• lunedì , 16 settembre 2019

La stagione per rileggere (forse)

di Antonio Errico

 

Talvolta si ha il sospetto che lo dicano per farti invidia, per farti dispetto,  per suscitarti sensi di colpa.

Dicono che rileggono. Che loro, d’estate, rileggono quei libri che gli sono rimasti dentro. Li riprendono e scavano nelle trame, negli intrecci; ritrovano volti, voci, atmosfere; ritessono i rapporti con i personaggi. Uno dice che ha riletto Pavese. Gli chiedi che cosa e quello risponde, infierendo, Dialoghi con Leucò. Allora senti l’ansia che cresce, che si concentra in un groppo alla gola. Perché sono anni, tanti, che vorresti riprenderlo.

 

Allora tenti di rendergli la pariglia dicendo che i libri non si devono rileggere, che non si deve ritornare in un luogo perché non è mai la stessa cosa, perché c’è qualcosa che ti delude sempre, perché poi ti manca quello che eri quando hai  letto quel libro, hai visto quel luogo per la prima volta. Dici che rileggere un libro ha la stessa tristezza di una rentrée con vecchi compagni di scuola. Ti manca appunto quello che eri, che erano loro, e ti mancano i capelli che avevi, e certi sogni, e la spensieratezza. Dici così, e in fondo ci credi. Però, per i libri, sai che stai mentendo. Rileggere è un’esperienza nuova, diversa. Un ritorno senza nostalgia. Che vorresti rileggere lo sai perfettamente.

Ma non puoi. In autunno, in inverno, in primavera, hai messo da parte libri, pagine di giornale, riviste, ripromettendoti di leggerli in estate, pensando che in estate hai più tempo, che puoi chiuderti in casa, nella penombra, e leggere quello che non sei riuscito  a leggere in autunno, in inverno, in primavera.

 

Poi l’estate arriva e ai libri e ai giornali delle stagioni passate se ne aggiungono altri, e il tempo per leggerli non lo trovi, non riesci più a leggere quelle cose che non hanno una finalità immediata, ci sono libri e riviste di lavoro che reclamano priorità, manifestano l’urgenza.

Intanto, loro dicono che rileggono. Tu continui a sospettare l’imbroglio, ma comunque decidi che vuoi stare al gioco e dici che stai rileggendo anche tu: Proust; sai che con Proust puoi fare il botto. Per qualche attimo li disorienti; hai l’impressione che barcollino; sgranano gli occhi. A quel punto, l’affondo. Esibisci un passo che non hai mai dimenticato, con nonchalance cominci a recitare: “Vedevo ogni cosa vacillare, come uno che cade da cavallo, e mi chiedevo se non ci fosse un’esistenza completamente diversa da quella che conoscevo, che contrastasse con essa ma, fra le due, fosse la vera”.

 

Adesso sono stravolti, ti rendi conto che puoi esagerare, e spari che, contemporaneamente, hai ripreso le Memorie di Adriano. Anche per il capolavoro di Yourcenar citi qualche passo, e li annienti. Segretamente ti confessi che dovresti vergognarti a mentire così sfacciatamente, ma non ti vergogni.

Non è vero che stai rileggendo, però una volta li hai letti e, anche con qualche piccola falla nella memoria, te li ricordi. Quando avevi vent’anni ed era estate, li hai letti, quando pensavi che i libri e gli amori sarebbero stati eterni e di cui a volte adesso ricordi a malapena il nome, e i racconti intorno al niente con gli amici in piazza fino all’alba erano una cosa sola, una passione sola, senza differenze

 

Forse si legge davvero solo fino a vent’anni. Quelle letture che spalancano orizzonti, muovono il sentimento, strutturano la ragione, induriscono le ossa, delineano la formazione, definiscono le visioni del mondo e della vita, concedono qualche risposta, accendono innumerevoli domande, forse si fanno solo fino a vent’anni.

Dopo, tutto comincia a girare vorticosamente. Arrivano cose da leggere per studio, per dovere. Rimpiangi i pomeriggi lunghi dell’estate che vivevi da adolescente, con montagne di fumetti e libri fino a una cert’ora e i tuffi dalla Montagna spaccata dopo quell’ora, nell’ora dei tramonti dai colori bodiniani. Ma anche in questo caso era più o meno la stessa cosa: le pagine e il mare ti accoglievano all’identico modo, e tu davi lo stesso senso all’immersione nelle pagine e ai tuffi nell’acqua che brillava.

 

Si legge fino a vent’anni. Poi ha inizio il tagadà, lo sballottolamento di qua e di là, che a volte riesci a prevedere e a volte no. Se non leggi fino a vent’anni Dostoevskij, Joyce e Thomas Mann, dopo non li leggerai più e, se li già hai letti, dopo vent’anni non li rileggerai. A meno che non fai uno di quei mestieri per i quali ti danno una retribuzione per leggere e scrivere, rileggere e riscrivere quello che vuoi. Ma questi sono privilegi per pochi, pochissimi. Gli altri devono leggere e scrivere strappando le ore alla notte, alle persone care e indulgenti, al giorno di Pasqua, Natale, San Silvestro, Capodanno, Ferragosto.

Ma gli amici che dicono che l’estate rileggono non fanno nessuno di quei mestieri. Quindi è evidente che stiano mentendo spudoratamente. Magari per darsi un tono. Poi la domanda che ti viene da farti, che ti venisse proprio non te l’aspettavi, il dubbio che s’insinua, subdolo, non l’avevi messo in conto: l’interrogativo inquietante, angoscioso: e se fosse vero? Se fosse proprio vero che questi si possono permettere il lusso offensivo di rileggere? Tu perché non puoi, che cosa ti manca, quale condizione non puoi modificare, quale ostacolo non puoi sormontare, perché non puoi concederti una vacanza?

 

Ecco, certo, la vacanza. Com’è che non ti è venuto in mente prima? All’istante decidi. Una settimana di vacanza. Senza impegni, senza scadenze. Una settimana di vacanza. In casa. Mattina e pomeriggio in casa. Solo qualche uscita di circostanza a tarda sera. Una settimana di vacanza. A rileggere. Seneca. Sì, va bene; lo ammetti, con traduzione a fronte.