• lunedì , 10 dicembre 2018

La lode conta ancora, l’accoglienza no

Di Rita Bortone

 La lode conta ancora, Invalsi no

Avevo preso carta e penna (si fa per dire) per scrivere la mia indignazione riguardo la notizia in base alla quale sarebbe stata presentata dal Movimento 5 Stelle una proposta di legge relativa all’abolizione del valore legale della laurea, o comunque alla eliminazione del voto di laurea tra i criteri di valutazione dei curricoli per partecipare a bandi di gara.

La mia indignazione è cessata quando mi sono imbattuta in una precisazione, pubblicata sul sito di Orizzonte Scuola del 1° ottobre, di Maria Pallini, prima firmataria della proposta di legge (M5S), :

“In seguito alla pubblicazione di numerosi articoli giornalistici che hanno creato non poca confusione sul tema, intendo precisare che la proposta di legge di cui sono firmataria ha come obiettivo consentire a tutti i laureati, indipendentemente dal voto di laurea, la possibilità di accedere ai concorsi pubblici

Maria Pallini

È quindi strumentale fare riferimento a un presunto orientamento del Movimento 5 Stelle a favore dell’abolizione del valore legale del titolo di studio che non è per nulla contemplata nella proposta.

Si precisa, inoltre, che nella posizione del Movimento non esiste alcuna intenzione di vanificare la meritocrazia non riconoscendo il valore di un titolo di studio il cui conseguimento richiede molti sacrifici.

Per questo motivo, non si esclude e anzi si incoraggia la possibilità di introdurre in ciascun bando concorsuale l’attribuzione di un punteggio a seconda del voto ottenuto che concorra a definire la graduatoria di merito dei concorsi.”

 

Sono contenta quindi che uno dei tanti pericoli paventati sia stato messo in fuga. Uno dei tanti.

Sono contenta perché penso che la valutazione nella scuola e nelle Università italiane sia uno dei più gravi punti di criticità, che incide pesantemente sul livello culturale dell’intero Paese.

Penso che la laurea ormai non la si sta negando a nessuno. Che vengono fuori laureati che hanno sostenuto e superato esami da far paura per il basso livello della richiesta e della risposta.

 

E so che quegli esami sono spesso la conclusione di percorsi formativi compiuti nella scuola di base prima, e in quella secondaria poi, all’insegna dell’inerzia, dei prerequisiti mancanti e mai recuperati, dei debiti e dei falsi recuperi, delle promozioni che con la promozione culturale e umana non c’entrano niente, e sono solo il passaggio da un anno all’altro attraverso accumuli di carenze, cognitive e comportamentali, culturali e umane.

 

E penso che avere la laurea non significhi più quasi niente, né in termini di cultura generale né in termini  di pensiero scientifico-critico.

Ma avere 110 e lode credo che significhi ancora qualcosa, pur nella modesta attendibilità della pratica valutativa nel suo insieme, dovuta all’abbassamento generale dell’offerta e della richiesta.

Molte volte ho ironizzato sul fatto che la maestrina di don Milani, che “boccia e parte per il mare”, oggi non c’è più: oggi c’é la maestrina che promuove e parte per il mare!

Le responsabilità della maestrina, però, non cambiano.

Il problema è complesso e denso di storia e di considerazioni, quindi non possiamo affrontarlo qui ed ora. Diciamo solo che, al di là dei rigori enunciati e delle griglie compilate, dei miglioramenti pianificati e delle competenze evocate, spesso, in proporzione ai diversi ordini, il nostro 10 deriva da operazioni del tipo: Di che colore è il cappuccio di Cappuccetto Rosso? Rosso, signora maestra! Allora sì che posso metterti 10!

In questa situazione di ambiguità e modesta attendibilità, la cultura valutativa nella Scuola italiana riceve un significativo impulso da Invalsi, valutatore esterno degli esiti di apprendimento e produttore di dati molto utili per la riflessività delle scuole, l’analisi d’efficacia dell’azione progettuale e didattica, la comparazione della valutazione interna con quella esterna, il potenziale miglioramento.

Ma se la lode, per questo governo, conta ancora, Invalsi forse conta poco, o forse no, o insomma non si sa.

E se quest’anno per la prima volta gli studenti del quinto anno affronteranno le prove Invalsi di inglese, in questo stesso anno, però, non avranno più l’obbligo di svolgere le prove Invalsi come requisito di ammissione agli esami di maturità.

 

Il decreto Milleproroghe li ha esonerati e ne siamo tutti liberi e felici. Prove facoltative? Facoltative. Quanti studenti le vorranno affrontare? Quanti insegnanti li incoraggeranno a farlo e quanti, come già è successo, li scoraggeranno?

