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Scuola militante: lottare contro, lottare per

di Rita Bortone

 

La vuotezza del contro quando è privo di un per

In un articolo pubblicato tempo fa vagheggiavo il recupero di una categoria obsoleta: quella della scuola militante, in cui la militanza avesse un senso diverso rispetto a quello diffuso nel mondo ideologico degli anni ‘70.

Certo, l’esser militante implica sempre e comunque l’idea di una lotta, e la lotta implica sempre e comunque un nemico e un fine, un lottare per e un lottare contro.

Ma in questo momento storico, nel nostro Paese, il per e il contro non si identificano con parti ideologicamente o politicamente caratterizzate.

Più che mai, i nemici e i fini non sono uguali per ciascuno di noi: nel nostro caso, l’idea di scuola militante cambia a seconda delle visioni che ciascuno di noi ha della società, della storia, dell’uomo, dell’esercizio professionale, della funzione formativa della scuola.

Nelle lotte, spesso non sono trasparenti le mete e sono fittizi i nemici. Spesso le vittorie appaiono tali se guardate con ottiche miopi e di breve termine, ma sono false vittorie se guardate entro processi più lunghi ed obiettivi più ampi.

Spesso lottare contro è più facile che lottare per, perché il per implica un’idea chiara da perseguire, un costrutto da realizzare, di natura (nella scuola) pedagogica, o culturale, o etica, o anche procedurale e tecnica, ma comunque un costrutto ideale. Lottare contro senza avere un per è più facile: basta spostare la mollichella che mi disturba sul momento, e il gioco è fatto, il consenso è garantito.

In questo momento il nostro Paese e la nostra scuola sembrano vivere il tripudio del contro.

Gli sguardi di tutti gli italiani sono rivolti alle scelte del governo gialloverde e chi non è accecato dalle frustrazioni e dal rancore riesce a comprendere che le cose che stanno avvenendo nella politica nazionale, e che per alcuni versi non sono troppo dissimili da quanto accade in altri Paesi, sembrano essere portatrici di cambiamenti epocali. Non parlo del cambiamento adottato come parola d’ordine dai promettenti (nell’accezione letterale di coloro che promettono) ministri o capipopolo: parlo delle trasformazioni profonde che sembra stiano travolgendo le stesse identità culturali di regioni, comunità e individui, annullando le vecchie idealità ma non ancora trovandone di nuove. Sicché si formano  nuovi raggruppamenti e si trovano nuove convergenze intorno a dei contro, non intorno a dei per: ci si riconosce cioè, per ora, più per ciò che NON si vuole che per ciò che si vuole. Penso e spero, io che non sono esperta di politica, che di fronte agli eventi e alle scelte del governo si troveranno pian piano gli elementi discriminanti e si costruiranno nuove sintonie, magari diverse rispetto al passato, e si individueranno le cose intorno a cui trovare intese, PER la cui affermazione, e non CONTRO la cui affermazione, lottare insieme.

Anche il mondo della scuola, supportato da associazioni di categoria e sostenuto da opinabili, seppur vittoriose, lotte, sembra aver trovato negli ultimi anni condivisioni e convergenze all’insegna di un contro: la causa di tutti i mali, l’origine di ogni scontento, la madre di ogni frustrazione è stata individuata nella cosiddetta buona scuola, e contro la buona scuola sono state convogliate energie e rancori, istanze distruttive e voglie di conservazione; contro la buona scuola, colpevole di tutti i mali passati, presenti e futuri, oggi sono state combattute e vinte battaglie di democrazia, di cittadinanza, di qualità, almeno così rappresentate dagli eroi che le hanno combattute. La scuola democratica sta infatti già celebrando importanti vittorie: quella della non obbligatorietà della formazione in servizio, che legittima l’incompetenza e la conservazione di quanto (ed è davvero tanto!) si dovrebbe conoscere ma non si conosce; quella della eliminazione della chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti, che boccia insieme autonomia e dirigenza, modernità e merito, funzionalità e potenziale qualità, premiando criteri numerici e ottuse casualità; quella del de profundis del premio al merito, che riporta la scuola a vecchie contrattualità e a logiche burocratiche e impiegatizie. Poi vedremo quali altre vittorie e quali altri cambiamenti ci regalerà il nuovo governo, affiancato da sindacati oggi rinvigoriti dalla ritrovata contiguità con forze politiche finalmente democratiche e vicine, queste sì, al popolo.

Chi esulta oggi ha le sue ragioni, le sue visioni, le sue priorità, che non sono le mie. Io, la mia battaglia la combatterei CONTRO la farraginosità e la complicatezza delle procedure di selezione e chiamata dei docenti, CONTRO la insipienza dei criteri spesso adottati nelle scuole per il riconoscimento del merito, CONTRO le forme dequalificate, pasticciate e inutili, se non anche vergognose e lesive della dignità professionale dei partecipanti, di formazione in servizio; ma PER la salvaguardia del principio del merito, PER costruire migliori condizioni della scelta dirigenziale, PER potenziare l’autonomia degli Istituti impegnando i dirigenti in una maggiore  responsabilità e controllabilittà, PER la promozione di efficaci e trasparenti sistemi di reclutamento prima (di dirigenti e docenti) e PER la obbligatorietà di una formazione di qualità poi.

Lottare CONTRO senza lasciar intravedere un PER serve poco, e si rischia di combattere battaglie che portano  la storia indietro di decenni.

Combattere o morireNon sempre è facile capire da quale parte si vuole combattere. Le scelte politiche che innovano i principi, che introducono nuove categorie interpretative e richiedono nuovi comportamenti e nuovi sistemi di  pensiero si scontrano spesso con difficoltà applicative. E talvolta, se non si sono ben verificate le condizioni di fattibilità, le scelte sortiscono effetti molto difformi rispetto agli scopi per cui sono state compiute, generando reazione e volontà di rifugiarsi in vecchie logiche, vecchie prassi, vecchie idee. E spesso sembra che sbagliato sia il principio innovatore introdotto, mentre sbagliate sono soltanto le forme della sua applicazione. Io, nella battaglia, sto dalla parte di chi vuole migliorare e costruire le condizioni di efficacia del principio, non dalla parte di chi il principio innovatore lo vuole eliminare, perché è scomodo, o perché è sgradito, o perché è difficile da applicare.I fronti diversi fanno comunque parte della dialettica democratica. Credo però che oggi la scuola debba fare una scelta prioritaria, che viene prima della scelta del  fronte, e che consiste nel voler combattere o nel voler morire senza combattere (adeguandosi, rassegnandosi, obbedendo, adempiendo, faticando senza senso, accettando le offese, umiliandosi…). Il primo senso insito nella mia idea di una scuola militante è proprio questo: venir fuori dalla palude del silenzio vittimistico e qualunquistico che da decenni opprime la scuola, ne uccide il pensiero critico e l’immagine sociale, ne riduce la lotta a battagliucce di comodo e di conservazione, ne smorza la forza civica e la potenzialità educativa, ratificando la fine della funzione sociale dell’Istituzione stessa. Venir fuori dall’acquiescenza e dall’adempimento privo di senso, dal chiacchiericcio nei corridoi e dalla denuncia non fatta, dall’inerzia culturale e dalla delega ad altri delle proprie  responsabilità, dall’aggiornamento inevaso e dalla incompetenza impacchettata in belle carte. Venir fuori (contribuire a venir fuori) dalle incongruenze di un Paese che sulla scuola fa retorica (o forse oggi non fa più nemmeno retorica) senza capirne niente; dalle incongruenze di un Paese che sprofonda in abissi di incultura e di amoralità, di corruzione e di reazionarietà, senza che l’Istituzione deputata alla educazione intellettuale, morale e civile del Paese prenda posizione e scelga da che parte stare: non da che parte politica stare, ma da che parte stare sul piano culturale, etico, pedagogico.Credo che nella scuola d’oggi serva scoprire o riscoprire le cose per cui valga la pena di combattere: ciò che vale la pena di conservare, ciò che vale la pena di cambiare, ciò che vale la pena di costruire. Serve una scuola che ricominci a pensare in termini di sostanza educativa e con le teste rivolte ai bisogni reali: dove, per bisogni