Lorella Carimali, “La mia matematica insegna ad essere cittadini”
Lorella Carimali è l’unica docente italiana candidata al Global Teacher Prize: alla base della candidatura, un metodo d’insegnamento innovativo e una grande passione civile
Di Francesca Rizzo
“Siamo fuori dai Mondiali di calcio, ma siamo in corsa per i Mondiali della scuola”: tra il serio e il faceto, Lorella Carimali, insegnante di matematica al Liceo scientifico “Vittorio Veneto” di Milano, commenta così la nomination a miglior docente del mondo. Unica Italiana a rappresentare la categoria, Carimali è stata infatti inserita nella “top 50” dei candidati, provenienti da tutto il mondo, alla quarta edizione del Global Teacher Prize, il premio internazionale (finora l’unico) al miglior insegnante.
Il “Nobel per l’insegnamento”, come viene definito, è organizzato dalla Varkey Foundation, un ente no profit che si occupa di educazione, per valorizzare gli sforzi, spesso non adeguatamente riconosciuti, degli insegnanti, e il loro impatto sull’intera società.
La sua istituzione, nel 2015, ha ricevuto l’approvazione del Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, che ha dichiarato: “Considero i miei insegnanti tra le persone più influenti nella mia vita. Applaudo il lancio di questo Premio, che riconosce il loro valore”. Tante le personalità che hanno dato il loro appoggio, dal fisico Stephen Hawking a Papa Francesco. A vincere il premio nelle scorse edizioni sono state Nancie Atwell (2015), insegnante statunitense fondatrice del Center for Teaching and Learning, Hanan Al Hroub (2016), palestinese, che ha sviluppato un metodo didattico per aiutare gli studenti traumatizzati dalla guerra, e Maggie MacDonnel (2017), canadese, che insegna in una scuola di Salluit, oltre il Circolo Polare Artico, e lavora su problematiche giovanili come alcol, droga e abusi sessuali.
In attesa dell’assegnazione del Global Teacher Prize 2018, Scuola e Amministrazione ha intervistato Lorella Carimali.
// L’INTERVISTA
Come ci si sente ad essere tra i 50 finalisti di un premio così prestigioso, e a rappresentare i docenti di tutta Italia?
Sono orgogliosa di quello che considero un impegno, e dunque anche una responsabilità. La cosa bellissima è che mi hanno scritto da tutta Italia, dicendomi anche: “Tu sei la voce di tutta questa massa silenziosa di uomini e soprattutto di donne che entrano in classe, che nonostante le difficoltà continuano a fare con coscienza e con passione civile il proprio lavoro”. Mi riempie il cuore d’orgoglio, che tantissime persone si riconoscano in me. In fondo io non sono nulla di speciale, ho solo un modello didattico e pedagogico della matematica innovativo, che al momento non c’è. In questo momento sui media la figura dell’insegnante è descritta in modo terribile, si dà risalto ai fatti positivi solo quando riguardano le nuove tecnologie. Invece chi fa il proprio lavoro bene, studia, si impegna per trovare delle soluzioni alternative e stare vicino ai ragazzi e ai genitori non passa mai.
Come hanno reagito i Suoi studenti alla nomination?
Gli studenti sono i miei primi fan, hanno detto di voler venire con me a Dubai. Ma non solo loro, in realtà qui viene vissuto un po’ come il riscatto di tutti. Nel mio quartiere, una sorta di paesino all’interno di Milano, io sono considerata “la prof” già da prima, ma ora hanno fatto persino un fun club. Io sono una persona che arriva da un quartiere di periferia, ho due genitori con la quinta elementare, e ho fatto tutto “da sola”. Però sono convinta che non si vinca mai da soli, sei quello che sei grazie a tutte le persone che hai incontrato lungo la strada. E quindi il fatto che io possa essere la vittoria di tante persone (dei miei studenti, dei colleghi che lavorano in un certo modo, che si impegnano anche se nessuno gli riconosce niente, e anche delle persone comuni, delle donne – io sono una persona separata e ho due figlie, non ho rinunciato alla famiglia né alla carriera) è importante.
È bello che per una volta, in Italia, si tifi per un’insegnante. Siamo fuori dai mondiali di calcio ma siamo in corsa per i Mondiali della scuola, che sono ben più importanti.
Il profilo personale pubblicato sul sito del Global Teacher Prize La descrive come una persona che ama “la bellezza interiore” della matematica, una materia in cui gli studenti italiani, secondo uno degli studi più recenti, raggiungono la “sufficienza striminzita”. Qual è questa bellezza, e come la comunica ai ragazzi?
