• martedì , 7 Luglio 2020

L’esercizio della memoria storica: identità nazionale nel villaggio globale

La memoria collettiva risente pesantemente dei condizionamenti ideologici del nostro vissuto. Dopo il crollo delle grandi narrazioni e dei confini nazionali, resta il rispetto per un passato che, forse, non potrà mai essere compreso a fondo

di Giuseppe Caramuscio*

Abstract

Come la memoria individuale, anche quella collettiva agisce in stretta simbiosi con i processi di formazione identitaria. La celebrazione delle ricorrenze storiche nazionali rappresenta quindi un segnale importante per cogliere tale relazione che, nel caso dell’Italia, ne rivela periodicamente la debolezza sia nel ricordo del proprio passato che nel riconoscimento della sua stessa identità.

Come per l’esperienza individuale, anche nella dimensione collettiva la celebrazione di ricorrenze serve sostanzialmente a due cose: a ricordare ciò che si deve (e soprattutto si vuole) ricordare e, contestualmente, a fare il punto della situazione presente rispetto a un problema dato.

Per sua specifica natura, il ricordo solo in apparenza è un’operazione rivolta esclusivamente al passato, mentre in realtà risente inevitabilmente degli stimoli indotti dal presente; tant’è che la memoria non è oggettiva, ma risulta fortemente influenzata dalla soggettività carica di emozioni e di vissuti. Se questo accade – ed è naturale che sia così – nell’intimo di ognuno di noi, per molti aspetti viene replicato nei dinamismi della memoria collettiva, che però assume una più grande responsabilità: ciò che viene elaborato collettivamente tende a diventare patrimonio comune e, in virtù di questa connotazione, assurge quasi a verità intoccabile. Da qui i problemi: chi decide cosa, quanto, come ricordare? Per rendersi conto di quanto le interazioni tra Storia e Memoria non siano affatto semplici e scontate, basti considerare i recenti atteggiamenti degli Italiani rispetto al loro passato più o meno recente.

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