• martedì , 5 Marzo 2024

La ferita coloniale palestinese: le vittime, i carnefici e le responsabilità dell’Occidente

di Luigi Cazzato, Università di Bari

Mentre scrivo, le bombe (una ogni 10 minuti) continuano a piovere incessantemente e ferocemente sulla popolazione di Gaza che, essendo costretta in un ghetto, non ha scampo. I soldati dell’IDF (l’esercito israeliano) continuano a attaccare ospedali e scuole, chiese e moschee, ammazzando civili inermi, donne e bambini soprattutto, con intento genocidario. Siamo arrivati a 20.000 vittime (fonte ANSA) su due milioni di gazawi. Come se avessero ammazzato, in proporzione, più di mezzo milione di italiani, tanti quanti ne ha la città di Genova o Palermo. Chi non muore, vive senza acqua, senza cibo, senza medicine e senza elettricità, come gli animali.

“Animali umani”, del resto, sono stati chiamati dal ministro della difesa israeliano, mentre il ministro dei beni culturali non ha escluso l’uso dell’atomica! “Annientare Gaza” è anche il messaggio dell’ex Presidente del Parlamento israeliano. È lo stesso linguaggio del Primo Ministro Netanyahu che ricorre alla Bibbia per giustificare il massacro senza pietà dei nemici, chiamati col nome biblico di Amalek. Tutto questo nel silenzio agghiacciante della stampa mainstream italiana.

Un ufficiale dell’IDF ha dichiarato, con una freddezza che ricorda macabramente i folli sistemi nazisti: “nulla accade per caso quando una bambina di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza … qualcuno nell’esercito ha deciso che non era un grosso problema ucciderla, che era un prezzo da pagare per colpire un altro obiettivo. Noi non siamo Hamas. Questi non sono razzi casuali. Tutto è intenzionale”. Tutto è intenzionale. Calcolato. E lo possono pure dire. Impuniti. Tutto pianificato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (un software chiamato “Vangelo” genera automaticamente gli obiettivi da colpire). E se ne vantano. Mica ammazzano come i barbari di Hamas! Loro ammazzano in maniera civile, scientifica.

Theodor Adorno, il filosofo ebreo fuggito in America per salvarsi dalle retate dei nazisti, a ridosso della scoperta dei lager, parlò di “ragione strumentale” dell’illuminismo: metodico e scientifico non solo nel far progredire l’umanità ma anche nel farla regredire a livelli bestiali. Edward Said, l’intellettuale palestinese americano, invece, ci ha insegnato che per noi occidentali gli orientali non hanno mai avuto la nostra stessa dignità, anche questo grazie a una scienza nata sul finire del ‘700 chiamata guarda caso “orientalismo”. Poi a fine ‘800 nasce il sionismo che doveva liberare gli ebrei da secoli di persecuzioni e finisce col perseguitare un altro popolo, gli arabi di Palestina, che fino a quel momento avevano vissuto pacificamente con le minoranze ebrea e cristiana sotto l’impero ottomano. Si sono visti invadere dagli ebrei europei con in tasca il permesso del ministro degli esteri britannico (Balfour Declaration del 1917) e sulla bocca lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra” del fondatore del movimento sionista, l’ungherese Theodor Herzl.

Insomma, le responsabilità europee sono state enormi. E lo sono ancora adesso, se lasciamo che il governo israeliano ammassi a colpi di bulldozer detriti insieme ai corpi di gente (si dice ancora viva!), dopo aver distrutto l’ospedale di Kamal Adwan a Gaza, come fosse un’unica macabra discarica. 153 paesi nell’assemblea generale dell’ONU si sono espressi per il cessate il fuoco a Gaza, pochissimi i contrari (USA e Israele) e gli astenuti (paesi UE), manco a dirlo.

Questo gli stati. E l’opinione pubblica? L’intellighenzia? Sotto la cappa mediatica e culturale mainstream, che sorveglia il sonnambulismo degli italiani di cui parla il Censis, il massimo che si fa è disquisire con distacco su quale sia la giusta distanza per approcciare il problema. Come se non ci ri-guardasse. Invece ci ri-guarda e dobbiamo “rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”, disse una volta l’ebreo Franz Kafka, per tornare a essere sensibili, tornare cioè a sentire e vedere.

Durante un meritorio seminario all’Università di Bari sul conflitto israeliano-palestinese nel contesto delle risoluzioni Onu, ho preso la parola commentando amaramente l’abilità dei relatori di riuscire a parlare della questione palestinese nel contesto del diritto internazionale senza pronunciare chiaramente la frase “colonialismo di insediamento”. Ho aggiunto che persino il ministro israeliano Shimon Peres riconobbe il loro “peccato originale”, quello di aver fatto finta che non ci fossero i palestinesi in Palestina. Una risposta inascoltabile è stata che non essendoci nessuna terra nullius sul pianeta, a parte l’Antartide, da qualche parte gli ebrei dovevano andare. E siccome gli ebrei in Palestina ci sono sempre stati sin dai tempi remoti… Già, come se dopo 2.500 anni i greci odierni volessero venire a occupare i nostri luoghi perché ci sono stati ai tempi della Magna Grecia.

