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L’esercizio della memoria storica: identità nazionale nel villaggio globale

La memoria collettiva risente pesantemente dei condizionamenti ideologici del nostro vissuto. Dopo il crollo delle grandi narrazioni e dei confini nazionali, resta il rispetto per un passato che, forse, non potrà mai essere compreso a fondodi Giuseppe Caramuscio*AbstractCome la memoria individuale, anche quella collettiva agisce in stretta simbiosi con i processi di formazione identitaria. La celebrazione delle ricorrenze storiche nazionali rappresenta quindi un segnale importante per cogliere tale relazione che, nel caso dell’Italia, ne rivela periodicamente la debolezza sia nel ricordo del proprio passato che nel riconoscimento della sua stessa identità.

Come per l’esperienza individuale, anche nella dimensione collettiva la celebrazione di ricorrenze serve sostanzialmente a due cose: a ricordare ciò che si deve (e soprattutto si vuole) ricordare e, contestualmente, a fare il punto della situazione presente rispetto a un problema dato.

Per sua specifica natura, il ricordo solo in apparenza è un’operazione rivolta esclusivamente al passato, mentre in realtà risente inevitabilmente degli stimoli indotti dal presente; tant’è che la memoria non è oggettiva, ma risulta fortemente influenzata dalla soggettività carica di emozioni e di vissuti. Se questo accade – ed è naturale che sia così – nell’intimo di ognuno di noi, per molti aspetti viene replicato nei dinamismi della memoria collettiva, che però assume una più grande responsabilità: ciò che viene elaborato collettivamente tende a diventare patrimonio comune e, in virtù di questa connotazione, assurge quasi a verità intoccabile. Da qui i problemi: chi decide cosa, quanto, come ricordare? Per rendersi conto di quanto le interazioni tra Storia e Memoria non siano affatto semplici e scontate, basti considerare i recenti atteggiamenti degli Italiani rispetto al loro passato più o meno recente.

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Ciò che viene elaborato collettivamente tende a diventare patrimonio comune e, in virtù di questa connotazione, assurge quasi a verità intoccabile

Dal 2006 a tutt’oggi si sono susseguiti, e in parte sovrapposti, almeno cinque anniversari molto importanti per la storia italiana contemporanea. Per un motivo o per l’altro, tutte le ricorrenze si sono richiamate al tema sempre vivo della nostra identità nazionale. Ha aperto la scia il lungo bicentenario del Decennio francese (1806-1815), periodo in cui la Francia napoleonica esporta, con le dovute cautele, le riforme già avviate in casa propria con la Rivoluzione del 1789. Riservato per lo più agli approfondimenti specialistici, questo periodo ha visto pienamente riconosciuta la sua funzione di incubazione del Risorgimento italiano, sviluppata sia attraverso la formazione di nuovi ceti dirigenti sia con la presa di coscienza del legame indissolubile tra la modernizzazione (sia pure imposta dall’esterno) e l’unificazione geo-politica della penisola. Unità d’Italia che nel 2011 ha ricevuto il suo riferimento più diretto e il riconoscimento in senso più divulgativo fra le varie celebrazioni, ma con un impatto sostanzialmente modesto sull’opinione pubblica e sulla produzione storiografica. Preceduta da polemiche circa la scelta del 17 marzo 1861 quale genetliaco della Nazione (può una Repubblica far suo il giorno della proclamazione del Regno d’Italia, peraltro incompleto dal punto di vista territoriale?), la festa del 1861 è stata triste, concentrata in pochi dibattiti e in qualche mediocre evento televisivo. Ben presto archiviato in soffitta, il centocinquantenario è stato ricordato complessivamente con toni piuttosto dimessi e preoccupati a confronto con le celebrazioni immediatamente precedenti (1961), quando un Paese in pieno miracolo economico esibì, accanto all’ottimismo presente e futuro, l’orgoglio del proprio passato risorgimentale, incentivando studi e divulgazione di elevata qualità.

Come valutare gli atteggiamenti presenti: irriverenti, agnostici o, in quanto scevri da ogni pesante condizionamento ideologico, più vicini al conseguimento della verità storica?

Ci siamo interrogati sul nostro modo di sentirci e di essere Nazione anche rispetto ai due conflitti mondiali novecenteschi, ormai difficili persino da distinguere per le giovani generazioni, forse ingannate dalla compresenza nei monumenti cittadini dei Caduti locali in entrambe le guerre, e ancor più disorientate dal superamento delle matrici ideologiche operanti nel ‘15-‘18 e nel ‘40-‘45. Anche in questo caso appare imbarazzante la comparazione con la celebrazione di cinquant’anni prima: nel 1968 i molti reduci sopravvissuti ricevettero dal presidente della Repubblica l’onorificenza di “Cavalieri di Vittorio Veneto” che, insieme a qualche modesta gratificazione pensionistica, espresse la gratitudine della Nazione a chi sacrificò anni della propria giovinezza per la sua causa. La testimonianza diretta dei loro vissuti entrò a far parte della narrazione nazionale. Ancor più complesso si presenta il dibattito intorno alla partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale, sia per la prossimità cronologica a quegli anni sia per gli esiti – assai negativi sul piano militare e morale – subìti dal nostro Paese. Il bilancio tracciato a settant’anni di distanza dagli anni conclusivi di quella tragedia ci ha indotto a ragionare in termini di “morte della patria” e di “guerra civile” quali chiavi interpretative dell’atteggiamento della popolazione civile e dell’esercito nei confronti della disfatta militare italiana e del crollo del regime fascista.

