Le cose crollano
I conflitti tra culture in un caposaldo della letteratura mondiale
di Enrica Bienna
Consigliato a
Tutti i docenti. Per l’ampiezza dell’orizzonte culturale e il confronto di punti di vista che offre. Aspetti, questi, che dovrebbero far parte del patrimonio di tutti i docenti.
Studentesse e studenti della scuola secondaria di secondo grado. In questa fascia d’età occorrerebbe curare l’apertura ai mondi altri, una visione multi prospettica della contemporaneità e il superamento degli stereotipi.
L’amico che me ne ha consigliato la lettura mi ha detto:”Questo libro mi è venuto incontro…” . Così a volte succede curiosando tra gli scaffali di una libreria, di trovarsi tra le mani, quasi per attrazione, una storia di grande fascino e un’opera di grande respiro culturale, che ci fa spaziare in territori nuovi, almeno per noi. Fresco di ristampa in Italia, “Le cose crollano” è il romanzo più conosciuto e importante di Chinua Achebe, uno dei maestri della letteratura africana e personaggio culturale di spicco: saggista, docente di letteratura e scrittore di lingua inglese famoso nel mondo, insignito di numerose lauree e premi, scomparso di recente. Il libro, pubblicato in lingua inglese per la prima volta nel 1958, riscosse subito un grande successo e fu tradotto in 50 lingue. Oggi viene adottato e letto in moltissime scuole africane. Racconta la grande epopea della occupazione dell’Africa da parte degli occidentali e del conflitto tra le due culture.
La Nigeria, scenario tra i più travagliati della storia africana del ventesimo secolo, è il contesto in cui si svolge la narrazione. Siamo a cavallo tra il XIX e il XX secolo e grandi eventi sono prossimi a stravolgere il mondo ancestrale dei villaggi abitati dagli uomini Igbo. Okonkwo, uomo di spicco nel suo clan, è l’eroe destinato a combattere per la difesa di quel mondo.“Okonkwo era ben conosciuto nei nove villaggi e anche oltre. La sua fama si basava su imprese indiscutibili. A diciotto anni aveva procurato onore al suo villaggio sconfiggendo Amalise il Gatto…Era successo molti anni prima, venti o più. Da allora la fama di Okonkwo era cresciuta come l’incendio di una foresta quando soffia l’harmattan”
Questo è l’incipit. Okonkwo vive rispettato dalla sua comunità, temuto da mogli e figli, secondo le regole fissate dagli antenati; mette la sua forza al servizio della difesa e della guida del villaggio, si costruisce una solida base economica, governa se stesso e la famiglia secondo i riti atavici e le volontà degli spiriti che animano il mondo. Il “chi” personale, gli spiriti degli antenati, tutori dell’ordine morale e sociale e attori del destino dei discendenti e della comunità, Aghbala, l’Oracolo delle Colline e delle Caverne, che parla attraverso la voce della sacerdotessa Chiedo, decidendo i destini.“Umuofia era rispettata da tutti i villaggi confinanti. Era potente in guerra e nella magia, e i suoi sacerdoti e stregoni erano temuti in tutto il territorio circostante. Il suo incantesimo di guerra più potente era nato insieme al clan”.
Per Okonkwo, che si vive come tutore dell’ordine di questo mondo, non c’è possibilità di cedere ad alcuna infrazione delle regole e dei dettami degli spiriti: quando per sbaglio uccide un ragazzo del suo villaggio, si avvia verso l’esilio, che dura sette lunghi anni. E quando torna nel suo villaggio, “tutte le cose crollano”.
L’arrivo dei missionari e dei funzionari di un impero sconosciuto, ha già iniziato a stravolgere la vita della comunità. Inutile il tentativo eroico di Okonkwo di combattere contro l’irrompere della storia: eroe tragico, sconfitto e oltraggiato, finirà per soccombere.
Questa trama, apparentemente lineare e dalla conclusione scontata per i lettori ”colti”, sostiene in realtà una narrazione articolata e ricca di tensione e costruisce una storia complessa. Il narratore onnisciente osserva il personaggio principale nel suo muoversi nella vita quotidiana del villaggio: i lavori nei campi, le feste, i riti familiari, quelli pubblici. Lo segue nelle relazioni con i numerosi altri personaggi che popolano la storia, spiriti e umani, ne coglie le reazioni intime ai tanti piccoli e grandi accadimenti che lo coinvolgono. Delinea così una figura reale e problematica, un personaggio credibile e moderno: Okongwo è un uomo in crisi, che vive il suo ruolo emblematico superando i caratteri dello stereotipo.
Ma la crisi che coinvolge il mondo chiuso degli Igbo supera la storia individuale e lo scontro tra le due diverse culture condurrà inevitabilmente alla disgregazione della comunità: la crisi della religiosità tradizionale porterà infatti con sé il crollo del funzionamento sociale, del sistema di valori, dei rapporti con il contesto ambientale, con la storia, che in essa trovavano fondamento e in cui la comunità si riconosceva. L’imposizione della legge dei colonizzatori darà il colpo definitivo a questo mondo.
E’ indubbio che il punto di vista adottato dall’autore è quello africano, e questo è il motivo per cui sin dalla sua uscita “Le cose crollano” ebbe tanta dirompenza, in una epoca in cui la narrazione della colonizzazione era ancora appannaggio esclusivo dei bianchi. Ma si tratta di un punto di vista che coglie la complessità delle cose e non semplifica le contrapposizioni. Come osserva la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie “Achebe è uno scrittore che sposa la sincerità e l’ambiguità e complica qualsiasi situazione. La critica degli effetti del colonialismo sugli Igbo è implicita, ma anche la contestazione della struttura interna della società Igbo. Quando Nwoye, il figlio di Okonkwo in “Le cose crollano”, rompe con la famiglia e la comunità per unirsi ai cristiani, è una vittoria per gli europei, ma anche per Nwoye, che trova pace e uno sbocco alle disillusioni profonde che nutre verso le tradizioni della sua gente. Quando un personaggio dice: «L’uomo bianco è molto astuto. È venuto pacificamente e senza clamore con la sua religione. Noi eravamo divertiti dalla sua dissennatezza e gli abbiamo consentito di rimanere. Ora ha conquistato i nostri fratelli e il clan non agisce più come un blocco unito. Ha conficcato un coltello sulle cose che ci tengono uniti e noi siamo crollati», il lettore è consapevole che Achebe non parla solo del coltello, ma anche delle vulnerabilità, delle complessità interne, delle fratture che già esistevano. (“La letteratura che diventò storia” Il Sole 24 ore ,16/10/2016)
Lo stesso Achebe, giustificando la sua scelta di usare l’inglese, lingua dei colonizzatori, come lingua letteraria, ha scritto: “Riconosciamo al diavolo i suoi meriti: il colonialismo in Africa ha frantumato molte cose, ma ha creato grandi unità dove prima ce n’erano piccole e frammentarie… ha unito molte genti che prima procedevano per vie separate. E ha dato loro un linguaggio con cui parlarsi. Se non è riuscito a dare loro una canzone, ha dato loro una lingua per sospirare.” (Nota del traduttore).
Chinua Achebe tratta dunque temi di grande rilevanza e modernità culturale, ma li filtra e li e li elabora attraverso gli strumenti propri della grande letteratura: le sue storie africane incuriosiscono, coinvolgono, trascinano emotivamente il lettore, fino a che questi non entra nel mondo che esse costruiscono e vi aderisce con la forza dell’empatia.
Questa è stata la mia esperienza personale di lettura, che ho trovato che si associ bene ad una semplice ma attuale riflessione sul ruolo della letteratura di Jonathan Safran Cohen, giovane autore americano di culto: “La letteratura è una parte necessaria del mondo in cui vogliamo vivere. Un mondo in cui la gente non è chiusa nelle proprie esperienze ma vive in empatia con quelle altrui”.

