• domenica , 18 agosto 2019

Russo Arman e Palla a tutto Shakespeare

a cura di Vincenzo Sardelli

(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)

C’era una volta il teatro elisabettiano. Ai tempi della regina Elisabetta I fu eretto a Londra un grande e attrezzato teatro, il Globe Theatre, di forma circolare e non coperto. Al centro si trovava lo spazio destinato alla rappresentazione. Gli spettatori si disponevano intorno, bevendo birra e gustando dolciumi in un’atmosfera vivace e chiassosa. Irritati o in visibilio, erano parte dello spettacolo, coreografia in assenza di scenografia.
Gli attori erano considerati girovaghi e furfanti. Detestavano il viola, colore della quaresima, sinonimo di teatri chiusi e fame. Quando morivano, le loro spoglie erano gettate in fosse comuni.
Eppure quegli attori erano capaci di sedurre gli spettatori. Li catapultavano in uno spazio immaginifico, grazie al potere della parola e della fantasia. L’uso del corpo dava consistenza a ciò che, per natura, era impalpabile.
In questa stagione teatrale che coincide con i 400 anni della morte del Bardo, due monologhi si distinguono per estro e bellezza. Si tratta di Shakespeare a merenda di Elena Russo Arman e Otello unplugged di Davide Lorenzo Palla.
La magia del teatro elisabettiano rivive all’Elfo Puccini di Milano in Shakespeare a merenda, scritto, diretto e interpretato da una Elena Russo Arman coinvolgente più che mai. Nello spazio di soli sessanta minuti, l’attrice di scuola ronconiana dà saggio di che cosa voglia dire tenere il palco da sola. Capace d’incantare un pubblico dagli otto anni in su, Elena si trasforma in Mary, candida sartina del Globe con il miraggio di fare l’attrice. A quei tempi potevano recitare solo gli uomini. Che, travestiti, ricoprivano anche i ruoli femminili. Qui siamo dietro le quinte. Apostrofi e battute dei drammi di Shakespeare echeggiano fuoricampo e in inglese. Siamo in un festoso, affollatissimo bazar di rasi e damaschi, veli e crinoline. E poi ritratti, spille, anelli, code di topo, tele di ragno. Padrona dei camerini, la piccola sarta furoreggia in un guazzabuglio di parrucche e costumi. Attraversa con leggerezza e ironia temi, passioni e personaggi dell’opera del Bardo. Mary entra in empatia con gli spettatori. Offre loro l’occasione di vivere atmosfere trasognate. Spazia dal castello di Elsinore alla foresta del Sogno di una notte di mezza estate. Trasforma un fazzoletto in uno spettro, una teiera e due anfore nei personaggi che mettono in scena L’assassinio di Gonzaga, il teatro nel teatro che nell’Amleto consente di rivelare le colpe di Claudio. Con l’aiuto di due mascherine, Mary tesse la trama di ammiccamenti fra Romeo e Giulietta.

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