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Genitori “pericolosi”

Il racconto di una giornata alle prese con i mass media

di Rita Bortone

Sequenze narrative

Sfogliando il “Quotidiano” di Lecce mentre ero ancora a letto, leggevo della lettera scritta da una preside della mia città a più di quattrocento genitori: li attaccava per una circostanza specifica, relativa al mancato rispetto di alcune regole poste dall’Istituto in merito alla fruizione del cortile esterno della scuola, ma lanciava accuse anche pesanti in merito ad atteggiamenti e comportamenti evidentemente manifestati in situazioni pregresse.

“E’ oltremodo mortificante e semplicemente impensabile che questo patrimonio di valori e principi, rappresentato dalle persone del mondo professionale della scuola, venga in un momento sconfermato, offeso e vilipeso dall’altro anello fondante della catena educativa: la famiglia. Sembra paradossale, ma gli episodi di ”indicibile inciviltà”, verificatisi in questi giorni nella comunità scolastica della sede di San Domenico Savio, hanno evidenziato quanto sia fragile un sistema educativo che stenta a condividere in alleanza con la scuola i valori fondanti della legalità e del rispetto delle regole che governano i sistemi sociali”. L’articolo giornalistico sintetizzava poi le mancanze imputate dalla dirigente ai genitori: sistematico arrivo in ritardo senza presentare una giustificazione o firmare un permesso d’ingresso; la sponda che offrirebbero mamma e papà a quegli alunni disinteressati all’apprendimento e negligenti; il deterioramento del linguaggio e la deriva verso l’abuso di violenta e gratuita volgarità, conseguenze del mancato controllo a casa dell’accesso smodato a tablet, smartphone, computer e social; sino alla consuetudine di scaricare sul compagno il comportamento scorretto rilevato dall’insegnante.
Presa da un impeto di rabbia verso gli arroganti atteggiamenti denunciati e di solidarietà verso una collega che aveva il coraggio di dire ad alta voce quanto moltissimi dirigenti lamentano quotidianamente sotto voce, sono andata precipitosamente sulla mia tastiera e, senza neanche fare colazione, ho scritto quello che pensavo e l’ho inviato come contributo allo stesso “Quotidiano”. Ne riporto il testo.
“Solidarietà piena alla Preside Zingarello, con l’auspicio che sia d’esempio ad altri. Leggo della sua lettera sulla stampa e non so nulla della situazione del San Domenico Savio, delle regole imposte dall’Istituto, dei comportamenti pregressi dei genitori. So per certo, però, che i genitori d’oggi, sul piano pedagogico, diventano ogni giorno più pericolosi per i propri figli: permissivismo, giustificazionismo, mancata accettazione dell’errore e della colpa, declinazione di responsabilità e facilità d’accusa verso altri, protezione dalla fatica, beni di consumo a volontà, adeguamento alle mode, accettazione, se non anche compiacimento, di comportamenti smodati, appagamento per un successo comunque conseguito…
Appena nascono, per far felici mamme e papà sono già simpaticissimi cialtroncelli di cui andare orgogliosi. Il patto educativo sta saltando.
Sospesi dalle lezioni un ragazzino che giorno dopo giorno, seduto all’ultimo banco, aveva fatto un buco nella parete di cartongesso che separava due aule, e ricordo ancora l’urlo del genitore che il giorno dopo in presidenza mi accusò, col pargolo preso per mano, di averlo traumatizzato con quell’intervento punitivo: in fondo cosa aveva fatto di male? Solo un buco nel muro! E ricordo la mamma ansiosa e rivendicativa che pretendeva di entrare in classe a portare la colazione al figlio che l’aveva dimenticata a casa, e il suo occhio incredulo di fronte alla mia palese insensibilità: “No, signora, lei non entra in classe. Se oggi suo figlio avrà fame, domani ricorderà di prendere il panino uscendo da casa”. Ma ricordo anche la mamma democraticissima che comprendeva i diritti di tutti ma chiedeva che suo figlio non fosse seduto accanto al ragazzino con disabilità, e quella che trovava