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Non guardarmi

Paola Perfetti e l’irresistibile fascino di Giunone

a cura di Vincenzo Sardelli

(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)

Obesità, una parola ingombrante. In Non guardarmi Paola Perfetti, filosofa, attrice di teatro, drammaterapista, affronta con ironia e leggerezza il tema delle “taglie forti”. Non guardarmi, la cui regia è stata riscritta in collaborazione con Alessandro Castellucci nel 2012, è uno spettacolo che trasforma il disagio in arte e ricerca, senza retorica e con onestà. Un progetto nato nel 2007, quando debuttò al teatro Binario 7 di Monza, città dove Paola Perfetti vive: «Ho sentito l’esigenza di una ricerca, di un approfondimento di un problema anche personale, perché io stessa sono una taglia forte. Avevo la curiosità di confrontarmi con modelli estetici diversi dal mio, a torto considerati vincenti».
Paola, viviamo l’epoca dell’apparenza, della fisicità. Un corpo magro, ben modellato, è il passepartout per accedere ai luoghi di potere, sociali o lavorativi che siano.
In realtà, una persona si identifica non tanto con la fisicità, quanto soprattutto con vissuti e sentimenti. La personalità si esprime anche attraverso il corpo, ma non certo attraverso i fianchi o il girovita. La bellezza è potere. Trasmette consapevolezza e sicurezza. Esprime l’identità di una persona. Ma non si valuta con il metro del sarto.

paola
Esiste un modello di bellezza standard?
Non esiste un modello universale, identico e invariabile nel tempo e nello spazio. La bellezza è questione di Dna, ma poi ognuno la vive e la interpreta in base alla propria personalità. Ognuno di noi, fisicamente, è diverso per altezza, lineamenti, struttura, colore e taglio degli occhi e dei capelli. Una donna può avere seni piccoli o seni abbondanti e questo viene accettato. Invece per il peso si fa eccezione. Ognuno ha un proprio peso, ma quello propagandato socialmente è un peso per tutti. Il fatto di doversi adattare a certi standard è frustrante. La frustrazione può determinare anche conseguenze gravi, come l’anoressia, la bulimia, l’obesità, la depressione.
Bisogna amarsi per quello che si è.
La bellezza è crescita interiore, e non può essere vincolata al solo parametro del peso. Ultimamente l’approccio all’obesità avviene con metodi terroristici. Tutti danno consigli alimentari, e per i politici l’obeso pesa non solo sulla bilancia, ma anche sulla sanità. Questi metodi mirano alla distruzione della persona, non alla prevenzione di una malattia.

Se l’individuo si sente accettato, si ama, e quindi è stimolato a mettersi a dieta. Se viene stigmatizzato, si sente reietto e inadeguato. Io non sono per l’orgoglio grasso, ma penso che la peggior disgrazia per un uomo sia di non saper amare se stesso. I media trasmettono un’idea grottesca dell’obesità, quella dei ciccioni americani che sfondano le sedie. È frustrante anche che l’obeso sia visto come un giocherellone allegro e spensierato: chi non riesce a corrispondere a questo identikit finisce per sentirsi doppiamente inadeguato. Gli stereotipi, che per contrappasso fanno dell’anoressico una persona triste, creano un vero malessere psicologico. L’obesità non è un’onta, è solo una caratteristica della persona. È la mente che plasma il corpo, non il corpo che dà il carattere. Occorre una rivoluzione copernicana nella mentalità corrente.

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