• venerdì , 10 Luglio 2020

Per un apprendimento scolastico

ad alto impatto trasformativo

di Antonio Santoro

Dallo sguardo sul presente della scuola riaffiora talvolta – o spesso? – il convincimento, diffuso, che “la sopravvivenza dei sistemi scolastici pubblici (e, quindi, anche del nostro sistema educativo di istruzione e di formazione) è strettamente connessa alla loro capacità di favorire e di sviluppare un comune denominatore di cultura e d’istruzione che non tarpi le ali alle capacità innate di ogni persona. Se i sistemi scolastici pubblici non diventano più equi e più giusti socialmente, si può allora seriamente temere per il loro futuro perché ci si potrà e ci si dovrà chiedere quali sono le ragioni che ne giustificano la sopravvivenza” (1).
Ritorna, dunque, l’ipotesi della “morte della scuola”: per vari motivi, non ultimo quello che fa riferimento alla incapacità del nostro sistema educativo formale “di far acquisire a tutti un bagaglio minimo di conoscenze (di abilità e di competenze) ritenute indispensabili per vivere o almeno per sopravvivere nelle società contemporanee” (2). In particolare, quello che chiama in causa – a torto? a ragione? – le responsabilità degli insegnanti, i quali – si dice – si muovono in gran parte “come fantasmi tra macerie, con in testa teorie obsolete e anche con molte idee confuse su come si produce la conoscenza scolastica, su come si apprende, su come comportarsi con gli studenti, sulla propria identità professionale nonché sui compiti da svolgere” (3). Continuando tuttavia, soprattutto nella scuola secondaria, ad utilizzare modalità operative inefficaci, a distribuire gli “oggetti culturali” in forme standardizzate, a preferire insomma “pratiche di lavoro” dalle quali “emerge un sistema di attività permanente:
l’insegnante spiega al gruppo classe un segmento del programma in un determinato tempo;
realizza delle prove scritte o altre forme di valutazione analoghe per verificare la comprensione da parte degli alunni;
l’insegnante passa al segmento didattico successivo;

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