondo, ti permette di concettualizzarlo, di vederti non ‘gettato’ nel mondo, come pensava Heidegger, ma come attore che scrive le pagine del copione della sua vita. Vedersi vivere è un’esperienza appagante, catartica. Ecco, le persone che non lo capiscono mi stanno sullo stomaco, per cui, sì, non è facile starmi accanto.”

Giornalista: “Eppure di lei parlano tutti benissimo.”

Professor G: “Sono sempre gentile, non faccio pesare niente a nessuno e, dicono, sono molto bravo nel mio lavoro. Vuole che le persone non capiscano che gli convenga avermi come amico? Il fatto è che io, purtroppo, quando vedo che nonostante la mia “misericordia” vado a sbattere contro un muro, sospendo il giudizio e la persona. Nel senso che non gli mancherò mai di rispetto, ma mi risulterà indifferente. Lo so che è tremendo da dire, ma io funziono così. E, ad onor del vero, ad oggi, non posso dire di avere avuto tanti problemi nella vita.”

Giornalista: “Professore, a me fa un po’ paura parlare con lei. Ho come l’impressione che da un momento all’altro potrebbe ‘sospendermi’.”

Professor G: “Guardi che questo è un evento altamente improbabile. Sa con quante persone ho dovuto chiudere? Solo con gli psichiatrici, e in particolare con i narcisisti che, trovando terreno fertile in altre persone che falsamente le omaggiano, hanno sviluppato il delirio di onnipotenza. Ecco, queste persone che non hanno capito di aver bisogno di essere prese in carico da uno bravo, le ‘sospendo’.”

Giornalista: “Professore, voglio credere alle sue parole, ma resto convinto che viverle accanto deve mettere un po’ di soggezione.”

Professor G: “Sono una persona molto trasparente. Quello che sono e quello che ho in testa, lo dico sempre senza problemi. Non obbligo nessuno a starmi accanto, non sono possessivo, geloso. Faccio capire subito chi sono e come funziono. È una libera scelta avermi come compagno, amico…”

Giornalista: “D’accordo, sarà pure come dice lei, ma l’impressione che ne ricavo è che lei è abbastanza permaloso e che non conosce il perdono.”

Professor G: “Mamma mia, ma che brutta idea si sta facendo di me. Io credo che lei stia confondendo molto i termini della questione. Vediamo se riesco a essere più chiaro. Io ritengo che la più alta forma di cultura sia stata espressa dall’unico comandamento che Gesù ci ha donato: Ama il prossimo tuo come te stesso. Sono anche convinto che Cristo sia Dio, ma non per fede, bensì perché solo il divino poteva formulare un pensiero così perfetto nella sua semplicità. Vede, vivere all’insegna del comandamento di Cristo si traduce nei tre valori cardinali che orientano la mia vita, di cui le ho già detto: consapevolezza, gentilezza e leggerezza. Vivere amando sé stessi e gli altri significa essere gentili verso la propria mente, il proprio corpo e i prossimi, essere consapevoli di ciò che si fa e spostare l’orizzonte del problematico sempre un po’ più in là. Tutto qui. Se poi per lei questo implica essere una persona come quella che ha descritto, io non ne colgo proprio le motivazioni.”

Giornalista: “Professore, mi spiace, ma a me sembra che lei predichi bene, ma razzoli male. Come si può essere gentili con qualcuno se lo si ‘sospende’?”

Professor G: “Devo costatare, mio malgrado, che faccio una fatica enorme a spiegarmi. Quando le dico che ‘sospendo’ qualcuno, mi riferisco a persone border line, ossia persone che hanno assoluto bisogno di essere prese in carico da specialisti della mente.”

Giornalista: “Mi scusi, ma lei è laureato in Filosofia, ho letto il suo curriculum vitae nel sito dell’ateneo in cui insegna, ma non mi pare che abbia alcun titolo per dire che una persona sia psichiatrica.”

Professor G: “Ci mancherebbe. Ho un enorme rispetto per chi ha conseguito i titoli accademici per giudicare la salute mentale delle persone e non mi sognerei mai di fare diagnosi. Io mi limito ad osservare il comportamento di certe persone, a confrontare le occorrenze del loro agire patologico con quanto dicono i manuali, come il DSM. Quando troppi sintomi convergono in un’unica direzione, qualche domanda me la faccio. Ma, in particolare, mi baso sul disagio che vivono le persone e su quello che provocano agli altri. Quando stroppiano, allora ritengo che sia il momento di consigliare di chiedere aiuto.”

Giornalista: “Professore, lei vuole cadere sempre con i piedi per terra…”

Professor G: “Scusi, ma lei ce l’ha con me o cosa?”

Giornalista: “Ok, lo ammetto, sto cercando di provocarla un po’, vorrei farla sbroccare, ma mi sa che è un osso duro.”

Professor G: “Ma no, guardi. Ad oggi, io non ho mai perso la trebisonda. Non conosco rigurgiti di natura belluina, mi ripugna l’idea di perdere il controllo. Ho sempre giudicato l’evoluzione dell’uomo come un progressivo allontanamento dall’urlo e un abbraccio al dialogo. La cultura è la cifra dell’umanità. Certo, c’è cultura e cultura, c’è quella dell’odio e quella dell’amore, ma noi esser umani naturalmente tendiamo all’amore: conosce più persone buone o più persone cattive? E non mi dica che ho sempre ragione.”

Giornalista: “Professore carissimo, tranquillo, non glielo dico più. Mi ha proprio convinto: la Cultura, quella che si scrive con la C maiuscola, è la chiave della nostra evoluzione. Ci avviamo adesso alla conclusione della nostra intervista. Chiudiamo con una dichiarazione ad effetto?”

Professor G: “Buona giornata.”

Giornalista: “Ma come, scusi, non è che ci è rimasto male per le mie punzecchiature e ha ‘sospeso’ pure me?”

Professor G: “Questo lo sta dicendo lei.”

Giornalista: “Buonanotte.”

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