• lunedì , 28 Settembre 2020

Pari, ma Dis-pari: “Le parole fanno il mondo”

Di Priscilla Eva Rescali (studentessa Liceo Scientifico “De Giorgi” di Lecce

Tutto muta di segno. Tanti importanti spostamenti concettuali e simbolici operati dal pensiero della differenza e dal femminismo vengono “derubati”, risignificati, sporcati, con l’esito di occultare, e come su uno specchio rendere opache, importanti consapevolezze raggiunte nel passato e considerate la base per incrinare le forme di violenza presenti nella comunicazione e nelle relazioni fra gli esseri umani.

Il video realizzato dai rappresentanti del nostro Istituto, “La violenza non va combattuta solo un giorno all’anno, ORA BASTA!”, nello spazio di uno “spot” agisce come gesto di “appropriazione”, e di travisamento di un lavoro altro dal titolo “Everything can change” realizzato all’interno di un progetto, “Corti di Genere”, riconosciuto dalla scuola e che, fra l’altro, alla fine di gennaio 2020 ha conseguito il 1° premio nell’ambito della 1^ edizione “Corti di genere” della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Lecce, in “occasione” della Giornata mondiale contro la violenza.

Nella scuola facciamo tanti progetti di “cittadinanza”. “Corti di genere” era uno fra quelli e mi unisce a un gruppo dove ancora oggi leggiamo e pensiamo insieme e ci “incontriamo” a distanza al tempo del COVID. La cittadinanza attiva, come anche la ribellione, viene dall’esigenza di mettere in pratica quello che si è imparato. Il video “La violenza non va combattuta solo un giorno all’anno, ORA BASTA!”, realizzato dai rappresentanti del nostro Istituto, ci mette davanti ad una prova di realtà. Quello specchio, le parole sullo specchio, il gesto di cancellare, la rappresentazione, l’intera scenografia è plagio dell’altro, ma non solo, tutto viene riproposto in modo fuorviante e con contenuti discutibili, risignificando e “sporcando” lo specchio del cortometraggio “Everything can change”, che avevo sentito luogo reale e simbolico nostro e per tutti e tutte, oltre che possibilità di riflessione e sguardo su stereotipi che sono alla base della discriminazione di genere e dunque della violenza.

Clicca sull’immagine per vedere il video “Everything can change”

Il problema che il nostro tempo ha da pensare è un dire oltre l’approssimazione della nominata “persona qualunque”, uno svelare e rivelare le ambiguità e mistificazioni che occultano consapevolezze che pur ci abitano.

Il cambiamento chi lo fa? Ciascuna/o di noi, soggetti capaci di esprimere la propria “potenza”, a partire dalle parole, le quali dicono il mondo. Ciascuna di noi, all’interno di una azione circoscritta si sgancia dalle sabbie mobili di ciò che ci rende mute, pedisseque, esecutrici inconsapevoli, che si giustificano con le “buone intenzioni” mentre si “resta” nell’ombra di quello che ci opprime e che vorremmo combattere. Così, noi donne finiamo per ritrovarci, davanti ad uno specchio, ad assumere il contenuto materico di un messaggio talmente traviato da danneggiarci.

Dal video “La violenza non va combattuta solo un giorno all’anno, ORA BASTA!”:

“Non è più tempo di Nascondersi, subire e accettare passivamente”

“Esitare a denunciare e voltarsi di fronte ad una molestia, è una molestia”

“Silenzio carnefice”

“Riappropriati della dignità che ti hanno strappato”

“Mostro”, “Maniaco ipocrita”

“Tu donna, tu uomo, tu ragazza, tu ragazzo”

“Non è più tempo di avere paura”

Non siamo tutti uguali ed è un bene, molti non tengono conto della diversità”

“Molti non tengono conto della fragilità di alcune persone che hanno timore a chiedere”

“È arrivato il momento di non far sentire sole le vittime del web”

Parole. Foto. Foto di vittime. Oh povere vittime indifese, loro sono fragili, hanno timore a chiedere aiuto e nessuno tiene conto della loro fragilità. Le vittime commettono una molestia non denunciando le molestie che ricevono. Sono quelle le povere vittime “a cui la dignità è stata strappata” e di cui “si devono riappropriare”. “Basta, non dobbiamo più farle sentire sole!”. Povere, sono capitate nelle mani di un mostro.

Questo è il messaggio che intravedo: le donne prese di mira sono delle povere “vittime” che non sono capaci di chiedere aiuto perché sono degli esseri “fragili”. Sono capitate nelle mani di un “mostro”, bisogna fare attenzione a non capitarci. E suddette poverine commettono una grave molestia non denunciando. Dunque la colpa è loro, d’altronde cosa possono fare?

Ecco, è su questo che mi concentro: il da farsi su un problema che sta attanagliando noi giovani nelle relazioni fra noi. Su una questione sentita così cogente, fare un video in cui il dito viene puntato su chi subisce la violenza, esso stesso, così, diviene veicolo di altra violenza: “Devi denunciare” è una subdola, implicita forma di colpevolizzazione. Per tutta la vita ci è stato detto “stai zitta!”, “non essere arrabbiata!”, “non essere così esagerata!”, poi ci si ritrova ad essere colpevolizzate per qualcosa che si è dovuto assumere come modello “adatto” al proprio genere.

