• giovedì , 22 agosto 2019

Se l’integrazione evita una strage

Sono “storie di (stra)ordinaria umanità” quelle che raccontano un’Italia a porti aperti, un Paese in cui i bambini fanno squadra per evitare una strage, senza pensare alle proprie origini

 

Sono un ragazzo fortunato. Famiglia normale, corso di studi nella media, tempo libero da condividere con amici con i quali faccio molte chiacchiere non proprio impegnative ma, anche se non capita spesso per la verità, certe volte serie. Succede quasi sempre quando su Facebook, o scambiando messaggi su WhatsApp con i quelli del mio giro, ci capita di leggere notizie clamorose, come quella del 20 marzo: la strage di ragazzini sfiorata vicino a Milano. Una “storia di (stra)ordinaria umanità”, come quelle che proprio in questi giorni circolano sul sito di GCE Italia e sui social con l’hashtag #giovaninarratori.

 

Il fatto è ormai noto. L’autista senegalese, su un bus che trasportava in gita una cinquantina di studenti di una scuola media di Crema e alcuni loro insegnanti, ha tentato di dar fuoco al mezzo, per uccidere se stesso e tutti gli occupanti. Una pazzia incredibile. In Italia non abbiamo avuto mai episodi gravi di attentati alla vita di tante persone, ed ho sempre pensato che il nostro Paese sia fortunato, anche se non so spiegarmi il perché, fino ad oggi. L’episodio non ha avuto gravi conseguenze per nessuno, pochi ustionati lievi e il bus distrutto dalle fiamme, ma la cosa che mi ha sconvolto subito dopo aver appreso questa notizia, è che questo autista, che è stato arrestato, ha detto ai carabinieri che voleva vendicare le morti in mare di centinaia di bambini che annegano durante i tanti tentativi di fuggire dalla disperazione di Paesi in guerra, o in condizioni economiche al limite della sopravvivenza. Si sono salvati tutti perché un ragazzino, figlio di immigrati egiziani, è riuscito a chiamare i carabinieri e a dare esattamente la loro posizione, mentre i suoi compagni piangevano e facevano rumore per “coprirlo”.

 

E allora, vai a capire perché, ho pensato al mio videogame preferito, che condivido in rete con un gruppetto di patiti come me. Si tratta di azioni di guerriglia ambientati in vari scenari, con la solita trama: noi buoni e loro cattivi. Ma c’è una piccola componente da usare con intelligenza e che può fare la differenza tra vittoria e sconfitta. Si chiama “power unit”, la possibilità che ti dà il sistema di fare rifornimento di armi e munizioni quando ti trovi in situazioni disperate. Quel ragazzino del bus, grazie al suo cellulare, ha attinto alla sua “power unit”, che altro non era che lo spirito di sopravvivenza, per sé e per tutti gli altri su quel maledetto bus. Se ci pensate bene, siamo tutti noi, le decine di milioni di ragazze e ragazzi nati in questo millennio, ad avere a disposizione una leva di potere straordinario, forse senza precedenti nella storia. L’esempio più recente è la battaglia per la conservazione del Pianeta attraverso la lotta al riscaldamento globale che ha fatto la mia coetanea Greta, una ragazzina svedese che, nonostante il limite di una malattia, ha trovato in se stessa la forza di mobilitare mezzo mondo. Ha fatto ricorso alla sua “power unit”!

 

Prendiamo coscienza, dunque, anche in Italia dell’energia dirompente che possiamo mettere in campo noi tutti, se puntiamo insieme al conseguimento dello stesso obiettivo. Non formule generiche di partecipazione, condanna e propositi per un astratto “futuro migliore”, come dichiarano da sempre gli adulti. Quel ragazzino delle medie di Crema e quella sedicenne svedese hanno dimostrato in un arco di tempo ravvicinato che questa generazione ha l’energia, lo spirito e il coraggio per dare un contributo reale.

Se l’Italia è attraversata da un’ondata di razzismo ormai evidente a tutti, è anche perché nessuno si sta domandando dove può portare questo modo di intendere “diversa” una persona, semplicemente perché non ha la pelle bianca o perché non va in chiesa come noi, o perché non parla perfettamente l’italiano o per altre sciocchezze del genere. Oggi sentiamo tutti, anche noi ragazzi, il bisogno di svoltare, di dire alcuni basta, di fermare senza riserve questo andazzo, di batterci tutti insieme e ognuno per sé stesso, se la politica degli adulti continua a farci convivere con questo mostro, se non addirittura a incoraggiarlo. Il gesto criminale di quell’autista è un campanello d’allarme da non sottovalutare: se aiutiamo chi viene da lontano ad integrarsi pacificamente senza sentirsi ospite indesiderato, abbasseremo il rischio che questi episodi estremi si ripetano.

 

Ma nell’era della condivisione, bisogna anche condividere le tante storie buone: quella di un manipolo di ragazzini che ferma il fondamentalismo; quelle, e sono sicuro che ce ne sono tante, che lontano dal clamore migliorano ogni giorno la nostra Italia. Mettiamole noi davanti alle telecamere, diventiamo noi #giovaninarratori.

Disponiamo tutti di una “power unit” da attivare. Facciamolo, e dimostriamo a tutti che ci siamo anche noi  nella società di oggi e che vogliamo contare.