La bellezza della matematica risiede nell’essere imprevedibile: è anche immaginazione, arriva a delle conclusioni totalmente inaspettate, a volte persino contrarie all’evidenza, se si pensa alle geometrie non euclidee. Dopo anni di studio, io sono arrivata alla conclusione che l’Italia ha un retaggio culturale nel considerare la matematica e le scienze “di second’ordine”. Ma c’è qualcosa che non va anche nel metodo: nei corsi di recupero andiamo sempre sul contenuto, e i ragazzi non migliorano. Io invece sono arrivata a dire che se la matematica è una forma di pensiero, l’insegnante deve insegnare a pensare matematicamente, quindi a intuire, immaginare, progettare, dedurre, controllare, per poi misurare, quantificare fenomeni e fatti della realtà. Nella scuola solitamente si fa il passaggio contrario, gli studenti applicano delle procedure. Magari diventano anche bravissimi nell’eseguirle, ma non le padroneggiano, non sanno che cosa c’è dietro, e vanno avanti come tanti robot. Ancor prima di avere questa notorietà io volevo far arrivare a tutti la mia idea della matematica e della scuola: a settembre uscirà un romanzo, La radice quadrata della vita.
Il titolo allude al fatto che se la matematica diventa parte di te stesso, ti fa andare oltre gli stereotipi e ti fa trovare la tua vera radice: ti fa venir fuori ciò che tu vuoi, chi veramente sei.
Pensiamo ai big data, agli algoritmi: se una persona non riesce a padroneggiare questa miriade di informazioni, può farsene condizionare negativamente. Io, da docente, non devo insegnare chilometri di formule, ma far capire come davanti a dei problemi è possibile agire, com’è possibile fare scelte personali fondate. Così gli studenti capiscono che se tradurre ogni problema in un linguaggio matematico porta a trovare la soluzione più corretta per sé, ognuno può trovare la sua strada. È ciò che a noi insegnavano in un modo diverso, e che andava bene perché era un’epoca in cui la cultura, le informazioni, si trovavano solo a scuola, o al massimo in biblioteca. Ora invece le informazioni si trovano dovunque, quindi il punto chiave non è tanto la procedura, che si può applicare, ma è dove applicarla, il collegamento col sé e col mondo esterno. Io ho fatto matematica per una vita, ma quando mi sono servite tutte quelle formule? Mai! Mi è servito, però, il ragionamento che sta dietro. È come se per me il contenuto fosse utilizzato per la competenza che voglio sviluppare, perché il fine è lo studente, quello che gli resta al netto delle formule.

La professoressa Carimali e i suoi studenti in visita ai laboratori di ricerca Edison di Troffarello (TO), nell’ambito del progetto europeo “Deploy your talents”
In cosa consiste il suo metodo didattico, definito “apprendistato cognitivo”?
Il mio metodo è cognitivo perché parte dalla matematica come forma di pensiero; ho scelto il termine “apprendistato” perché evoca l’idea del maestro. E il maestro posso essere io, può essere uno studente o un esperto esterno. In classe io assegno un problema, che non è un esercizio: i miei problemi sono situazioni complesse, di cui gli studenti non hanno la soluzione in tasca, e neanche l’idea del concetto matematico che devono utilizzare. È qualcosa che li sfidi, complicato ma stimolante. Chi lo risolve viene alla lavagna: qui non spiega la soluzione, ma i passaggi mentali che ha fatto per arrivare alla soluzione. In questo caso lo studente diventa un maestro cognitivo. Così, chi è più fragile non impara solo una procedura, ma comincia a capire come può ragionare. Ma anche chi è bravo, chi a volte ci arriva per intuito, capisce i processi mentali e quindi li riesce ad applicare a situazioni sempre più complesse. Non a caso molti dei miei studenti e delle mie studentesse scelgono facoltà scientifiche e tecniche. Molte ragazze scelgono Ingegneria: anche in questo modo passa il messaggio che noi donne non siamo minus, forse chiacchieriamo solo un po’ di più.
Il Global Teacher Prize nasce per valorizzare le figure docenti nel mondo. Com’è essere una docente in Italia?
In Italia c’è molta strada da fare. Grazie a questo riconoscimento mi posso confrontare con altre persone, colleghi di altri Paesi. In Italia non si considera l’insegnamento come una professione, secondo me, e quindi gli insegnanti come professionisti: normalmente ci sono due estremi, o fai l’impiegata, o fai la missionaria. Quasi ovunque la percentuale di donne che insegnano è superiore rispetto a quella maschile, ma in Italia c’è un divario maggiore, le donne sono almeno il 20% in più rispetto alle altre nazioni. Secondo me è questo il problema, se ci sono pochi uomini: l’insegnamento è sempre stato visto come una missione. Io non voglio essere una missionaria. Io voglio essere considerata una professionista, che ha scelto questo mestiere intendendolo anche, ma non esclusivamente, come missione sociale, perché dando gli strumenti giusti ai giovani, si contribuisce a migliorare la società. Quando io entro in classe, lo faccio con passione civile, ma questo non cambia nulla. L’insegnamento ha una forte connotazione sociale ma non è volontariato; invece in Italia c’è un problema di riconoscimento economico: non si dà valore alla docenza. Se, come accade in altri Paese, si considerasse questa come una delle professioni più alte, riconoscendone anche il valore economico, si darebbe peso anche alla bravura. Io sono stata l’unica della mia sessione di Laurea a scegliere l’insegnamento: una su trentaquattro laureati in Matematica. Tutti gli altri sono stati conquistati dalle aziende d’informatica a suon di soldi. Io ho scelto l’insegnamento perché come persona, arrivando da dove arrivo, penso che ci siano due tipi di ricchezza, una monetaria e una dei rapporti umani, e ho scelto di dare peso alla seconda, che rende la mia vita piena.
