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Novità per il sostegno degli alunni disabili

Inclusione, progetto di vita, centro unico sono le parole chiave della Legge delega sul sostegno. Entro fine anno il decreto attuativo

di Agata Scarafilo

 

scuola disabiliSostegno? No, inclusione! Potremmo sintetizzare così le novità che la Legge delega sul sostegno porterà entro fine anno.

Novità già contenute, per la verità, nell’art. 1, comma 181, lettera c), della Legge 107/2015, che detta i principi cardine su cui dovrà basarsi l’emanazione del decreto delegato attraverso il quale il
Governo promuoverà l’inclusione scolastica, revisionando il sostegno. Una revisione che avverrà da più prospettive, ma che convergerà in una progettualità condivisa dell’azione educativo-didattica.

Fermi nel sostenere che ci può essere inclusione solo se vi è la effettiva collaborazione di tutti i soggetti interessati nel processo, e se il coinvolgimento delle parti in causa (scuola, famiglia, ente locale e ASL) sarà non solo totale (già oggi lo è), ma sopratutto contestuale.

Le intenzioni, trapelate dalle parole del sottosegretario Faraone, sono quelle di realizzare un “progetto di vita” che, partendo dal una progettualità individuale, arrivi a coinvolgere  tutti gli attori istituzionali attraverso la costituzione di un “Centro Unico”, che metterà in relazione scuole, ASP e Inps. La finalità è quella non solo di snellire la procedura per l’assegnazione delle ore di sostegno, ma anche di favorire una maggiore collaborazione tra i soggetti interessati al progetto di inclusione. Un aspetto, questo, di non poco conto che permetterà, se tutto dovesse andare in porto, di neutralizzare tutti quei tempi morti e di passaggio delle pratiche tra un ente e l’altro che spesso incidono negativamente sulla determinazione nelle scuole degli organici di diritto e di fatto relativamente all’insegnamento di sostegno.

Se la favola avrà davvero un lieto fine, la conseguenza di tutto ciò sarà quella di garantire, a seconda delle varie problematiche, il supporto ai bambini in situazione di handicap già i primi giorni di scuola, senza più penare per i così detti “posti in deroga”.

Attualmente tutto l’iter si attiva con la segnalazione del “caso” a cui segue la diagnosi iniziale, denominata “Diagnosi funzionale” (DCF), che descrive analiticamente la compromissione funzionale dello stato psico-fisico dell’alunno in situazione di handicap e in relazione ai seguenti livelli:

  1. a) cognitivo (livello di sviluppo raggiunto e capacità di integrazione delle competenze);
  2. b) motorio-prassico (motricità globale e motricità fine);
  3. c) neuropsicologico (memoria, attenzione e organizzazione spazio-temporale);
  4. d) affettivo-relazionale (livello di autostima e di rapporto con gli altri);
  5. e) linguistico (comprensione, produzione e linguaggi alternativi);
  6. f) sensoriale (tipo e grado di deficit della vista, udito e tatto);
  7. g) autonomia personale e sociale.

Tale diagnosi attualmente è effettuata dall’unità multidisciplinare composta dal medico specialista nella patologia segnalata, dallo specialista in neuropsichiatria infantile, dal terapista della riabilitazione e dagli operatori sociali in servizio nella ASL. Il documento, dunque, viene  rilasciato dai competenti servizi dell’ASL.

In sintesi, in questo documento si evidenziano difficoltà, capacità e potenzialità di sviluppo dell’alunno, secondo la classificazione ICF – International Classification of Function.

Alla Diagnosi Funzionale (DCF) e al verbale redatto ai sensi del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 febbraio 2006, n. 185,  segue l’atto che la scuola compie con la richiesta dell’insegnante di sostegno all’USP.

L’ASL, a sua volta, ha il compito di valutare anche l’eventuale bisogno di assistenza (assistente educativo culturale, operatore socio sanitario o operatore socio educativo). Così, se ne dovesse ravvisa la necessità, inoltrerà la richiesta alla Scuola dove è iscritto l’alunno disabile, all’Ambito e all’Ente Locale (Ufficio Servizio Sociale del Comune).

Cosa diversa è, invece, il Profilo Dinamico Funzionale (PDF), e che è redatto dall’unità multidisciplinare, dai docenti curricolari e dagli insegnanti specializzati ed è sottoscritto dalla famiglia dell’alunno. Esso descrive anche i livelli di risposta dell’alunno riferiti alle relazioni in atto e a quelle programmabili.

Così, la diagnosi funzionale (DCF) si può sintetizzare come il bisogno, mentre il Profilo dinamico (PDF) è il raccordo tra la Diagnosi Clinica e la Programmazione educativa individualizzata (PEI). Un documento che, pur essendo di durata annuale, non è rigido nella sua impostazione in quanto può essere sottoposto a periodiche verifiche e adeguamenti, se necessari.