Un’altra risposta è stata che non si può affrontare il problema da un punto di vista morale. E qui torniamo al vizio della fredda ragione di noi occidentali. Quella freddezza e distacco “scientifico” che dimentica i corpi degli altri, specie se non bianchi, e li rende oggetto di distaccata analisi. Oppure non li vediamo proprio, consentendo a un “popolo senza terra” (gli ebrei) di occupare “una terra senza popolo” (la Palestina), secondo il principale falso mito del sionismo. Anche questo è un nostro insegnamento, giacché siamo andati in America, Australia e Sudafrica o Libia ad occuparle perché su quelle terre non c’era nessuno (terra nullius, abbiamo detto), nessuno degno di essere considerato essere umano o civile, ben inteso.

Si deve, allora, prima di tutto dire che i veri non umani o i veri non civili sono coloro che vanno a occupare o sfruttare la terra degli altri, come hanno fatto gli israeliani nel 1947 per fondare il proprio stato, cacciando 750.000 palestinesi dalla Palestina. È stata chiamata “Nakba”, che in arabo vuol dire catastrofe come la parola ebraica “Shoah” (Olocausto). Dopo di che, bisogna subito aggiungere che ciò è stato possibile grazie al sostegno euro-americano, le cui classi dirigenti forti e sicure del proprio passato di colonizzatori, hanno insegnato a quelle israeliane come diventarlo in pieno ‘900. Facendo divenire la questione palestinese una sanguinolenta e purulenta ferita coloniale di insediamento nella contemporaneità.

Per questo l’occupazione disumana israeliana della Palestina ci ri-guarda. Ci ri-guarda perché è l’eredità della storia coloniale della modernità occidentale, fondata su un profondo razzismo. Non c’è modernità senza colonialità è il mantra dei pensatori decoloniali. La colonialità è la matrice del potere moderno che ha permesso al colonialismo di sopravvivere come logica culturale dopo la sua fine storica e che sostiene l’indecente anacronismo del colonialismo di insediamento israeliano attuale.

L’occupazione disumana della Palestina ci ri-guarda perché sia la catastrofe della Shoah che quella della Nakba sono prodotti del razzismo strutturale della modernità occidentale, a partire dalla conquista dell’America e dalla Reconquista della Spagna araba. Eventi entrambi datati 1492 ed entrambi informati dalla violenza razziale “civilizzatrice”: in quest’ultimo caso contro gli arabi e gli ebrei dalla pella scura nell’Andalusia, nel primo caso contro gli indigeni dalla pelle rossa del Nuovo Mondo. Il tragico paradosso è che due popoli semiti (ebrei e arabi), entrambi perseguitati dal razzismo europeo, hanno finito per essere l’uno persecutore dell’altro. Con il risultato, come ha detto Said, che i palestinesi sono diventati le vittime delle vittime.

Infine, l’occupazione disumana della Palestina ci ri-guarda perché rappresenta la generale corruzione della coscienza umana, un virus che si può propagare fuori dalla Palestina e infettare, israelizzare l’intero mondo. Come il proliferare dei muri al di qua e al di là dell’Atlantico ci fa temere, a partire da quello della brutale apartheid che separa Israele dalla Cisgiordania.

Qual è la via d’uscita? È difficilissimo dirlo, soprattutto da questa distanza e a questo punto della storia. Ma forse è proprio questa distanza che può farci vedere le poche cose certe. Una è che spetta agli israeliani, gli occupanti, il primo passo: restituire ai palestinesi la loro terra. Tutta? “Dal fiume al mare”? Impossibile oramai, pena un’altra immane catastrofe.

Un’altra è che se gli ebrei avessero fatto come la nonna della regista israeliana Hadar Morag, non si sarebbe arrivati a questo punto assurdo. “Quando mia nonna arrivò qui, dopo l’Olocausto, la Jewish Agency le promise una casa. Non aveva niente, tutta la sua famiglia era stata sterminata. È rimasta in attesa per lungo tempo in una tenda, in una situazione estremamente precaria. La portarono quindi ad Ajami, a Jaffa, in una stupenda casa sulla spiaggia. Vide che sul tavolo c’erano ancora i piatti degli arabi che ci abitavano e che erano stati cacciati via. Allora lei tornò all’agenzia e disse: riportatemi nella tenda, non farò mai a qualcun altro ciò che è stato fatto a me”. È solo attraverso il riconoscimento del dolore dell’altro che si può tornare umani, che la ferita comincia a guarire e si può intravvedere una vita nuova.

Infine, è certo che dovremmo essere noi europei ad affrontare quest’immane questione, perché noi l’abbiamo storicamente creata. Ma non lo facciamo. E questa nostra incapacità, se non connivenza, è il dramma nel dramma. Se una soluzione futura ci sarà, non sarà del “nano politico” UE. Né del gigante in declino USA.

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