reali, intendo non i miseri bisognetti di categoria, quelli che perseguono comodità ed egualitarismi, nemici dell’innovazione e della complessità, ostili all’esercizio delle autonomie e delle responsabilità individuali. Intendo i bisogni culturali ed educativi di un Paese che prima o poi, penso, si scontrerà con le conseguenze dell’incompetenza diffusa e della chiusura intellettuale, della limitatezza degli orizzonti geografici e umani, dell’autoreferenzialità culturale e del pressappochismo politico, mascherati da interesse per il popolo e per i suoi bisogni. Qualcosa per cui valga la pena di combattere E tuttavia la mia militanza non è una militanzacontro il governo e contro le sue scelte politiche. Ho visto tanti governi, pur vicini alle mie convinzioni e assertori dei miei stessi principi, fare scelte discutibili se non addirittura dannose: penso che possa accadere il contrario, e cioè che  possa esser fatto qualcosa di buono anche da chi è distante dalle mie convinzioni.Scuola militante è per me, oggi, prima di tutto la scuola che lotta contro la povertà culturale e l’ingiustizia pedagogica, a qualsiasi livello e da chiunque venga perpetrata: contro l’ingiustizia che priva i ragazzi dei loro diritti all’istruzione e all’educazione, e consente che vengano licenziati senza che sappiano niente, che restino privi di regole e di valori e di principi, privi degli strumenti necessari per comprendere e interagire con la realtà, privi della possibilità di esercitare una partecipazione civica attiva, consapevole, critica, inermi di fronte agli efficacissimi insegnamenti provenienti dal mondo esterno alla scuola e dalle democratiche piazze virtuali.  Scuola militante è per me, oggi, la scuola che ricostruisce le gerarchie di priorità, che elimina l’adempimento superfluo, il tempo sperperato, la fatica inutile, le risorse mal impiegate. Che recupera una disobbedienza funzionale in nome della norma, dell’autonomia, del dettato pedagogico. Ma che denuncia le carenze interne e le interferenze esterne, che coltiva dentro la qualità professionale ed esercita dentro efuori la dignità e l’autorevolezza dei ruoli, delle funzioni.Scuola militante è per me, oggi, una scuola che costruisce pensiero critico, che fornisce criteri di valutazione, conoscenze affidabili, aperture all’uomo e alla donna da qualunque parte del mondo vengano, apertura alla diversità ed alla sua libera espressione, strumenti per quella cosa che Morin chiamava cittadinanza terrestre. Che promuove non la recitazione dei principi della Costituzione, ma l’adozione di quei principi come parametri di valutazione dei contesti, delle esistenze, dei comportamenti, delle parole. Che fa scoprire le ragioni da cui quella Costituzione nasce, e le diverse storie e le diverse visioni degli uomini che l’hanno costruita, accomunati dalla volontà di dare al Paese strumenti di lotta contro la violenza, la barbarie, la dittatura, la disumanità, che si erano chiamate fascismo e nazismo e che avrebbero potuto, nel tempo, assumere altri nomi ed altri visi ed altre forme.La mia scuola militante è una scuola che insegna a leggere: sì, la grande letteratura e le divulgazioni scientifiche e le cronache e le argomentazioni e la molteplicità dei testi che la contemporaneità oggi ci offre, ma anche a leggere per scoprire i falsi della comunicazione, gli interessi nascosti, le connivenze culturali, i consensi costruiti a tavolino, le manipolazioni delle opinioni, la stampa venduta, i social che minano la democrazia, le violenze verbali che distruggono la persona e la sua dignità. Una scuola che legge in classe, con strumenti e metodi rigorosamente linguistici, il livore e l’aggressione verso una signora che si chiama Laura Boldrini: la violenza verbale verso la donna, verso la parte avversa, verso l’alleata di quel nemico che sono gli immigrati.Una scuola