Il PEI viene redatto dagli operatori sanitari, dagli operatori sociali, dai docenti curricolari e di sostegno della scuola, dai genitori e dall’operatore psico-pedagogico.

Il PEI rappresenta oggi quel progetto globale di integrazione nel quale confluiscono attività di didattiche, riabilitative e sociali e contiene, oltre dati conoscitivi sull’alunno, i dati conoscitivi della famiglia dell’alunno disabile, i dati conoscitivi sulla organizzazione scolastica, gli interventi esterni programmati ai fini riabilitativi, psicologici e fisioterapici. In genere le scuole designano una figura di responsabile/coordinatore (sovente un insegnante di sostegno) che raccolga le varie indicazioni e dialoghi con i diversi docenti e con la famiglia.

Quello che era un iter oramai consolidato nelle scuole cambierà con quella che viene annunciata come la “riforma sul sostegno”. Così, si apprende, ad esempio, che l’inclusione dell’alunno con disabilità non si realizzerà, come accade oggi, con la quantificazione delle ore di sostegno necessarie per la “copertura” del tempo scolastico. Sembra che non sarà più unicamente la gravità della disabilità a determinare i bisogni dell’alunno, ma si punterà più che altro alle sue necessità reali.

Per fare un esempio: un bambino con un ritardo cognitivo potrebbe avere in comune con un bambino in carrozzella la diagnosi di gravità rilasciata dalla commissione medica, ma i bisogni reali dell’uno rispetto all’altro potrebbero essere completamente diversi, in quanto il primo potrebbe avere bisogno effettivamente dell’insegnate di sostegno e l’altro, invece, semplicemente del supporto di un operatore socio educativo per favorirne l’autonomia.

Così, sarà richiesto di entrare nel merito e per stabilire cosa in pratica serve nel concreto all’alunno disabile per conseguire il successo formativo e, quindi, realizzare davvero il così detto “Progetto di vita”. Sarà, naturalmente, compito dei consigli di classe individuare le necessità dell’allievo e tutte le misure indispensabili affinché si realizzi, nelle sue varie componenti, la tanto declamata “inclusione scolastica”.

Dunque, il docente di sostegno non dovrà essere considerato l’unico docente a cui è affidata l’integrazione.

La riforma toccherà anche la formazione dei docenti specializzati, che dovranno approfondire le competenze sui diversi tipi di disabilità, ma anche garantire la continuità didattica (in tal senso si prevedono novità importanti relative al supporto dell’alunno da parte del medesimo insegnante anche nei passaggi da un ordine di scuola all’atro).

La formazione, però, non riguarderà più solo i docenti di sostegno, ma l’intero organico scolastico. Nelle classi in cui saranno iscritti alunni con disabilità, tutti gli insegnanti dovranno redigere, per ogni studente, un “piano di studi personalizzato” e, per farlo, dovranno partecipare ad attività formative, che toccheranno aspetti anche afferenti la “didattica dell’inclusione scolastica”.

Un’altra novità importante sarà la realizzazione di un legame sempre più forte tra il PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) e il Piano di Inclusione che, unitamente alla “valutazione diagnostica-funzionale” e al “progetto individuale”, costituirà la base su cui sarà possibile proporre all’Ufficio Scolastico Regionale le richieste di risorse per il sostegno. La progettazione, delle scuole sarà dunque fondamentale al fine di realizzare una vera inclusione, che tenga conto non solo delle risorse umane (docenza, assistenza, ecc.), ma anche delle risorse materiali (supporti didattici ed educativi) e dei bisogni effettivi a cui dover far fronte.

Il progetto di inclusione prenderà in carico tutti, ossia alunni disabili e normodotati.  Infatti, dovrà coinvolgere anche gli alunni con ”Disturbo specifico di apprendimento” (DSA), ma anche gli alunni con “Bisogni educativi speciali” (BES), tra i quali rientrano anche coloro che sono in condizioni socio-economiche svantaggiate e gli stranieri. Un progetto di più ampio respiro, che coinvolgerà altresì tutti coloro che per varie ragioni incontrano difficoltà ad inserirsi a scuola e a impegnarsi nello studio.

Insomma, detta così, sembra che alle porte ci sia davvero una bella riforma, che rivoluzionerà il modo di essere e di sentirsi inclusi nella scuola.

Tuttavia, si spera che davvero le motivazioni e i principi siano quelli espressi dall’art. 1, comma 181, lettera c), della Legge 107/2015, al fine di scongiurare l’amara sorpresa di una riforma che, non sia mai, possa invece celare un piano strategico di razionalizzazione della figura del docente di sostegno, sopperito magari da semplici supporti didattici finanziati dagli Uffici Scolastici Regionali. Al momento, però, accogliamo positivamente le belle intenzioni, per il resto, chi vivrà vedrà!

 

Novità per il sostegno degli alunni disabili di Agata Scarafilo

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