Quali sono i limiti e le potenzialità, invece, dell’intero sistema scolastico italiano?
Noi abbiamo una forte tradizione, che in questo momento abbiamo un po’ perso. Siamo la patria di Maria Montessori, di don Milani; il metodo Montessori ora è diffusissimo all’estero, in Italia molto poco. Abbiamo storie di pensiero che abbiamo completamente dimenticato, e abbiamo un modello di scuola che non è più funzionale all’epoca in cui viviamo. Fossi una figura politica, farei un progetto di lungo respiro che parta dall’individuazione di un modello didattico – pedagogico che funzioni per gli studenti della società odierna, per quella che vogliamo sia la nostra Italia. A quel punto strutturerei il tutto, e la prima cosa su cui puntare, a mio avviso, sono gli insegnanti, che dovrebbero essere il motore del cambiamento. Ho studiato tanto per fare ciò che faccio oggi, ma chi me lo riconosce? Ho dovuto aspettare che arrivasse la candidatura ad un premio internazionale perché qualcuno me lo riconoscesse, ma la mia amministrazione dov’è? Io sono convinta che un’istruzione di qualità, che è stata il nostro valore, sia la chiave per far rinascere l’Italia. Va ripensato il modello organizzativo, non le piccole cose. Si deve ripartire dalle maestre, che non devono essere sminuite perché lavorano con i bambini, anzi. Al di là della laurea, hanno bisogno di una formazione corretta. Naturalmente anche nelle scuole ci sono casi particolari, c’è chi non lavora bene, ma si può essere rigidi con chi è lavativo solo se prima si valorizza chi lavora.
Lei insegna ma gestisce anche un blog su esperienze personali e mondo della scuola. Come vede il rapporto tra giovani e new media? Le nuove tecnologie possono essere un aiuto nella didattica di ogni giorno?
Oggi i ragazzi vivono in una società tecnologica, prendono le informazioni dal web. E la scuola deve insegnar loro a gestire queste informazioni, a capire la differenza tra verità e fake news, fornendo gli strumenti, il cosiddetto “pensiero semplice”. Si è creata una polemica sugli smartphone a scuola: i miei studenti, in classe, li usano tranquillamente: a me piace far capire loro il significato delle parole, la radice etimologica, e quando è necessario mi capita di dir loro: “Cercate”.
Il problema non è tecnologia “sì o no”, ma tecnologia “per che cosa”: se lo strumento tecnologico mi agevola nel lavoro quotidiano, io lo uso.
C’è chi dice che lo smartphone distrae lo studente: ma lo studente che dorme e non ascolta la docente non è la stessa cosa? Dobbiamo uscire dagli stereotipi e capire che in una società complessa non ci può essere una risposta semplicistica, non ci può essere un “sì” o “no”, ma un “dipende”.
Il Global Teacher Prize mette in palio 1 milione di dollari. Come li utilizzerebbe, se dovesse vincerli?
Questa domanda era presente anche in uno dei form relativi al Premio. Io ho sempre detto che la matematica è la mia passione, la scuola è il mio amore, i ragazzi sono la mia speranza. Quindi li darei a loro, partendo dai giovani. Conoscendo le difficoltà che hanno le start-up in Italia, una parte la darei a dei giovani che hanno fatto partire start-up nel sociale e che fanno attività anche con le scuole: spesso questi ragazzi hanno le idee ma non le risorse per concretizzarle, e mi piacerebbe dar loro una mano. Poi vorrei istituire una fondazione che si occupi di formazione, dei docenti e più in generale degli adulti: un’associazione che faccia didattica ma anche progetti sperimentali su tematiche come la violenza di genere, progetti che vadano al nocciolo del problema. E poi, naturalmente, vorrei attuare progetti che implementino il mio modello di insegnamento della matematica. La matematica è stata definita “competenza di cittadinanza”, ecco perché io non posso lasciare fuori nessuno, ed ecco perché il mio motto è “Non una, non uno di meno, nella matematica e nella vita”: se una persona non ha la competenza matematica, non può esercitare il suo diritto di essere cittadino. Mi piacerebbe rendere esportabile il mio modello, perché la matematica non ha confini politici, geografici, culturali, di genere, religiosi né linguistici, quindi può essere davvero ciò che ci unisce.



