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Radaelli, su e giù per il mondo con Walter Bonatti

a cura di Vincenzo Sardelli

(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)

Una vita per l’avventura. Il tragitto di un uomo attraverso spazi misteriosi, con mezzi rudimentali, e un’infinità d’insidie e prove da superare. In capo al mondo, monologo di Luca Radaelli e Federico Bario, con Luca Radaelli e Maurizio Aliffi alla chitarra, racconta il duplice volto – eroico e umano – del “re delle Alpi” Walter Bonatti.
È l’amore per le altitudini che accompagna come sentimento atavico i lombardi. Specie se nati vicino a «quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti».
«Lecco, la città dove sono nato – spiega Radaelli, direttore artistico di Teatro Invito – è una delle capitali mondiali dell’alpinismo. A Lecco tutti vanno in montagna, parlano di montagna. Io amo la montagna, ma ho scelto di occuparmi di teatro. Qual è il nesso? Come diceva Carlo Mauri, un grande alpinista lecchese: “L’avventura, l’amore e l’arte sono le tre cose che ti fanno battere il cuore”».
Nelle montagne della Valtellina, a nord di Lecco, il bergamasco Walter Bonatti (1930-2011) passò gli ultimi vent’anni della sua vita con la compagna, l’attrice Rossana Podestà. Due mondi diversi, Walter e Rossana, lui stella alpina, lei stella del cinema. Ma, nell’ordinario, avevano gli stessi gusti, lo stesso stile di vita, improntato alla libertà e ai viaggi.
Al Teatro Libero di Milano Luca Radaelli interpreta Bonatti come distillato esplosivo condensato: un uomo dotato di un’incredibile dose di volontà, forza, coraggio, temerarietà e testardaggine.

In_capo_al_mondo_Radaelli
Parallelepipedi di cartoni formano una scenografia che è sfondo su cui proiettare immagini. I cartoni a volte sono assemblati in verticale, a formare cime montuose e pareti rocciose. In abito coloniale, Radaelli riproduce la vita straordinaria di un eroe contemporaneo. Ripercorre le imprese che costellarono i quindici anni della sua grande stagione alpinistica, fino alla decisione di chiudere con il mondo della montagna – ma non con l’avventura – per dedicarsi all’esplorazione. Non mancano le prove a volte tragiche che Bonatti dovette superare in montagna. Furono esperienze fondamentali per la sua crescita e maturazione, e tutt’uno con la sua esistenza. La sua forza traeva origine dalle difficoltà che incontrava nelle scalate. Viveva l’alpinismo non come metafora della vita, ma come la vita stessa, spazio indefinito per l’incontro con l’assoluto. Eppure non gli furono risparmiate critiche e invidie.
Bonatti realizzò prodezze uniche rimaste nella storia: la sua drammatica partecipazione alla conquista del K2; la scalata in solitaria del Petit Dru, nel gruppo del Monte Bianco; la tragica impresa sul Pilone Centrale del Frêney; la vittoriosa salita sul Gasherbrum IV nel Karakorum; i numerosi viaggi che lo condussero dalla Siberia all’Alaska, dalla Tanzania al Kenya, dal Perù al Messico, all’Oceania. Con tanto di reportage giornalistici scritti sul settimanale «Epoca».





Impossibile dare conto di tutte le vie aperte da Bonatti, di tutte le avventure estreme di un alpinista ed esploratore romantico. Che si nutriva della stessa curiosità di Ulisse in un perpetuo ritemprarsi, ricercarsi, ritrovarsi nella Natura.
Il merito di Radaelli è di fare ricerca partendo da una suggestione. Mette al centro una persona come noi, fragile, vulnerabile, con un sogno. E quel sogno l’ha realizzato perché animata da un’immensa passione. Attraverso il grande alpinista, Radaelli ci ricorda l’insensatezza della mentalità comune, che contrappone il sogno alla realtà, la fantasia e la teoria alla pratica. I geni sono tali perché non pensano secondo questa distinzione. Non a caso Bonatti affermava: « La realtà è il cinque percento della vita. L’uomo deve sognare per salvarsi». Qui capiamo, già dalle sue letture, da quella carrellata-video sui suoi libri da bambino (London, Stevenson, Salgari, ecc.), che tutti i bambini sognano, ma i sogni li realizzano solo gli adulti che non smarriscono l’ardire fanciullesco. Che non smettono di amare, ad esempio, la geografia, la storia o l’astronomia. E affrontano il pericolo con l’equipaggiamento giusto, e un pizzico di follia.
In scena vediamo imprese e paesaggi inesplorati, sogni, purezze, vette. Federico Bario e Luca Radaelli scrivono il testo prima di tutto ricreando una terra vergine di emozioni. Siamo bambini dentro l’ignoto. Spalanchiamo la bocca aperta davanti alle avventure di Bonatti. Guardiamo lo spettacolo un po’ con gli occhi dei piccoli, un po’ con gli occhi dei grandi. Il testo è costruito come contrapposizione fra queste parentesi d’indole purissima, eppure espressive di una società contaminata fino all’irragionevole da tutto quanto un uomo non dovrebbe essere. Rappresentativi gli ultimi giorni di vita di Bonatti malato di cancro al pancreas, cui fu impedito di vedere la donna che amava solo perché il loro legame non era sigillato da un matrimonio “regolare”. Ma anche in montagna riscontriamo le profonde fragilità umane: abissi di meschinità, invidie, ripicche, di cui Bonatti fu vittima da parte talvolta degli stessi compagni di cordata. Immagineremmo che lassù, sul Cervino o sul K2, tali bassezze non ci siano. Invece sono insite nel genere umano. Chissà che adesso, che è ancora più in alto del K2 o dell’Everest, Bonatti non se ne sia finalmente emancipato.
La creazione musicale di Maurizio Aliffi non è mai colonna sonora, ma emozione ambientale. Né intermezzo, né commento, è una nota flebile per niente invasiva. Le luci sono così vere che pare d’essere davvero in montagna, di sentire il gelo notturno che congestiona, e il sole del mattino che rimette in circolo il sangue restituendo la vita. Affascinanti le immagini proiettate, stavolta sì in maniera invasiva: sequenze di deserto o d’acqua, di bosco o di cime innevate. E l’attore a muoversi dentro, in una fusione panica. Il testo, luminoso e a tratti poetico, si fa seguire impreziosito da varie citazioni come il Libro di Giobbe, fino a Luzi e Montale. Sul piano recitativo, risalta la voce di Radaelli, sorprendentemente calda e musicale.
Il racconto di viaggio diviene biografia. Ci restituisce la storia di un uomo che è stato in grado di realizzare il proprio sogno di libertà, rendendoci partecipi dello stupore di fronte a quello che appare ormai come un mondo perduto.

IN CAPO AL MONDO – IN VIAGGIO CON WALTER BONATTI
di Federico Bario e Luca Radaelli, con Luca Radaelli e alla chitarra Maurizio Aliffi
immagini a cura di Paola Nessi, progetto luci e tecnica Michele Napione e Marco Mantella
videoinstallazione Daniele Lorenzo Fumagalli, organizzazione Elena Scolari
con la collaborazione di Rossana Podestà
produzione Teatro Invito
(con il patrocinio di CAI Lecco e il sostegno di Regione Lombardia per il Progetto NEXT)
ETÀ: dai dodici anni in su

info@teatroinvito.it, tel. 3356680609

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