Il progetto Knork
I primi esiti dell’approccio trialogico
di Rita Bortone
Il progetto Knork in una intervista alle coordinatrici
Nel giugno 2014 questa rivista pubblicava una mia intervista alle coordinatrici del progetto, prof.sse Ligorio (docente di Psicologia dell’Educazione nel corso di Laurea in Scienze della Formazione presso l’Università degli Studi di Bari) e Cesareni (docente di Pedagogia Sperimentale nel corso di Laurea in Psicologia e Salute presso l’Università La Sapienza di Roma).
Ne riportiamo alcuni stralci per richiamare in memoria la cornice informativa entro cui proporre i primi esiti didattici del progetto, che gli insegnanti del “Salvemini” di Fasano (BR) hanno voluto comunicarci.
“Il progetto parte dall’idea di innovare la didattica, stabilendo un legame forte con le competenze richieste dal mondo del lavoro. Infatti, ‘Knork’ è la crasi tra ‘knowledge’ (conoscenza) e ‘work’ (lavoro). In sintesi, si punta ad una didattica che abbia come obiettivo fondamentale la costruzione di ‘oggetti’ –materiali o immateriali – che siano realmente utili, interessanti e motivanti. Intorno alla costruzione di tali oggetti si mobilitano strategie di lavoro sia individuali che collaborative, si innescano processi creativi e si punta a sostenere competenze digitali attraverso un uso educativo delle tecnologie. Nel progetto si adotta l’approccio trialogico, già molto diffuso nei paesi del Nord Europa che, in sintesi, implica la triangolazione tra individui, gruppi/società e oggetti/strumenti/tecnologie. Può essere utile osservare la rappresentazione grafica solitamente adottata per sintetizzare l’approccio trialogico.
In concreto, immaginiamo una comunità/classe (learning community) che si impegni a realizzare, per esempio, un prodotto utile e interessante (shared object), che richiede l’uso di conoscenze curricolari (…) Per realizzare tale prodotto, occorre un impegno individuale (individual subject), orchestrato entro un lavoro di gruppo e un obiettivo condiviso. Si utilizzeranno strumenti propri del nostro tempo, per esempio, internet e prodotti digitali (mediating tools) per costruire collaborativamente oggetti (artefatti materiali o cognitivi) che saranno poi davvero utilizzati da altri studenti o da un committente (Authentic use of the object). (.…)
Promotore del progetto è un gruppo di ricerca finlandese che afferisce sia all’Università di Helsinki (www.helsinki.fi) sia ad un istituto denominato ‘Metropolia’ (www.metropolia.fi/en) (…) Altri partner sono la Bulgaria – l’Università di Sofia – e la Svezia con l’Istituto Karolinska.
In Italia sono coinvolte le Università di Roma e di Bari. Inoltre, è stato coinvolto anche un Istituto Europeo chiamato STePS (stepseurope.weebly.com) con sede in Italia (Bologna), che ha il compito specifico di disseminare il progetto e i suoi risultati. (…)
Si punta a rendere scuola e università sempre più vicine. Non si tratta di una sperimentazione ‘nella’ scuola, ma di un’azione congiunta, una sinergia fra scuola e università, che mette insieme attori diversi, con compiti diversi ma con lo stesso interesse di carattere educativo. Contiamo molto sui docenti che partecipano alla sperimentazione; i loro suggerimenti, impressioni, feedback sono per noi molto importanti. Partiamo da idee teoriche che poi man mano vanno sostanziate nell’incontro con il docente e con la classe. Sono loro che devono sviluppare i piani di azione e gli scenari pedagogici e, nell’assisterli in queste azioni, pensiamo di capire meglio i bisogni degli insegnanti e delle classi.(…)
La prima scuola ad aver aderito al progetto è l’Istituto Tecnico Commerciale e Alberghiero di Fasano in provincia di Brindisi (…) A breve si aggiungeranno altri due licei scientifici di Roma. (…)
Nella scuola italiana, la diffusione delle tecnologie è estremamente eterogenea e non sempre riesce a modificare le pratiche didattiche. C’è ancora bisogno di lavorare tanto per far davvero comprendere il potenziale didattico delle tecnologie nei processi di apprendimento. (…)
La questione non è se sia opportuno eliminare il testo cartaceo a vantaggio di e-book o della LIM. Il vero punto è modificare le pratiche di insegnamento (…). Bisogna formare docenti capaci di usare diverse strategie di insegnamento, dalla lezione frontale alla didattica collaborativa per gruppi, alle strategie di indagine progressiva, di pensiero critico e riflessivo, al problem solving, a tecniche quali il Jigsaw, l’insegnamento reciproco, il role-taking a supporto anche dello sviluppo identitario ed emotivo. (…)
Agli insegnanti, riguardo alle tecnologie, consiglieremmo di provarci seriamente: osservare uno specifico ambiente virtuale o software e pensare ‘come posso usarlo per migliorare il mio modo di fare scuola?’. Sembra una domanda banale, ma non lo è affatto perché induce a riflettere su quello che si fa e a ripensarlo in termini di innovazione e di aumento dell’efficacia. E poi magari cercare casi di successo, vedere cosa hanno fatto altri docenti e non pensare ‘questo da me non si può fare’ ma piuttosto ‘come si può fare questo da me?’
Oppure contattateci. Saremo liete di includere altri docenti nella sperimentazione Knork!”
Il progetto Knork sulla stampa locale
Riportiamo alcuni stralci dell’articolo “KNORK, Promoting knowledge Work Practices in Education, al Salvemini”, apparso su Fasano Live del 19 gennaio 2016


