Parole di Scuola: un ‘gioco’ etimologico per iniziare
di Francesco Spagnolo ReminiscorAnno scolastico 90/91. Primo giorno. Prima ora: Prof. Di Salvo. Fu tutto quello che ci concessero di sapere. Ci bastò per tenere la nostra schiena perfettamente aderente allo schienale ed aspettare in silenzio il suo ingresso. Insegnava Latino e Greco. In quel momento lui era il Latino ed il Greco. Ci trovavamo al Liceo e si stava per concretizzare la consapevolezza che l’accoglienza materna della Professoressa di lettere del Ginnasio -18 ore nella stessa classe- sarebbe appartenuta ai ricordi.
Entrò. Ci guardò attraverso le sue spesse lenti. Salutò quando eravamo già scattati in piedi. “Stare seduti, grazie!”. Qualcuno di noi cominciò a cercare i volti dei compagni, ma fu inutile. La sua voce era tuonante e ti rimaneva nella mente. Breve giro di ricognizione fra i banchi. Poi si sedette. Capo chino sul registro, firmò. Ignorò l’appello. Si rialzò, fece due passi e con un gesto perentorio invitò la studentessa del primo banco ad avvicinarsi. “Deponi la mia penna sulla cattedra”. Le parole, scandite in quell’aria di silenzio puro, colpirono dritte dritte le orecchie, gli occhi e ogni capacità di comprendere di quella povera ragazza. Lei si sollevò e, quasi in uno stato di sospensione della coscienza, obbedì. Poggiò piano la penna sulla scrivania, sul lato non illuminato dal Sole di settembre. “Apprezzo il gesto”, disse lui. “Ma hai sbagliato! Ti avevo chiesto: cattedra!”. Poi, con lo stesso sorriso con cui le divinità omeriche rivelano la verità ai loro protetti, dopo averli ingannati, riprese con lentezza la penna e, disegnando un arco nel vuoto, la depose sulla sua sedia. “Questa è la cattedra, dal latino ‘cathedra, –ae’, ‘sedia a braccioli’, da cui ‘cattedrale’, il seggio episcopale”. Pausa. Noi basiti. Lui riprese
:“La lingua, ragazzi miei – e qui tradì la sua dolcezza-, ogni lingua è strutturata su convenzioni, cioè accordi tra coloro che la parlano. Ma spesso gli accordi cedono, perché l’abuso o la dimenticanza li altera, come nel nostro caso. Dobbiamo, allora, intenderci sui significati da dare alle parole che useremo”.
Comunità di dialogo
Nell’art. 1, commi 1-2 dello Statuto delle studentesse e degli studenti (D.P.R. 249/1998) la Scuola è il luogo centrale della formazione, dell’educazione, dello sviluppo della persona in tutte le sue dimensioni. Il mezzo è lo studio. La coscienza critica, la ricerca continua, l’esperienza di dinamiche relazionali complesse sono gli snodi attraverso i quali si sostanzia l’identità studentesca. La Scuola è “una comunità di dialogo”. L’espressione è una piacevolissima sorpresa in un testo normativo; l’associazione delle parole unisce chiarezza e profondità. Il termine ‘comunità’ indica, nello stesso tempo, una condizione ed un metodo. È, innanzitutto, la forma costituzionale dell’istituzione scolastica (communis da cum+moenia/munire indica un luogo definito, connotato da regole e principi condivisi); è, ancora, la scelta della direzione da seguire nelle relazioni interne e nei rapporti con la più ampia comunità sociale (la communitas è il senso della comunanza, la condivisione). Il ‘dialogo’ ( gr. dialégomai, “parlo”, “converso”, “ragiono”) è, così, il fine della comunità –l’incontro- e lo strumento mediante il quale si rende effettiva la partecipazione alla cittadinanza scolastica. Non si è lontani, nonostante il forte salto spazio-temporale, dalla visione che portò Quintiliano a definire sociata concordia la qualità del rapporto all’interno di una scuola, cioè un’unione di intenti (socii) verso un’aspettativa condivisa. L’immagine poetica, evocata dallo scrittore latino, è suggestiva: tanti cuori diversi che battono all’unisono.
L’etimologia
L’esigenza di declinare nella pratica didattica le indicazioni ricordate conduce inevitabilmente alla scelta di uno strumento di indagine rigoroso e competente: l’etimologia. La scienza delle parole permette di scavare nell’identità culturale di una tradizione. Ma non solo. Comporta la ridefinizione di un nuovo patto di comunicazione chiara ed efficace tra i componenti di una comunità; patto legato al contesto ed alle finalità dell’associazione stessa.
Riporto un’esperienza personale, agìta nei primi giorni di scuola. Una classe nuova; terzo anno di Classico. Alle spalle c’era un primo biennio trascorso ad approfondire in modo prevalentemente meta-cognitivo le strutture morfo-sintattiche della lingua latina. Proposi all’attenzione un elenco di termini, più o meno simile: ammonizione, apprendimento, classe, compagno, compito, cultura, complessità, disciplina, esame, giustifica,interrogazione, ozio, responsabilità, scuola, semplicità, studio, vacanza, valutazione, verifica,etc. La lista, com’è ovvio, è solo esemplificativa. Le parole sono eterogenee, ma accomunate dalla derivazione latina e dalla frequenza d’uso in un’aula scolastica; sono parte di un vocabolario quotidiano di docenti e studenti. Ma spesso per gli uni e per gli altri hanno una valenza diversa, un significato “gergale” che divide. Quando la forbice comunicativa si divarica, si registrano reazioni imprevedibili, senso di angoscia o allegria immotivata, fraintendimenti che generano incomprensioni.