I problemi legati alla valutazione degli apprendimenti hanno oggi cause molteplici: il cambiamento dell’oggetto dell’accertamento (non solo conoscenze, ma abilità e competenze); il diffuso disorientamento relativo alle nuove prove di verifica (compiti di realtà e prove di prestazione complesse); la contraddittorietà tra una cultura internazionale e nazionale fondata sulla standardizzazione delle pratiche ed una cultura scolastica ancora fondata su criteri soggettivamente scelti;  la mancata condivisione dello stretto rapporto tra qualità degli esiti di apprendimento e qualità dell’insegnamento;  la mancata pratica autovalutativa (a parte il RAV, s’intende!) ai fini del miglioramento dell’azione didattica e della sua efficacia; e l’elenco non finirebbe qui, se avessimo tempo e spazio.

In tale contesto di ambiguità e incertezze, la valutazione esterna di Invalsi costituisce un riferimento nazionale col quale è utilissimo confrontarsi: se davvero si vuole migliorare.

Ma tant’è, l’obbligo non c’è più e il messaggio è chiaro: di Invalsi si può fare a meno.

 

E meno che mai conta la memoria, specie se chi è morto era un migrante

Oggi, 3 ottobre, in questo susseguirsi di giornate luminose di notizie, di civiltà e progresso, leggo su Repubblica una cronaca di Alessandra Ziniti: Giornata dei migranti a Lampedusa, il Miur non la sostiene più. Il 3 ottobre si celebra il quinto anniversario della strage, ma per la prima volta il ministero della Pubblica istruzione non dà corso al bando. Alle celebrazioni non va alcun rappresentante istituzionale”.

Sono sempre stata convinta che le Istituzioni insegnino. E ogni giorno, con sempre più efficacia, il nostro Governo, ai giovani e ai ragazzi, sta insegnando: che se muori nel mare e sei un migrante, non vali niente, e che il tuo naufragio non interessa a nessuno. Che se sei una scuola e lavori sul tema dell’accoglienza, il tuo lavoro non vale niente, e non meriti di essere premiato. Che se fai progetti che “si propongono di sviluppare la cultura della solidarietà, dell’accoglienza e del dialogo fondata sul rispetto dei diritti umani”, non meriti riconoscimento.

Il Governo sta insegnando molte cose. E la sua didattica è molto, molto più efficace di quella degli insegnanti!

Ragazzi miei, facciamoci forti. Soprattutto, facciamoci intelligenti. E facciamoci solidali, e indigniamoci, e amiamo e osteggiamo. Scegliamo sempre da che parte stare, con il coraggio del pensiero.

 

Quotidiani militanti, poeti militanti, per una scuola militante

E quindi, se il Governo non vuole aver memoria dei migranti, noi invece la vogliamo, e non siamo soli. Su La Lettura (settimanale del Corriere della sera) del 19 agosto è stata riportata un’iniziativa che mi è sembrata bellissima.

Il titolo della pagina è “Dormono in terre e mari stranieri – La Spoon River dei migranti”. Scrive Cristina Taglietti: “Il 23 agosto 1868 nacque Edgar Lee Masters: cantò i destini dietro i nomi di un cimitero. A sei poeti abbiamo chiesto di immaginare le vite di sei profughi. Per dare voce a chi non ce l’ha più”.

I poeti hanno risposto con composizioni bellissime, che evocano ritmi e stili e sensibilità di E. L. Masters.

Riporto le tre poesie che a me son piaciute di più. Chissà se a qualche insegnante viene voglia di leggerle ai ragazzi e di fargliene interpretare il senso.

Anche fuori da qualsiasi progetto di educazione alla cittadinanza!


N.N.

Mio fratello lo sapevo che dormiva nel mare

ma dissi a mia madre partendo – tranquilla, io no.

Sono invece anch’io sul fondo con loro, d’acqua il viso

la bocca? d’acqua le lettere del mio bel nome cognome?

alfabeto muto di pesci? Voi che potete, pescate le nostre A,

le nostre B, restituite i nostri nomi a chi ce li diede.

(Vivian Lamarque)

 

Dominic Konneh

Vedevo il diavolo nelle bisce di terra

perché così credeva la gente in Liberia

e solo loro mi mettevano paura

scacciando la calma e il sangue freddo

con cui sempre ho guidato i furgoni,

anche se i negri al volante fan danni

mi dicevano tutti a Rovigo, ma se avessero

revisionato i freni come io chiedevo alla ditta

adesso forse sarei vivo, e non capirei perché

il mondo vede il diavolo in quelli come me.

(Francesco Targhetta)

 

Blessing Matthew (Nigeria 1987 – Italia 2018)

Ho sempre avuto al fondo del mio cuore

foreste vergini d’ingenuità.

(Francesca Genti)

 

Fonti normative

Decreto Legge 25 luglio 2018, n. 91