eccessivi i compiti a casa e pontificava che i ragazzi il pomeriggio devono esser liberi di giocare o di fare sport o danza o non so cos’altro. E infine ricordo la professionista affermata e firmatissima che, seduta di fronte alla mia scrivania, altezzosamente recriminava di non essere riuscita a fare non so quale comunicazione telefonica alla figlia (i ragazzi allora non erano dotati di cellulari e le telefonate dal centralino della scuola rispondevano a determinate regole), e il mio sforzo nel dirle garbatamente e motivatamente quali erano le regole dell’Istituto in merito alle telefonate e nel segnalarle che, se le nostre regole non le andavano bene, avrei volentieri firmato il nulla osta per il trasferimento della ragazza in altra scuola (la mia frase all’assistente amministrativa: “Teresa, prepara il nulla osta per la signora….” era diventata il simbolo del mio atteggiamento nei confronti dei genitori rivendicativi e arrogantelli che pretendevano di dettare le regole o di contravvenire alle regole a loro piacimento).
Parlo di dieci, quindici anni fa: erano casi isolati, le prime avvisaglie di una situazione che sarebbe precipitata, e continua a precipitare, in pochi anni.
Quello che oggi la Preside Zingarello ha avuto il coraggio di urlare corrisponde al pensiero di insegnanti e dirigenti dell’intera nazione. Ma la paura del contenzioso, della conflittualità palese, della mancata iscrizione, della barbara aggressione, della stampa, della distruzione mediatica impediscono di gridare la rabbia, la stanchezza, l’esasperazione, la rinuncia che ispirano ormai gli atteggiamenti e le scelte di moltissime scuole.
L’ipocrisia nazionale affida oggi alle scuole le deleghe educative più disparate: dal rispetto della Costituzione all’educazione alla cittadinanza attiva, dalla tutela dell’ambiente alla promozione dell’intercultura, dalla cooperazione all’accettazione del diverso, dall’uso ragionato delle tecnologie allo sviluppo del pensiero critico. Ci deve pensare la scuola… Finanziamo dei progetti di scuola. E’ responsabilità della scuola, colpa della scuola. Ma è ipocrisia collettiva. Perché la scuola non ha strumenti di fronte all’avanzare della crisi culturale e morale che attraversa la società e le famiglie. E la società continua, “senza scuola”, a mostrare i segni di un degrado che vede spazzare via le gerarchie di valori, confondere il discrimine tra il bene e il male, irridere la cultura e il sapere, sminuire il senso e il valore di ruoli e istituzioni, smarrire il senso di comunità, affermare spregiudicatezza ed autoaffermazione, sostituire la giusta rivendicazione col diffuso e astioso rivendicazionismo. Che vede l’esser benevoli col proprio senso etico e rigorosi e giustizialisti con gli errori altri, il dar valore al dovere dell’altro e mai al proprio.
Che la scuola negli ultimi decenni abbia perso credibilità e immagine sociale, per responsabilità di molti e talvolta anche sue, è un dato di fatto.
Che la problematicità della pratica educativa e didattica nelle scuole sia diventata elevatissima e spesso insostenibile a causa delle trasformazioni dei costumi, della eterogeneità dei ragazzi, della pervasività della tecnologia, è un dato di fatto.
Ma è un dato di fatto gravissimo che il patto scuola-famiglia, condizione necessaria dell’efficacia educativa della scuola, sta venendo precipitosamente meno. La famiglia è, sempre più, portatrice di valori altri rispetto a quelli cui la scuola è chiamata, faticosamente, ad educare.
Fortunati quei ragazzi che hanno bravi insegnanti. Ma fortunati quei ragazzi cui dal papà o dalla mamma viene dato un ceffone (non importa se fisico o morale) se fanno un buco nel muro o se maltrattano il compagno o se trasgrediscono una regola, o se mancano di rispetto ad un insegnante. Fortunati se non viene portata loro in classe la colazione dimenticata a casa, fortunati se viene loro limitato l’uso del tablet o la visione di certi programmi TV. Fortunati se non è loro concesso il “diritto” di non fare i compiti”.