Chiesi alla classe di incasellare i lemmi in tre colonne (a sinistra le parole percepite come positive, al centro le indifferenti, a destra quelle che suscitano una certa inquietudine). La colonna di destra risultò la più estesa. Assistetti ad una proscrizione, all’unanimità o quasi, dei termini: ammonizione, compito, complessità, disciplina, interrogazione, verifica, e, sia pur con qualche eccezione, studio e valutazione. Fu, invece, un plebiscito per: giustifica, ozio, semplicità, vacanza. In attesa dei verdetti studenteschi, avevo scarabocchiato una mia lista, che alla fine socializzai con la classe: ci fu coincidenza, senza ipocrisie, per il termine vacanza. In linea di massima, le colonne erano invertite.
Evidentemente era necessario un chiarimento sulle azioni della didattica, attraverso un’opera di scavo nelle parole. Una sintonia necessaria per procedere in una dimensione realmente comunitaria.
Attraverso l’etimologia, provammo a riscoprire l’essenzialità dei termini e, nello stesso tempo, costruire una concordanza di significati, nell’ottica della “comunità di dialogo”. Una ricerca guidata sui lessici (Latino-Italiano e Italiano) può dissolvere, infatti, molte ombre. Insieme a qualche falso idolo.
Alcune spigolature
Complessità (complecti, “abbracciare”, “comprendere”, “riunire”, “raccogliere”). Diamo spesso all’aggettivo “complesso” un significato negativo. Una persona “complessa” è complicata; una disciplina “complessa” è poco comprensibile. In realtà la difficoltà è in noi, nella nostra capacità di lettura, non fuori. Quando rinunciamo alla profondità, quando ci soffermiamo solo sulle apparenze, siamo incapaci di conoscere. Complessità significa riunire insieme, come i puntini di un disegno, i diversi aspetti della realtà e dell’uomo, al fine di comprenderli. Complessità significa abbracciare il mondo.
Interrogazione (inter+rogare, “domandare”, “interloquire”, “argomentare”). Cosa diversa è “interrogatorio”. L’interrogazione è un colloquio fra i componenti di una piccola comunità che chiamiamo “classe”. “Interrogare” significa, per un docente, capire il ruolo formativo che svolge nei confronti dei suoi allievi. “Essere interrogati” significa, per gli studenti, raccontare e condividere le proprie esperienze personali e culturali. Si cresce tutti nel dialogo; attraverso l’interrogazione si persegue la qualità nelle dinamiche dell’insegnamento-apprendimento.
Studio. Parola ormai quasi del tutto bandita dal lessico normativo e scolastico; oggetto di una dequalificazione estrema, perché interpretata come stile di apprendimento passivo, stantio ed autoreferenziale. Eppure contiene un’essenza di estrema vitalità; un antidoto esistenziale alla passività. Studium può essere tradotto con “applicazione”, “zelo”, “cura”, “passione”, “amore”, “ardore”, “desiderio”, “occupazione prediletta”, “gusto”, etc. Lo studio, per i Greci e i Latini, era il più intenso piacere dell’animo. Era la passione che portava a realizzare i più profondi desideri; il talento naturale che si incontrava con la conoscenza e produceva il bello. Studio era attaccamento alla vita. Chi non studiava non era ritenuto capace di amare.
Ed infine, per sfidare l’idolatria del senso comune: semplicità e vacanza.
L’etimo è sim-plex, “non intrecciato”, “non artificiale”, “sincero”, “semplice”. “Semplicità” spesso è confusa con “semplificazione”. Semplificare, in realtà, significa rinunciare a rendere competente la conoscenza, attiva la cittadinanza, consapevole il percorso di formazione, proprio perché si abdica in favore della superficialità. La semplicità è, in vero, la sincerità e la naturalezza con cui ci accorgiamo che il mondo è pieno di sfumature e chiaroscuri.
Vacanza (vacare, “essere vuoto”, “essere libero”, “aver tempo libero”). Il suono di questa parola è graditissimo. L’inizio è dolce, la fine è movimentata. Come le nostre vacanze ideali: riposo e divertimento. Ma attenzione, c’è un rischio che lo scandaglio etimologico ci segnala: non vivere con consapevolezza il tempo per se stessi significa trasformarlo in tempo vuoto o, peggio, vuoto di tempo.
Dopo la ricerca etimologica e la discussione, chiesi, innanzitutto, di ridefinire la lista. L’esercizio fu svolto con maggiore consapevolezza. La colonna di destra si ridimensionò notevolmente. In conclusione, redigemmo, in scrittura collettiva, un piccolo dizionarietto di classe con le definizioni che derivarono dal percorso di condivisione. Fu l’occasione, inoltre, per commentare l’espressione latina consensus omnium.
Dal bilancio dell’esperienza scaturì l’esercizio di una competenza: imparare ad imparare dalle parole e dalla loro storia. Così iniziò quel nuovo anno scolastico.
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