“Con la robotica educativa apprendimento veloce e consapevole”
La dirigente scolastica dell’IC Japigia 1 Verga di Bari, Patrizia Rossini: “Permette agli studenti di imparare in modo significativo e partecipativo perché sono spinti dalla motivazione. Da noi questa modalità è realtà già con i bambini di tre anni, ma la scuola italiana resta obsoleta. È necessario stimolare e formare i docenti sul nuovo modo di fare lezione”
di Stefania De Cristofaro
Sì alla robotica educativa. Non ha alcun dubbio la dirigente scolastica dell’IC Japigia 1 Verga di Bari, Patrizia Rossini: “E’ una metodologia di apprendimento che permette di raggiungere gli obiettivi in minor tempo e maniera più consapevole e non meccanica. Gli studenti non ripetono a pappardella, ma imparano in maniera significativa perché sono spinti dalla motivazione”.
L’istituto barese, che conta 180 docenti e 1.200 alunni, ed è capofila della rete Robocup Jr Academy Puglia che conta oltre 40 scuole, ha sperimentato e continua a impiegare l’intelligenza artificiale nella didattica.
“L’abbiamo accolta e gli studenti ne sono molto entusiasti”, dice la dirigente che si è avvicinata alla robotica 12 anni fa, quando l’istituto è stato scelto per partecipare ai tre giorni per la scuola a Napoli, dopo un progetto di scienze. “Mi si è aperto un mondo. Ad oggi siamo l’unica scuola del primo ciclo della rete nazionale, le altre sono superiori”, dice.
“La scuola italiana è rimasta legata ai canoni e agli standard di quella che ho frequentato 40 anni addietro. Me ne rendo conto quando svolgo le reggenze in altri istituti: la scuola è obsoleta. Non si tratta di una questione di programma ministeriale, posto che si seguono le indicazioni nazionali in termini di obiettivi e competenze da raggiungere. Credo che sia necessario cambiare modalità: abbiamo rivoluzionato il modo di fare la scuola, a partire dal progetto delle lezioni senza zaino. E per farlo è necessario partire dalla formazione dei docenti, partendo dall’atteggiamento innovativo. Spesso mi chiedono se devono fare anche robotica e io rispondo che si fa italiano con la robotica, matematica con la robotica. Si tratta, quindi, di formare il corpo docente e stimolarlo in questa direzione”, spiega.
“Le innovazioni spaventano. Ma non è così. La robotica educativa da noi è realtà già con i bambini di tre anni: programmano il robottino per raggiungere un obiettivo didattico”, va avanti. “I piccolini usano molto un robottino che si chiama Bi-bot, è un’ape, che ha i tasti di programmazione sul dorso che permettono di spostarsi avanti e dietro. Sono concetti topologici importanti per i bambini dell’infanzia. L’ape compie passi di 15 centimetri. I docenti costruiscono un piano cartesiano e nel lato di ogni quadrato inseriscono macchie di colore o lettere, o anche tabelline, oppure le città, che i bimbi devono riconoscere facendo muovere in quella casella il robottino. Il bambino in questo modo impara il colore, le tabelline, la geografia: ha scelto l’obiettivo, ha fatto un progetto per arrivarci e l’ha messo in pratica usando l’ape. In questo modo impara a porsi un obiettivo, a fare un progetto e a verificarlo. E questo altro non è, se non l’applicazione, anche nella vita, del metodo scientifico, di quello che si definisce come problem solving di cui si parla spesso. La robotica permette tutto questo. Non solo. Permette di sviluppare lavori in squadra, favorendo la collaborazione”, prosegue la dirigente scolastica.
“La robotica educativa, quindi, permette di fare lezione con uno strumento che rende l’apprendimento veloce e non meccanico, senza ripetizione a pappardella”, sottolinea. “È molto importante ai fini della didattica personalizzata e in questa direzione la impieghiamo nelle lezioni con gli alunni diversamente abili e gli autistici che hanno difficoltà a entrare in contatto con il mondo esterno”, aggiunge.
“Sempre nell’ottica della robotica educativa, i ragazzi partecipano alle gare regionali perché siamo scuola capofila della Regione Puglia”, racconta. “Si svolgono per età, under 14 e under 19, e per tipologie di gara, Rescue Line e On Stage. Per la Rescue Line i ragazzi devono programmare un robottino che deve seguire un percorso, una linea nera, stabilita dai giudici, con vari ostacoli che costituiscono un serie di variabili. On Stage, letteralmente sul palcoscenico, theatre o dance: nel primo caso inventano una scena teatrale e programmano i robottino interagiscono con loro, nel secondo ballano con i robottini”, dice.
“Se fossi ministro inviterei all’uso della robotica e io per prima andrei a tenere corsi per fare capire quanto sia importante e funzionale alla didattica e la porterei come disciplina scolastica”.
Non si può introdurre l’intelligenza artificiale se non c’è un percorso innovativo da svolgere su vari fronti, perché altrimenti diventa una cosa a sé stante. L’Ai, nel nostro caso, è stato l’ultimo step perché con i nostri alunni, già dall’età di tre anni, abbiamo avviato un percorso di robotica educativa che ha permesso loro di avere competenze tali da riuscire a programmare usando l’intelligenza artificiale.
Abbiamo iniziato una sperimentazione due anni fa, che prevede che già nelle classi della scuola dell’infanzia, ci sia la conoscenza dell’intelligenza artificiale con l’obiettivo di capire di cosa si tratta. I piccoli hanno cominciato con il capire innanzitutto cos’è l’intelligenza come parola e poi la differenza tra quella umana e quella artificiale. Per gli alunni della prima, siamo andati oltre con la previsione di qualcosa come avvio di programmazione, mentre gli studenti delle medie hanno già programmato qualcosa. Partendo da una loro idea, hanno programmato e sviluppato tre bidoni per la raccolta dei rifiuti, designati e costruito con una stampante 3D: posizionando davanti a questi contenitori un oggetto da buttare, i bidoni si aprono in base alla tipologia di rifiuto. Questo lavoro è arrivato alla conclusione di un percorso che è stato sviluppato anche attraverso giochi didattici on line che hanno permesso di avere conoscenza delle variabili possibili.