“Quotidiano” pubblica il mio articolo in prima pagina, insieme ad altri interventi sul tema, e qualcuno lo fotografa e lo posta come immagine su Facebook. Mi viene presto chiesto di postare l’articolo originale ed io lo faccio.
E qui si scatena prima un terremoto di whatsapp, telefonate e like, e poi, piano piano, un dilagare di condivisioni. Al momento in cui scrivo le condivisioni sono 510. Mi dicono (quelli che sono più esperti di me in materia) che questo numero di condivisioni su Fb è davvero notevole. Insegnanti, dirigenti, e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, anche genitori mi dicono grazie, mi dicono che ho dato voce al loro pensiero, mi esprimono apprezzamento, mi chiedono l’amicizia su Fb, mi mandano messaggi privati, ecc. Insomma, in poche ore divento inaspettatamente una star di Fb.
Scambi d’opinione
Oggi, sullo stesso “Quotidiano” vengono pubblicati pareri autorevoli di rappresentanti delle istituzioni, del mondo della cultura e della ricerca universitaria. Viene unanimemente riconosciuta la complessità del problema, si afferma la ovvia necessità del dialogo scuola-famiglia, si segnalano i torti e le ragioni da una parte e dall’altra. A me, star di ieri, arrivano anche tre messaggi privati che smorzano la mia euforia da successo in palcoscenico: uno è di una mia cara amica, insegnante da poco in pensione, con la quale abbiamo condiviso per anni e anni impegni, pratiche professionali e battaglie di principio.
“Cara Rita, questa volta il tuo articolo non mi è piaciuto, perché ha avuto per me il sapore di una difesa corporativa di una istituzione alla quale sento ancora di appartenere….. Giudicare la famiglia attraverso i comportamenti di alcuni genitori e ragazzi, ignorando il momento storico in cui viviamo, non porta da nessuna parte. Conosco …., accanto ad insegnanti straordinari, altri che umiliano e maltrattano bambini e ragazzi, non all’altezza del loro compito professionale. E allora? Guerra di tutti contro tutti, come vediamo nei mass media o leggiamo sui giornali? Ascoltare, conoscere, progettare insieme, scuola e famiglia, cosa facile da scrivere (quanto inchiostro hai consumato tu stessa per sostenere tutto ciò) , difficile da perseguire e realizzare, rimane per me l’unica strada percorribile. Scrivo ciò, combinazione, nel settantesimo anniversario della nostra Repubblica, perché, nonostante tutto, mi piace continuare a credere nei valori cui essa si ispira, attraverso la Costituzione. Con l’affetto e la stima di sempre”.
Le ho risposto subito, di getto.
“Ti ringrazio con affetto della schiettezza. Il fatto è che sono emotivamente e intellettualmente stanca del politicamente (e pedagogicamente) corretto in un mare di pseudodemocratiche affermazioni di principio che si rifiutano di prendere atto di processi che stanno pervadendo la società intera. Vivo le paure, le omertà, le ipocrisie di molte scuole e il deterioramento progressivo di atteggiamenti e relazioni. Affermare la necessità del dialogo non serve a niente se non se ne costruiscono le condizioni. Ma a livello politico e sociale non solo non si costruiscono le condizioni di un dialogo pedagogicamente produttivo, ma si innescano processi di degrado culturale crescente, cui non si ha il coraggio di guardare. E mentre da quarant’anni noi predichiamo principi bellissimi e facciamo progetti bellissimi di educazioni e cittadinanze varie, il valore delle istituzioni e dei ruoli va morendo. Non si tratta di mettere gli uni contro gli altri (lo sono già), ma di porre all’attenzione pubblica un problema culturalmente e socialmente gravissimo. Non è un caso che tra le condivisioni del mio post ce ne siano tante anche di genitori. Ciao cara. I valori restano, ma penso che vadano reintepretati e contestualizzati alla luce degli eventi e dei processi reali”.
L’altro è di una mamma molto laudativa nei confronti del mio intervento, che però molto garbatamente mi segnala che qualche responsabilità va comunque attribuita a certi insegnanti:
“…sono mamma di due ragazze che frequentano la scuola media e la scuola superiore. Sono rappresentante di classe di tutte e due le scuole e in una di esse sono anche rappresentante d’istituto. E concordo che la maggior parte dei genitori è proprio come descritta. Ho avuto modo di tastare personalmente. Solo un appunto: occorrerebbe controllare anche i professori della scuola superiore, perché una percentuale, anche se bassa, crede di essere Dio che decide morte e vita. Ha la capacità di far disamorare i ragazzi che scelgono un indirizzo di studi con grande passione. Un corso di psicologia non guasterebbe a queste persone. …Ancora grazie per quello che ha pubblicato: serve a far aprire gli occhi ai genitori, almeno in questo caso”.
Il terzo è di mio figlio, coscienza critica della famiglia, sarcastico fustigatore di errori o incongruenze, che ironicamente scrive del mio successo su Fb: “Fatto del giorno: la Rita diventa virale con un post populista e reazionario che probabilmente sfonda tutti i record di condivisione Fb della famiglia…”

