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Non mi piace che mia madre pubblichi sui social media foto che mi ritraggono

È normale che i genitori facciano attenzione ai potenziali pericoli in cui possono ritrovarsi i loro figli quando sono per strada ma è curioso che questi stessi adulti non riconoscano i rischi che esistono per i propri figli in Internet e, in particolare, sui social media

di Santiago Giraldo Luque

Lucy, una bambina di 10 anni del Regno Unito, ha raccontato ai ricercatori del rapporto dal titolo “Life in ‘likes’. Children’s Commissioner report into social media use among 8-12 years olds” che non gradiva quando i suoi genitori condividevano le sue foto sui social media: “Mia madre mi dice ‘dammi una foto’ ma non mi piace che poi la pubblichi sui social media”.
Anche Helen, di 8 anni, racconta una storia simile: “Mia madre ha condiviso una foto di me con un criceto in testa ed è stato molto imbarazzante. Ero quasi nuda! Grazie al cielo almeno avevo un asciugamano con me”.
Lucy ed Helen non sono casi isolati […], lo studio condotto nel Regno Unito rivela una serie di realtà invisibili. La prima riguarda la protezione dei bambini dall’esposizione ai media; la seconda riguarda l’immaginario che concepisce i social network come uno spazio sicuro per la pubblicazione di immagini di bambini; la terza, la creazione di un bisogno di esposizione mediatica dei bambini sui social media. La vita tradotta in “mi piace”.

Non in TV, ma sulle reti


L’esposizione dei bambini sui media è ampiamente regolamentata. Le leggi proteggono i minori. La loro immagine e la loro voce non possono essere utilizzate senza che vi sia il loro consenso o quello dei loro rappresentanti legali. Nel caso della Spagna, ad esempio, la Legge 1/1996 sulla protezione giuridica dei minori vieta espressamente “la diffusione di dati o immagini che si riferiscono ai minori nei mezzi di comunicazione quando ciò è contrario ai loro interessi, anche con il consenso del minore”.
L’articolo 4 della stessa Legge stabilisce inoltre che “i minori hanno diritto all’onore, alla privacy personale e familiare e alla propria immagine. Tale diritto comprende anche l’inviolabilità del domicilio familiare e della corrispondenza, nonché la segretezza delle comunicazioni”.
Il testo normativo indica anche che “la diffusione di informazioni o l’uso di immagini o nomi di minori nei media che possano implicare un’interferenza illecita con la loro privacy, il loro onore o la loro reputazione, o che siano contrari ai loro interessi, determineranno l’intervento della Procura della Repubblica” […].
È sorprendente che, se la legge viene applicata in caso di diffusione dell’immagine di un minore attraverso un mezzo di comunicazione come la televisione, la stampa scritta o la radio, siano previste sanzioni per le emittenti e che lo stesso non accada invece per i social network, nonostante la loro potenziale diffusione sia in grado di superare gli indici di ascolto di qualsiasi media tradizionale.

I social media sono alimentati da contenuti prodotti dagli utenti, la maggior parte dei quali non sono professionisti dell’informazione. Eppure, tendiamo a pensare che siano uno spazio privato protetto (o di nostra proprietà), in cui non abbiamo alcuna responsabilità come singoli utenti. E nemmeno come genitori se, come nel caso di Lucy ed Helen, la loro immagine, i loro dati personali e la loro identità sono messi a rischio dalla violazione della privacy dei bambini che tutti gli adulti dovrebbero proteggere.


Nuovi media, nuove minacce

Secondo lo studio del Children’s Commissioner del Regno Unito, un terzo degli utenti di Internet ha meno di 18 anni e tre bambini su quattro tra gli 8 e i 12 anni hanno un proprio profilo sui social network; evidentemente qualcuno a casa deve permettere loro di farlo, o addirittura aiutarli o incoraggiarli, perché le condizioni di accesso alle piattaforme di social media richiedono un’età minima di 13 anni per iscriversi.
La pubblicazione rende i bambini vulnerabili. Come descritto nel rapporto “Protezione dei dati”, realizzato dall’Unicef Argentina, “la maggior parte dei bambini e degli adolescenti (e molti dei loro genitori e assistenti) non sono consapevoli dei rischi potenziali della condivisione di dati personali su Internet. Molti non sanno nemmeno che questi dati sono di loro proprietà e che hanno il diritto di chiedere che non vengano diffusi, che vengano rettificati o che non vengano condivisi con terzi”.
L’esposizione dell’immagine e dei dati personali dei bambini sui social network consente, ad esempio, pratiche socialmente censurate come il bullismo o addirittura l’avvio di reati come il grooming, un processo attraverso il quale un individuo, tramite Internet, cerca di stringere amicizia con un minore per scopi sessuali […]
Le nuove sfide tecnologiche richiedono una preparazione adulta da parte dei genitori e, soprattutto, una lettura critica delle reti informatiche […].

