• sabato , 15 Agosto 2020

Pari, ma Dis-pari: “Colpevoli a prescindere”

Di Enrica Greco (studentessa Liceo Scientifico “De Giorgi” di Lecce)

A partire dal dilagante fenomeno della violenza incoraggiata dal medium digitale dei gruppi Telegram in cui sono circolate foto di ragazze e commenti definiti shitstorm, scagliati contro singole persone rese oggetto di scherno e di scandalo,* si sono diffusi, nel web, numerosi video sull’onda dell’indignazione.

Ho potuto notare una generale superficialità nel trattare un tema che andrebbe, invece, approfondito proprio a partire da un lavoro su di sé.

Secondo me, un problema importante è la generalizzazione delle varie forme di violenza cybershaming o cyberbullying che, invece, andrebbero trattate nella loro specificità e nell’ottica della violenza di genere. Prescindendo da questa caratterizzazione e inserendo la questione nel ben più ampio bullismo online, ci si distacca automaticamente dal contesto culturale che genera questo tipo di violenza, evitando di analizzarlo.

E invece, è proprio dalla matrice culturale che bisognerebbe partire per comprendere, perché sicuramente questa è solo la punta dell’iceberg, ma al di sotto di questa evidenza emergente c’è un immenso mondo che gran parte della società ha interiorizzato ed è quello del simbolico e della violenza di matrice sessista. Per combattere un fenomeno, bisogna comprenderne le radici, altrimenti si rischia di cadere in un messaggio pericoloso che alimenta questo problema più che fermarlo.

Questo, secondo me, è emerso nelle descrizioni del fautore della violenza e della vittima. Gli uomini che hanno condiviso e commentato foto di ragazze, minorenni e non, incitando allo stupro sono stati chiamati “malati”. Tuttavia, attraverso questo appellativo, si indica il fenomeno come un’eccezione che purtroppo non è, e la si relega alla marginalità e al campo della “devianza”. Quegli uomini “non sono malati, sono figli sani del patriarcato” direbbero parole che ci vengono da un passato e da una “cultura” capace di farsi coscienza critica e vedere la radice del problema. Si sentono autorizzati, secondo quella “cultura”, a commentare o condividere foto di donne e dei loro corpi, a modificarle e a insultarle, perché il corpo femminile è solo uno strumento nelle mani dell’uomo, alla sua mercé.

Ancora una volta, si pone l’attenzione sull’uomo, il soggetto, l’assoluto, e la donna, l’altro, l’oggetto. Se non si analizza a fondo la questione, inevitabilmente si ricorre allo stesso lessico e posture di chi agisce la violenza, si evita di andare oltre l’ovvietà e la superficialità e si fa fatica a riconoscere che quegli uomini non sono malati, ma sono il prodotto di una cultura in cui domina il pensiero unico, di matrice sessista e che diffonde discorsi di odio e vendetta.

Lo stesso discorso vale per l’appellativo riservato alle vittime, “fragili”. Si parla, infatti, di fragilità, di come non si dovrebbe compiere un determinato gesto, perché c’è chi è più debole e potrebbe soffrire. Quindi, la colpa si fa ricadere su entrambi: sì, l’hanno insultata, hanno condiviso le sue foto, ma è lei a non essere abbastanza forte. Tuttavia, una violenza non può misurarsi in base alla forza della vittima o alla sua fragilità. Se picchio qualcuno, lo sto picchiando indipendentemente dal fatto che lui sia in grado di difendersi o meno. Lo stesso ragionamento andrebbe applicato in questo caso.

Anche se la vittima è forte, anche se può reggere una sofferenza enorme, il gesto rimane deplorevole.

E poi, utilizzando il termine “fragilità” subentra un altro dubbio. Chi è che definisce cosa sia forte o debole? E soprattutto, chi dice che mostrare i propri sentimenti, in questo caso la sofferenza, sia indice di fragilità? Ancora una volta, è la mascolinità tossica, senza capacità di risonanza emotiva rispetto ai propri comportamenti a definire forza e fragilità. E tutto ciò che non rientra in questa logica, viene preso di mira, a partire dalle donne, vittime già prima di esserlo, colpevoli a prescindere, perché fragili, fino ad arrivare agli uomini stessi che non rispettano quei canoni di mascolinità.

Da qui, anche il modo di parlare alle vittime, “non è più tempo di nascondersi, di subire, di accettare passivamente, è tempo di denunciare”. Ma qualcuno si è chiesto perché non denunciano? Non è forse proprio per quella logica che il video stesso utilizza? Per una donna che denuncia, non c’è comprensione, ma vergogna, colpevolizzazione, dolore aggiunto al dolore: in fondo, è lei che ha pubblicato foto provocanti, è colpa sua se li ha provocati, è fragile, non ha retto a dei semplici commenti, poteva pensarci prima.

Per trasmettere un messaggio così importante, non ci si può fermare alla superficie delle cose e alla loro apparenza, tanto per dire la propria. Per essere veramente d’aiuto bisogna partire da un’analisi profonda, chiedersi il perché, senza banalizzare o generalizzare, ma trattare l’argomento nella propria specificità. Partire dalla matrice culturale del problema per non dire che quegli uomini sono malati o per non colpevolizzare ancora di più le vittime e quindi alimentare la stessa violenza che si vuole combattere.

Solo svelando stereotipi e non riproponendoli può essere veicolo di autocoscienza, di cambiamento del modo di pensare e di essere nelle relazioni fra gli esseri umani e quindi di aiuto a chi è vittima di violenza.

*1 Byung-Chul Han, Nello sciame, visioni del digitale, p.13, Figure Nottetempo

Leggi gli altri contributi del gruppo “Pari, Ma Dis-pari”:

Prof. Daniela Anna Rollo

Benedetta Caldararo classe 5A,   Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Priscilla Eva Rescali classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Maria Irma Pezzuto classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Anastasia Pezzuto classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Sara Persano classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Sara Totaro Aprile classe 5A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce

Alessia Russo classe 4A, Liceo Scientifico “C. De Giorgi” – Lecce