Riflessioncelle a margine
Non intendo qui analizzare in dettaglio il problema articolato e complesso dell’ormai difficile rapporto tra scuola e famiglia.
Mi piace però integrare la narrazione di quanto accaduto con alcune riflessioni che, per ragioni varie, in quell’intervento non potevano rientrare.
La prima riflessione riguarda il fatto che la gravità dell’atteggiamento irridente e oppositivo verso la scuola da parte di sempre più numerosi genitori non scagiona ovviamente insegnanti e dirigenti dalle pesanti responsabilità che frequentemente possono essere loro imputate in merito alla modesta qualità dell’offerta formativa, della relazione educativa instaurata con ragazzi e famiglie, dell’attenzione rivolta ai bisogni di intere classi o di singoli alunni. Sono anzi convinta che la mancata qualità della scuola pubblica dovrebbe essere, nel nostro Paese come in ogni altro Paese civile, oggetto di rimostranze, proteste e battaglie “aperte” da parte dell’intera comunità nazionale (o territoriale, nel caso di problemi localizzati), cosa che nel nostro Paese non accade affatto. Ma penso anche che la modesta qualità di una scuola, in un Paese civile, non possa comunque giustificare comportamenti e atteggiamenti che ledono l’immagine e il ruolo sociale dell’istituzione scuola in quanto tale, con gravi ricadute culturali ed educative sul Paese intero.
La seconda riflessione riguarda il fatto che rispettare la regola del “politicamente e pedagogicamente corretto” può diventare un pericoloso strumento di mascheramento della realtà. Sappiamo tutti che l’idea educativa che il Paese ha costruito sulla carta vuole una scuola e una famiglia che dialoghino tra loro e che convergano verso progetti pedagogicamente condivisi. Sappiamo tutti che sulla carta è compito della scuola aiutare le famiglie nella gestione del difficile ruolo genitoriale. Ma sappiamo tutti (anche se non ci piace dirlo) che la gestione del ruolo genitoriale è un tratto che connota la cultura globale della persona, e che questa è determinata da processi di trasformazione culturale e sociale che poco hanno a che vedere con la scuola. Sappiamo infine che i modelli di riferimento genitoriali incidono fortemente sul sistema di valori e di comportamenti dei ragazzi. Non mi sembra corporativo prendere atto che nella nostra società è in atto un processo culturale di designificazione di ruoli e istituzioni, tra cui la scuola, di designificazione del senso di comunità, di affermazione di interessi individuali volti alla conquista della omologazione e del successo, più che della cultura. E non mi sembra vantaggioso per nessuno fingere che questo processo non sia in atto, e non parlarne e non segnalare i nuovi comportamenti, i nuovi atteggiamenti, i nuovi costumi. E i rischi che ne derivano. Perché la scuola possa svolgere il suo ruolo educativo anche nei confronti della famiglia, occorre che ci creda la scuola e che lo voglia la famiglia. Se questa fiducia manca, bisogna interrogarsi sulle cause, non fingere di poterla costruire.
La terza riflessione riguarda il fatto che certamente l’atteggiamento e il comportamento dei genitori nei confronti della scuola cambiano a seconda dell’autorevolezza di dirigenti e insegnanti, e che certamente l’atteggiamento e il comportamento di dirigenti e insegnanti nei confronti delle famiglie cambiano a seconda della professionalità, della sensibilità e della competenza degli stessi dirigenti e docenti. Ma questo è un problema politico, che dovrebbe anch’esso costituire oggetto di richiesta e battaglia da parte della cittadinanza (qualora per la cittadinanza rappresentasse un valore): se il Paese si costruisce dirigenti e insegnanti mediocri, e se la cittadinanza accetta che ciò accada, si sta già accettando che la scuola non sia in grado di governare la complessità di processi e relazioni; si sta già accettando che l’efficacia educativa venga meno, che la “comunità educante” non sia comunità e che l’educazione che produce sia governata da fattori che sul piano pedagogico ed etico non danno nessuna garanzia. Insomma, se il Paese si costruisce dirigenti e insegnanti mediocri, e se la cittadinanza accetta che ciò accada, si sta già accettando un ineluttabile e progressivo degrado culturale e comportamentale del Paese.

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