Completamente mediatizzato? Pillola blu, pillola rossa

Uno studio pubblicato dalla rivista Informação & Sociedade: Estudos, condotto da ricercatori del Gabinete de Comunicación y Educación dell’Universidad Autónoma de Barcelona e che ha coinvolto più di mille studenti di giornalismo di 17 Paesi dell’America Latina, ha dimostrato che la seconda motivazione principale per la creazione di un profilo sui social network è la moda o lo status sociale che le piattaforme di social media sono in grado di garantire.
Sulla stessa linea, una ricerca condotta nel Regno Unito ha mostrato che ragazzi e ragazze erano consapevoli di dover rimanere fedeli a se stessi sui social media. Tuttavia, le ragazze si preoccupavano soprattutto di apparire “belle”, mentre i ragazzi si preoccupavano di sentirsi “cool” e di indossare i vestiti giusti per farlo.
Allo stesso tempo, i bambini che hanno partecipato allo studio hanno affermato che i social network permettevano loro di mantenere un’apparenza molto importante per l’approvazione sociale e per cercare la propria identità: una curiosa contraddizione che si manifesta soprattutto quando il bambino inizia la scuola secondaria.
Sembra che l’ecosistema mediatico costringa i ragazzi a prendere la pillola blu, cioè assumere il mondo virtuale, come un’illusione, e a condannare il mondo dell’infanzia sotto la realtà fisica ed emotiva della propria crescita, cioè la pillola rossa. Ma se le bambine sono soggette a continui post da parte dei genitori sui social media, quasi dalla nascita, può accadere che abbiano un’esperienza traumatica quando non possono essere presenti sui social media.
Non si tratta di distopia. Lo dimostrano gli esperimenti in cui si chiede ai giovani di vivere 24 ore della loro vita senza alcuna esposizione ai media. Alcuni di loro hanno addirittura visto la morte in agguato e non sono riusciti a terminare l’esperimento di 24 ore
Secondo il rapporto, i bambini hanno confessato di sentirsi a proprio agio quando ricevevano “Mi piace” dagli amici sui loro network, hanno mostrato segni di dipendenza dai loro “Mi piace” e hanno ammesso di aver usato tecniche e strategie per assicurarsene un alto numero sui loro post. I ricercatori hanno evidenziato che alcuni di loro iniziano a considerare le loro attività off line in base al loro potenziale di condivisione sociale sui loro social network.
I social network fanno credere agli utenti, compresi i bambini e i genitori, che la possibilità di diventare una celebrità mediatica sia a portata di click. Vale la pena portare i bambini a questo estremo? Che cosa ci spinge a voler essere una celebrità mediatica? Vivere fin dalla nascita nella realtà virtualizzata delle reti (pur senza pregi), può avere due tipi di conseguenze per i bambini che, oggi, a causa della loro giovane età, non sono in grado di decidere se vogliono o meno che i genitori pubblichino online foto e dati che li riguardano.
Nel primo caso, i ragazzi partono dal presupposto che la loro realtà dipenda dalla presenza sui network. Se non ci sono più, semplicemente non esistono. Scompaiono virtualmente e fisicamente; nel secondo caso, vedranno la loro vita così mediatizzata che finiranno col condannare i loro genitori. L’aspetto traumatico, in questo caso, è vedere la propria vita di bambino o adolescente pubblicata online e disponibile per qualsiasi utente. La storia di Elsa, 8 anni, riportata nel rapporto britannico, è chiara: “Una volta, mentre cantavo sotto la doccia, mamma ha nascosto la telecamera e ha fatto finta che avessi bisogno del bagno, poi ha premuto il pulsante di registrazione e ha iniziato a filmarmi”.

Bambini YouTubers?

Alcuni bambini sviluppano nuove aspirazioni che i social network trasformano in realtà. Senza aspettare di diventare adulti, possono vivere il futuro da bambini. Copiano i modelli di successo virale e imitano estetica, stili, produzioni. In una rapida scansione dell’avventura transmediale, il racconto audiovisivo che prosegue su altri media diversi da quello principale del programma Máster Chef Junior trasmesso dalla televisione pubblica spagnola, si scopre che tutti i partecipanti hanno account Twitter (nonostante molti di loro abbiano meno di 13 anni) con il messaggio che si tratta di account “supervisionati dai genitori” dei ragazzi.
Alcuni di loro raggiungono 3.000 follower, promuovono prodotti commerciali sulle loro reti e copiano i modelli di base delle tendenze mediatiche più popolari. Alcuni si definiscono addirittura con l’hashtag #MiniFashionBlogger; altri sono diventati YouTuber e hanno raggiunto 10.000 o 15.000. Una “mini YouTuber”, racconta sul suo canale dei sei costumi da bagno, ovviamente di diversi stilisti, che ha preso per le vacanze estive.
I suoi account Instagram hanno quasi 60.000 follower e osservare l’interazione che genera su alcuni profili, come si può vedere anche nei commenti ai suoi video su YouTube, ci permette di vedere i rischi a cui si espone. Insulti, prese in giro, richieste di informazioni personali, ironia sul proprio corpo, dichiarazioni d’amore, richieste per niente adatte alla loro età, linguaggio offensivo.
In teoria, questi account sono, per la maggior parte, supervisionati dai genitori.
Ma chi è che supervisiona i genitori?

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