Abbiamo ravvisato nel durissimo e fondamentale ruolo delle donne negli anni bellici i motivi embrionali del riconoscimento delle pari opportunità

 Come valutare allora gli atteggiamenti presenti: irriverenti, agnostici o, in quanto scevri da ogni pesante condizionamento ideologico, più vicini al conseguimento della verità storica? La scontata impossibilità di raggiungere questo traguardo in senso assoluto non ci deve tuttavia far desistere dalla continua ricerca di chiarificazione: il confronto sulla variazione nel tempo delle nostre interpretazioni dei fatti storici deve costituire parte fondamentale di un metodo di lavoro che si sforzi di comprendere l’interdipendenza fra passato e presente. Un esempio della mutata sensibilità, che grazie alle sollecitazioni dell’attualità riesce a cogliere aspetti prima sottovalutati, può riscontrarsi nello spostamento dello sguardo critico dai grandi protagonisti agli umili e a categorie sociali prima non considerate nella loro peculiarità. È quanto accaduto per l’analisi della Grande Guerra, che anche nel recente lungo anniversario ha ulteriormente illuminato i microcosmi dei soldati-contadini, i caratteri specifici delle periferie italiane, il ruolo delle donne e dei giovani. È stata l’attenzione spostata su queste categorie che ci ha spinto a ricercare nell’Italia in guerra di cent’anni fa le radici del nostro presente e, se possibile, le potenzialità del nostro futuro. Abbiamo così ravvisato nel durissimo e fondamentale ruolo delle donne negli anni bellici i motivi embrionali del riconoscimento delle pari opportunità. Abbiamo così collegato le ansie dei giovani d’oggi per un mondo migliore all’interventismo dei loro coetanei del 1914, che avevano sperato nell’azione di rinnovamento morale – tragicamente delusa – attraverso la guerra. L’acquisizione di nuovi elementi sulle biografie dei Caduti, opera di un nutrito stuolo di studiosi dei fatti locali, ha restituito dignità a tanti militari, ritenuti per quasi un secolo indegni della Memoria perché deceduti in prigionia o nei lazzaretti di guerra anziché sul “campo dell’onore”.

Il tempo annacqua le passioni, seda i dolori, dona l’oblio e trascina tutti i ricordi se non ci sono motivi per mantenerli vivi. Il superamento della contrapposizione tra fascismo e antifascismo ci ha portato a considerare in modo diverso chi scelse di rimanere fedele all’esercito di Mussolini. Una più distaccata disamina ci aiuta a riconoscere anche ai nemici di un tempo le ragioni della positività e a non utilizzare più categorie manichee per le distinzioni nei fatti storici, tanto semplificanti quanto pericolose.

Abbandonate le ideologie del Novecento, all’uomo del Duemila il mondo appare del tutto divergente rispetto a quello percepito un secolo fa

La Memoria collettiva ha delegato importanti istituzioni alla conservazione di tutto ciò che ne è ritenuto degno non tanto per esigenza antiquaria, quanto piuttosto per guardare al futuro con rinnovata speranza. Abbandonate le ideologie del Novecento, all’uomo del Duemila il mondo appare del tutto divergente rispetto a quello percepito un secolo fa, sovvertito persino nei riferimenti spazio-temporali. Prima della Grande Guerra, oltre l’80% della popolazione mondiale viveva in quattordici imperi, mentre oggi sulla carta geopolitica si contano quasi duecento Stati sovrani. I trasporti e le telecomunicazioni hanno fatto del pianeta “un villaggio globale”, in cui non ha più senso parlare di “sacro suolo della patria”. Dei grandi punti di riferimento di allora oggi rimane ben poco: alcuni sono da tempo scomparsi, altri versano in una crisi profonda e forse, in alcuni casi, irreversibile. Rimane lo sforzo di comprendere, prima di giudicare, l’attenzione alla diversità cronologica (che spiega le altre differenze), il rispetto per chi ha sacrificato tutto anche in nome di ideali che ci appaiono assurdi. In altri termini, deve rimanere ciò che è l’impegno della ricerca seria, l’unica capace di sanare i contrasti tra Memoria e Storia.

 * docente Liceo Scientifico G. C. Vanini Casarano, gcaramuscio_2014@libero.it

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