“Mostro”, “Malato”

Come si tratteggia il fautore di violenza? Come un mostro. Ecco questa è l’immagine che meno si attaglia al violentatore, e di certo non aiuta a vedere e mirare al centro del problema. Vorrei fare un rimando a una delle favole da bambini con cui molte di noi sono cresciute. “Cappuccetto rosso è andata oltre i limiti previsti per una bambina ed ecco che trova il mostro nella selva. Il mostro violenta la nonna e lei (poi il cacciatore arriva giusto in tempo per evitare la strage).” Ecco allora la morale: “Bambine (in verità anche voi nonne): non andate oltre perché se vi esponete, lì fuori ci sono dei mostri e loro sono fatti così, non è colpa loro. Quindi se vi succede qualcosa è colpa vostra, non dite che non vi avevamo avvertite, dovete stare al vostro posto!”

Dunque, il mostro è così di sua indole, non si può far nulla. Sta alla “vittima” fare attenzione. No! Il mostro non esiste! Quell’uomo non è un mostro, un maniaco o un malato, ma “È FIGLIO SANO DEL PATRIARCATO!”. Ed ecco che si apre un mondo: le nostre relazioni quotidiane, la comunicazione e il linguaggio usato all’interno di questo sistema, una società, la nostra, che va osservata, analizzata e raccontata.

“Punta dell’iceberg di un perverso universo di violenza sviluppato in rete e che è riflesso di una problematica che affligge anche la realtà analogica” si dice nel video.

Questa “problematica” della “realtà analogica” la voglio chiamare col proprio nome: è manifestazione del patriarcato, del sessismo, interiorizzato anche dalle donne, e del pervasivo e diffuso potere della norma neo liberale che tutto muta di segno.

“Non siamo tutti uguali ed è un bene, molti non tengono conto della diversità”

“Molti non tengono conto della fragilità di alcune persone che hanno timore a chiedere”

 “Vittima fragile”. FALSO! Innanzitutto, sottolineare il fatto che chi soffre per tale violenza è “fragile”, circoscrive nell’ambito del “normale” (NORMA) il compiere violenza: poi, se suddetta “vittima” non dovesse (apparentemente) mostrarsi “fragile” e dunque (credo si volesse intendere) non ne dovesse soffrire, allora è accettabile. Invece, se si mostra “fragile” e ne soffre, allora lì c’è un problema.

Assumere il concetto di fragilità in maniera vittimistica, quale sinonimo di incapacità di azione è pericoloso e FALSO (!). La “vittima” non è una poveretta che non riesce a reagire, ma è una persona che vede il suo corpo leso e lesionato dalle parole che le arrivano come pietre. Come ci ricorda Maddalena, la flagellazione è pratica antica. Le parole ricevute e sentite o anche battute su tastiera e scagliate in una shitstorm virtuale, plasmano l’immagine che la persona ha di sé, non rendendole più possibile vedersi per quel che davvero è. Davanti ad uno specchio una “vittima” si chiede chi sia davvero, si chiede se forse lei non sia come quelle parole che la descrivono. Così, perde il contatto con sé stessa, così, non ha più autocoscienza di sé. Non è vero che ha perso “dignità”!

“Tu donna, tu uomo, tu ragazza, tu ragazzo”

A tal proposito, la vittima che tendenzialmente si ascrive al sesso femminile, all’inizio del video, come uno Yo-Yo, sta tra l’uno e l’altro genere: “Tu donna, tu uomo, tu ragazza, tu ragazzo”. Ma questa vittima che corpo ha? Nei primi minuti del video si citano due generi. Questo non è falso, ma è parziale. Il genere è un modello di costruzione sociale e anche le “vittime” maschili esistono; gli uomini e i ragazzi che subiscono violenza, sono quei “fragili”, “diversi” prima nominati, coloro che non rispondono ai “paradigmi”, non rispecchiano i “canoni” dell’essere “virile” secondo una società ancora patriarcale e sessista, zeppa di stereotipie che sono all’origine e alla base della discriminazione che genera la violenza. Anche il ragazzo, dunque, viene stigmatizzato e marginalizzato essendo associato all’ambito della “fragilità”, sensibilità, femminilità.

“Riappropriati della dignità che ti hanno strappato”

Definizione del dizionario di “dignità”: “rispetto che l’uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati […]”.

Chiedo quale dignità e responsabilità nella “regia” si sceglie di abitare e di promuovere su una questione che è così cogente per voi e per noi? 

“A noi il dovere di comprendere, non di giustificare”

Hannah Arendt

Leggi gli altri contributi del gruppo “Pari, Ma Dis-pari”:

Prof. Daniela Anna Rollo

Benedetta Caldararo classe 5A,   Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Maria Irma Pezzuto classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Anastasia Pezzuto classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Sara Persano classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Sara Totaro Aprile classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Enrica Greco classe 4D, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Alessia Russo classe 4A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce