• lunedì , 16 settembre 2019

Radaelli, su e giù per il mondo con Walter Bonatti

a cura di Vincenzo Sardelli

(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)

Una vita per l’avventura. Il tragitto di un uomo attraverso spazi misteriosi, con mezzi rudimentali, e un’infinità d’insidie e prove da superare. In capo al mondo, monologo di Luca Radaelli e Federico Bario, con Luca Radaelli e Maurizio Aliffi alla chitarra, racconta il duplice volto – eroico e umano – del “re delle Alpi” Walter Bonatti.
È l’amore per le altitudini che accompagna come sentimento atavico i lombardi. Specie se nati vicino a «quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti».
«Lecco, la città dove sono nato – spiega Radaelli, direttore artistico di Teatro Invito – è una delle capitali mondiali dell’alpinismo. A Lecco tutti vanno in montagna, parlano di montagna. Io amo la montagna, ma ho scelto di occuparmi di teatro. Qual è il nesso? Come diceva Carlo Mauri, un grande alpinista lecchese: “L’avventura, l’amore e l’arte sono le tre cose che ti fanno battere il cuore”».
Nelle montagne della Valtellina, a nord di Lecco, il bergamasco Walter Bonatti (1930-2011) passò gli ultimi vent’anni della sua vita con la compagna, l’attrice Rossana Podestà. Due mondi diversi, Walter e Rossana, lui stella alpina, lei stella del cinema. Ma, nell’ordinario, avevano gli stessi gusti, lo stesso stile di vita, improntato alla libertà e ai viaggi.
Al Teatro Libero di Milano Luca Radaelli interpreta Bonatti come distillato esplosivo condensato: un uomo dotato di un’incredibile dose di volontà, forza, coraggio, temerarietà e testardaggine.

In_capo_al_mondo_Radaelli
Parallelepipedi di cartoni formano una scenografia che è sfondo su cui proiettare immagini. I cartoni a volte sono assemblati in verticale, a formare cime montuose e pareti rocciose. In abito coloniale, Radaelli riproduce la vita straordinaria di un eroe contemporaneo. Ripercorre le imprese che costellarono i quindici anni della sua grande stagione alpinistica, fino alla decisione di chiudere con il mondo della montagna – ma non con l’avventura – per dedicarsi all’esplorazione. Non mancano le prove a volte tragiche che Bonatti dovette superare in montagna. Furono esperienze fondamentali per la sua crescita e maturazione, e tutt’uno con la sua esistenza. La sua forza traeva origine dalle difficoltà che incontrava nelle scalate. Viveva l’alpinismo non come metafora della vita, ma come la vita stessa, spazio indefinito per l’incontro con l’assoluto. Eppure non gli furono risparmiate critiche e invidie.
Bonatti realizzò prodezze uniche rimaste nella storia: la sua drammatica partecipazione alla conquista del K2; la scalata in solitaria del Petit Dru, nel gruppo del Monte Bianco; la tragica impresa sul Pilone Centrale del Frêney; la vittoriosa salita sul Gasherbrum IV nel Karakorum; i numerosi viaggi che lo condussero dalla Siberia all’Alaska, dalla Tanzania al Kenya, dal Perù al Messico, all’Oceania. Con tanto di reportage giornalistici scritti sul settimanale «Epoca».




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