che fa leggere i dati, questa è la mia scuola militante: che insegna a confrontare dichiarazioni e dati, opinioni e dati; che insegna a scoprire dov’è l’opinione legittima e supportata, e dov’è la menzogna costruita. Non è forse la norma (Linee guida Tecnici e Professionali) che invita la scuola a promuovere criteri di affidabilità delle conoscenze? Una scuola militante, oggi, per me, è una scuola che la norma la conosce, la comprende, la interpreta, la applica.La mia scuola militante non tace la diversità delle opinioni politiche: al contrario, le palesa tutte e le mette a confronto, non per riprodurre la incivile dimensione dello scontro, né per praticare dogmatici indottrinamenti fuori dal tempo e dalla Storia, ma per esercitare il confronto delle ragioni, l’analisi della coerenza tra dati e affermazioni, della rispondenza delle scelte a principi e visioni, dell’adeguatezza degli strumenti e delle rappresentazioni.Scuola militante è per me, oggi, la scuola che costruisce (riscopre, ri-costruisce) giorno dopo giorno la consapevolezza del valore sociale, civico ed etico dell’insegnare e del dirigere. Che ritrova il senso e lo scopo e la forza dello studio e dell’impegno socialmente, eticamente e professionalmente motivato, non burocraticamente e stancamente perseguito, camuffato, svilito, vanificato. È la scuola che rende palese il proprio dissenso nei confronti del qualunquismo culturale, dell’incompetenza tecnica e professionale, del lassismo morale, del laissez-faire organizzativo e gestionale. A qualunque livello essi si manifestino.Che ritrova la voce della denuncia, la voce alta di chi si è stancato del politicallycorrect, di chi l’ingiustizia vuole gridarla, non solo chiacchierarla e subirla. Non una scuola che si fa denunciare e resta inerme, che si fa smascherare nei suoi problemi irrisolti, che si fa attaccare nelle sue debolezze. No: una scuola che è essa stessa a denunciare responsabilità e colpe, ad identificare comportamenti e parole che educano e che certamente diseducano, quando costruiscono consensi e paure, quando promettono difese armate e contro il bullismo vantano altri bullismi.Scuola militante è per me quella che ha il senso di sé come scuola per la cittadinanza. Non voglio dire quella che fa progetti e carte di educazione alla cittadinanza. Quella non m’interessa. La mia, quella da me vagheggiata, è una militanza civile e culturale, che attraversa la elaborazione culturale di cui il docente e il dirigente sono responsabili nella quotidianità: cosa significa essere scuola PER costruire cittadinanza? Insegnare letteratura PER costruire cittadinanza? Insegnare Scienze, o Arte, o Tecnologia PER costruire cittadinanza? Cosa cambia nella mia didattica, e nel mio comportamento quotidiano, se la mia scelta di contenuti e di metodi deve costruire cittadinanza? Se decido di diventare non un travet della letteratura o della storia, ma  un soldato della cultura, dell’etica, della partecipazione civica?La mia scuola militante è, oggi, una scuola che lotta per svolgere la funzione termostatica che mi fece innamorare di Neil Postman tanti anni fa: che lavora, cioè,  per conservare quanto la società e la politica sembrano oggi voler distruggere, e per preservare l’umanità e la civiltà, costruite in secoli di Storia, dalle aggressioni che sembrano travolgere costumi e parole e valori dell’intero Paese.

 

Riferimenti normativi

DPR n. 88/2010 – Allegato A al Regolamento per il Riordino degli Istituti Tecnici: Profilo educativo, culturale e professionale dello studente a conclusione del secondo ciclo del sistema educativo e formativo degli Istituti Tecnici

Bibliografia

E.Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina 2001
N. Postman, Ecologia dei media. L’insegnamento come attività conservatrice, Armando 1999

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