• venerdì , 15 Novembre 2019

L’Abramo di Kismet, colpevole d’obbedienza

Il filosofo Ermanno Bencivenga rilegge l’episodio biblico del sacrificio di Isacco da parte di Abramo. Stigmatizzando la religione quando diventa obbedienza cieca senza discernimento

di Vincenzo Sardelli

ABRAMO

di Ermanno Bencivenga | adattamento e regia Teresa Ludovico | con Augusto Masiello, Teresa Ludovico, Christian Di Domenico, Michele Altamura, Gabriele Paolocà, Domenico Indiveri | produzione Teatri di Bari/Kismet | spazio scenico e luci Vincent Longuemare | costumi Cristina Bari e Teresa Ludovico

Info: scuole@teatridibari.it

Età: triennio del Liceo

Dio che mette alla prova Abramo, chiedendogli per interposta persona il sacrificio di suo figlio Isacco. Abramo dalla fede cieca, che obbedisce senza discutere né interrogarsi. Il patriarca non filtra l’affidabilità dei messaggeri, non si consiglia con la moglie Sara: sacrificando il figlio, finisce per commettere il più efferato dei crimini.

Poco cambia se Isacco muoia davvero oppure si salvi. Perché stavolta la prova, diversamente da Genesi 22, non consiste nella disponibilità (da parte dell’uomo) ad affidarsi alla benevolenza di Dio, ma nel sondare (da parte di Dio) la capacità di discernimento dell’uomo. Abramo qui pecca d’ingenuità: si lascia circuire dal primo che passa e si sciacqua la bocca proprio con la parola “Dio”.

L’Abramo di Teatri di Bari/Kismet Abeliano è uno spettacolo trasversale, che oltrepassa la dimensione particolare di una singola appartenenza religiosa e diventa denuncia paradigmatica di tutti i fanatismi. È uno stigma sulla dabbenaggine di chi si lascia accecare da una fede integralista e ottusa. L’obbedienza svigorita diventa mistificazione, sfacelo, delitto. La nostra epoca di kamikaze islamici e attentati terroristici ne sa qualcosa.

Lo spettacolo che abbiamo visto al Teatro Filodrammatici di Milano, con l’adattamento e la regia di Teresa Ludovico, è tratto da Abramo di Ermanno Bencivenga (Aragno Editore, Torino, 2014), filosofo all’Università della California. La regista Teresa Ludovico ambienta l’opera in una specie di cortile interno, attorniato da un edificio composto di sole persiane, finestre e portefinestre. Luogo aperto ma asfittico: luci fredde (di Vincent Longuemare), uomini-topi in cerca di uno spiraglio.

Abramo (Augusto Masiello) e Sara (la stessa Ludovico) sono genitori anziani e deboli, mediamente iperprotettivi nei confronti del figlio Isacco (Domenico Indiveri), adolescente mediamente euforico, mediamente svitato. Isacco stracoccolato, inaspettato dono di Dio giunto alla coppia ormai in età senile, non sembra differire granché dai coetanei d’età contemporanea.

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