• sabato , 22 settembre 2018

Oltre la siepe: essere una DS donna, a Sud, in periferia

Foggia, vivere la scuola, nella terra di mezzo tra ciò che è corretto e ciò che pare corrotto. Il punto di vista di una dirigente scolastica dalla schiena dritta

Di Lucia Magaldi*

“In un tempo molto breve abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici cambiamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia i rischi che le opportunità.”

                                                  Indicazioni nazionali per il curricolo (Ministero dell’istruzione) 

                                                       

Questo non è un feuilleton ma un dossier espunto dal vissuto esperienziale: uno spaccato di  vita scolastica remota, unico ed esclusivo.

Rovi, tuie e bouganville cingono il prato del giardino dell’istituto in cui campeggia la statua di Minerva; le grate color argento, picchiettate qua e là di vecchia ruggine, catturano il cielo in un reticolo di metallo che va a confondersi con l’orizzonte. Pochi studenti sostano sulle panchine del viale sconnesso, in attesa che qualche anziano docente appaia al cancello.

La campanella suona alle otto e venti; quindi, nel silenzio di un mattino d’autunno, si spalanca la porta della vetrata per celebrare il rito di uno dei tanti giorni di scuola.

L’albo ufficiale mette in mostra un’abnorme produzione cartacea: curricolo delle competenze, contratti d’appalto per forniture, convocazione degli organi collegiali e circolari ministeriali in copia conforme all’originale; pendono, sotto il peso dei molteplici allegati, stampe di documenti contabili, nomine conferite a supplenti temporanei, avvisi all’utenza. Non di rado, il frontespizio ingiallito dal tempo, volteggia al primo soffio di vento e cade.

Sotto l’immagine della Madonna, la porta della biblioteca introduce a vetrine con migliaia di tomi, rigorosamente intonsi seppur il registro metta a disposizione dell’utente tutto lo scibile umano, dalla A alla Z. L’archivio storico, gravato da decenni e ragnatele, ospita mucchi di faldoni sugli scaffali metallici e dentro un frigo abbandonato.

Nelle aule, ampie e luminose, circondate dall’alfabetiere, gli allievi della pluriclasse siedono tra i banchi di formica verde poco distanti dalla palestra, duecentocinquanta metri quadrati di parquet rovere, che appare un deserto di silenzio. La Legge n. 107/15, come la Legge n. 53/03 e la Legge n. 148/90, nell’intento di portare ristoro alla scuola pubblica, s’imbatte nello steccato della povertà culturale che ancora resiste in una zona di frontiera, al confine tra passato e futuro, ove l’abitudine ossessiva di una vita regolare richiama l’assunto “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

 

La presenza a scuola di soggetti tradizionali e l’esigenza di competenze attuali hanno creato un disordine generale, facendo insorgere problematiche non sempre risolte e generando situazioni di tensione e di intolleranza o, addirittura, emarginazione. Difatti, non tutti gli utenti sono disponibili ad un confronto sul terreno delle idee: più la dirigenza incide sulla dialettica della vita scolastica, tanto meno viene accettata sulla base di un modello etico assoluto. Quantunque ligia ai corollari della “buona scuola”, diventa ostaggio della tradizione ed il principio normativo di rappresentanza, in siffatto contesto, aleatorio: “ bravo” è il preside che interpreta il disegno dominante, ovvero ipoteca la sopravvivenza spesso fagocitata dalle istanze che nel territorio hanno il presidio elettorale.

 

Nell’esercizio dei poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse il capo d’istituto è un guerriero, e se donna un’eroina: risoluta nella lotta contro la corruzione, si oppone al libero arbitrio, motiva al cambiamento, attenua la minoranza al dissenso, educa a nuove professionalità.

Chiede attenzioni, azioni, sollecitazioni, spinte ed equilibri non contaminati da connivenze, ma rimane da sola sotto il peso delle implicazioni giuridico-amministrative della funzione e il gravame delle molestie burocratiche.

Una condizione diversa di vivere la scuola, nella terra di mezzo tra ciò che è corretto e ciò che pare corrotto.

Una posizione atipica che provoca malessere, calpesta la dignità, scatena dissidi interiori, insidia il pensiero, sconvolge la vita della persona  che non trova riscontro in chi consiglia di “chiudere un occhio”.

Una situazione scomoda dalla quale è faticoso uscire: il ricorso all’audit, quantunque legittimamente invocato, per i furbetti del cartellino, si dimostra cooptato o privo della garanzia d’oggettività e, spesso, inficiato da un clima farraginoso di corsi e ricorsi storici.

Una limitazione assurda che procaccia manovalanza di diritti anziché doveri e nuoce alla professionalità, semmai un’eminenza grigia dovesse assicurare protezioni e, all’occorrenza, privilegi; cosicché, nella confusione istituzionale diventa facile far decantare gli eventi e commutare il dramma del vizio nella favola della virtù.

In un ambiente apparentemente virtuoso e realmente vizioso, l’insipienza fa la parte del leone; nella diversità di culture, scelte etiche e dottrine religiose i genitori agiscono a distanza, trasformando la resistenza all’innovazione in una battaglia che è la crisi della classe media e trova ragion d’essere nella debolezza dei valori; la condotta impropria di qualche personaggio liquida le riserve di dignità giocando al ribasso senza aggiudicarsi la gara; la brutalità di alcuni elementi diventa blasfema e fa i conti con un improbabile futuro che  brucia inesorabilmente il presente; la ragione accampata da più soggetti  conosce esclusivamente le vie dell’affondo, pur sapendo d’essere risucchiata da accrocchi di false verità.

 

La scuola ha bisogno di stabilire con gli stakeholders rapporti concreti, perché la consapevolezza dei cambiamenti sociali richiede la messa a punto di una corresponsabilità formativa: essi sono portatori di risorse grezze che vanno necessariamente ridefinite e valorizzate, sì da alimentare una rete di scambio proficua. Con il dialogo si costruisce una cornice di riferimento condivisa e si dà corpo a una progettualità diffusa mentre con le invettive si vanificano i buoni propositi e  le giuste azioni.

Il sistema scolastico italiano deve contribuire in modo determinante all’elevazione culturale, sociale ed economica del Paese, rappresentando un fattore decisivo di sviluppo che ha come orizzonte di riferimento il quadro delle competenze-chiave definito dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea: rimuovere, cioè, “gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Mi colpisce il sentimento negativo che, talvolta, accompagna l’esperienza dei detrattori della nostra scuola, farcito con vendetta e altri surrogati di finalità, avvolto nel drappo logoro dell’incultura, plasmato dal sospetto, sorretto dall’ostilità.

Laddove la beffa si aggiunge all’inganno, in una raccapricciante gara di solidarietà passiva, non  resta  che scoprire il velo dell’oblio e fissare lo sguardo. Oltre la siepe.

 

*Dirigente scolastica Circolo didattico “S. Siro” di Foggia