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La difficile transizione verso il mondo del lavoro

Lo studio di Fondazione Agnelli e CRISP evidenzia tutte le difficoltà dei giovani che si affacciano sul mercato; la ministra Valeria Fedeli: “superare i divari, a partire da quelli territoriali e di genere” a cura di Antonio Santoro

Quando lo sguardo si ferma a considerare il futuro del nostro Paese e quello delle nuove generazioni, ritorna, immancabilmente, il tema della qualità della scuola e dei suoi percorsi di istruzione e formazione. È accaduto anche di recente, nel febbraio scorso, in occasione della presentazione dei risultati dello studio La transizione dei percorsi scolastici al mondo del lavoro per i diplomati degli istituti tecnici e professionali. Un’analisi delle banche dati amministrative, realizzato da Fondazione Agnelli e CRISP – Università di Milano Bicocca, col supporto operativo dell’Ufficio statistico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e della Direzione Generale dei Sistemi Informativi, dell’Innovazione Tecnologica e della Comunicazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS).

I dati delle rilevazioni effettuate ripresentano difficoltà e preoccupazioni del tempo presente, ed evidenziano soprattutto, ancora una volta, gli ostacoli e le strettoie che incontrano oggi i giovani nei loro itinerari di ingresso nel mondo del lavoro. In particolare precisano che “sul totale dei diplomati tecnici e professionali dei tre anni scolastici considerati (2011/2012, 2012/2013 e 2013/2014) solo il 30% ha proseguito gli studi a livello universitario […]. Gli altri hanno scelto di entrare subito nel mercato del lavoro, dove in questi anni non hanno trovato un contesto particolarmente favorevole: non più del 28% ha lavorato almeno sei mesi nei primi due anni post-diploma (occupati), mentre nello stesso periodo il 14,7% ha svolto impieghi saltuari e frammentari cumulando meno di sei mesi di lavoro (sottoccupati). Nel 27,3% dei casi i diplomati non sono invece risultati iscritti a corsi universitari né hanno avuto esperienze lavorative di alcun tipo: si tratta di una popolazione che per caratteristiche anagrafiche e esiti scolastici è in larghissima parte assimilabile alla categoria dei NEET”.

Inoltre, “le analisi confermano anche per i diplomati tecnici e professionali alcune tendenze più generali. Fra queste, lo svantaggio delle giovani diplomate rispetto ai loro colleghi maschi, quello dei diplomati di cittadinanza non italiana rispetto ai loro pari con cittadinanza italiana, quello dei neo-diplomati che hanno avuto carriere scolastiche accidentate e concluso gli studi con qualche anno di ritardo rispetto ai loro pari in regola con gli studi”.

Lo studio in esame indica, evidentemente, la rilevanza e l’ampiezza degli spazi di azione politica. Adeguatamente e tempestivamente riconosciuti dalla Ministra Valeria Fedeli con le annotazioni: “I dati ci dicono che dobbiamo lavorare per fare in modo che la preparazione che offriamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi consenta loro di trovare un’occupazione che sia sempre più in linea con le proprie attese. E che dobbiamo ulteriormente intervenire, e non solo sul fronte dell’istruzione, per superare i divari, a partire da quelli territoriali e di genere, che non garantiscono pari opportunità di accesso al mondo del lavoro”.

Le parole della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sembrano chiaramente avvertire che negli anni a venire bisognerà andare oltre le prospettive, pur apprezzabili, di “miglioramento e qualificazione dei percorsi formativi” indicate dalla Legge 107 del 2015 e, in termini più specifici, dal Decreto legislativo n. 61 del 13 aprile 2017.

La strada da percorrere era già stata invero delineata da Romano Prodi con l’indicazione dell’urgenza di “elaborare una strategia a livello nazionale in materia di preparazione delle nuove risorse umane, in primo luogo per fare capire agli italiani […] il ruolo chiave dell’istruzione applicata e per dettare quindi alle regioni le linee guida per mettere in atto un grande progetto di rilancio dell’istruzione tecnica, unitario negli obiettivi ma diversificato in funzione delle specialità e delle vocazioni locali. Aiutando anche concretamente, e in modo robusto, gli studenti che si iscrivono alle scuole tecniche. Un paese che, anche in situazione di crisi endemica, non produce un numero sufficiente di tecnici applicati, deve facilitare anche economicamente i giovani che, sempre più scarsi, si accingono a intraprendere questo tipo di studi. Può sembrare improprio sottolineare questa priorità in un’occasione in cui stiamo riflettendo sulle strategie di riduzione della povertà e della diseguaglianza, ma è importante avere sempre chiaro che una sapiente valorizzazione delle risorse umane è il primo passo per invertire il cammino dell’iniquità” (R. Prodi, Il piano inclinato, il Mulino, Bologna 2017, pp. 78-79).

Una strada sicuramente impegnativa, quella sollecitata da Prodi: per intraprenderla e attraversarla in maniera efficace, occorreranno attenzioni specifiche, determinazioni consapevoli e… competenze diffuse.

 

Riferimenti normativi

Legge 13 luglio 2015, n. 107

Decreto legislativo 13 aprile 2017, n.61

 

 

 

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