Europa? Ni, grazie
Luci e ombre sull’UE in un’indagine tra gli studenti salentiniDi Matteo Lisi*
AbstractLa percezione dell’UE da parte dei cittadini è notevolmente condizionata da fattori di comunicazione potenzialmente distorsivi, in grado di originare luoghi comuni. Scopo dell’indagine qui presentata è sondare e interpretare le opinioni sull’UE rilevate su un campione di giovanissimi in merito a temi di più discussa attualità.
Un fantasma si aggira per l’Europa: è l’Unione Europea, logora e invecchiata, che dimostra più dei sessant’anni passati dalla firma dei Trattati di Roma, evento fondativo dell’integrazione fra i popoli del Vecchio Continente. Una parte piuttosto consistente dell’opinione pubblica europea le punta l’indice contro. La crisi economica è stata causata dall’introduzione dell’euro. Gli immigrati? L’UE non ha una politica integrata, vuole scaricarli sui Paesi più deboli, Italia in primo luogo. Le politiche di rigore finanziario dell’UE provocano disoccupazione. Sono solo i più ricorrenti, questi, tra i pareri che si possono ascoltare, nei luoghi pubblici o nelle conversazioni private, che hanno come oggetto l’UE. Come si sono formati? Quale valore possono avere? Quanto peso possono esercitare sulle decisioni e sui comportamenti dei cittadini?
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Queste domande (e le relative risposte) hanno assunto un senso particolarmente inquietante all’indomani della Brexit, quando un’elevata porzione degli elettori britannici ha ammesso di aver votato a favore dell’uscita del loro Paese dall’UE senza conoscere nemmeno i termini essenziali della questione. Mi hanno convinto così a tastare personalmente il polso della situazione proponendo un breve questionario, per sondare le opinioni diffuse tra ragazzi miei conterranei, miei coetanei e compagni di studio, di età compresa tra i 17 e i 19 anni. Ho suddiviso le domande in due gruppi: quesiti di tipo prevalentemente informativo (relativi alla conoscenza di alcune nozioni generali sull’UE) e domande finalizzate a scoprire le percezioni del campione nei confronti di alcuni temi forti dell’Europa. Consultatomi con una psicologa specializzata in test, ho cercato di far tesoro delle sue raccomandazioni: non sovraccaricare il questionario, proporre domande inequivocabili, lasciando in qualche caso la possibilità di una risposta personale; controllare, per quanto possibile, il clima in cui il questionario viene compilato, evitando influenze reciproche tra gli interpellati e il somministratore dell’intervista. Ho selezionato quindi un campione di cento ragazzi frequentanti il triennio finale delle scuole superiori, residenti a Casarano (Lecce) e dintorni, per un raggio di circa 15 km. Non essendo richiesti dati utili all’identikit personale, presumo che, dal punto di vista culturale e degli interessi, il gruppo dei partecipanti al sondaggio sia abbastanza eterogeneo. Dalle risposte emerge un’acquisizione abbastanza generalizzata delle principali informazioni relative all’UE, in particolare se riguardano strumenti di uso corrente, come l’euro. Effettivamente, i ragazzi dichiarano di seguire molto (14%) o abbastanza (47%) i media, anche se non viene specificato quali e che tipo di programmi. Allontanandosi dalla sfera del quotidiano, le istituzioni e le azioni dell’UE perdono di certezza e assumono contorni molto vaghi. Di sicuro, la conoscenza della costruzione comunitaria sembra legata esclusivamente alle notizie correnti: non si riscontra una visione storica, seppur generica, delle tappe fondative e delle istituzioni dell’UE.
Il campione è costituito da 100 studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni. Solo il 9% si sente “europeo”. La maggioranza ha un’identità “locale”
Passando dall’informazione alla formazione, si desume chiaramente una mancanza di attaccamento all’Europa. Alla domanda “Ti senti prevalentemente cittadino …”, solo uno sparuto 9% risponde di sentirsi europeo. La maggioranza distribuisce la sua identità tra la locale e la nazionale, con una netta prevalenza della prima. Va precisato che è stato chiesto di effettuare una sola scelta: nel caso di più opzioni, sarebbe stato interessante notare come nei nostri giovani si possano intrecciare i diversi livelli di appartenenza. Questo dato sembra contrastare con le risultanze della domanda tesa ad accertare la mobilità internazionale degli studenti del basso Salento. Il 60% degli intervistati dichiara, infatti, di essere stato almeno una volta in un Paese europeo nell’ultimo triennio, e una parte non trascurabile di tale percentuale in tre (se non di più) occasioni. Forse un approfondimento sui motivi del viaggio (viaggio di istruzione, turismo o formazione) avrebbe potuto chiarirci come l’interesse per il soggiorno all’estero non si traduca in una più ampia disponibilità interculturale.
La politica attuale non riesce a trasmettere i valori propri dell’Europa: libertà, democrazia, pace; l’UE appare come una macchina burocratica governata da austeri tecnocrati che tanto chiedono e poco danno. L’Europa, agli occhi di un ragazzo di oggi, è un’entità astratta, distante dai bisogni dei cittadini, alla mercè dei Paesi egemoni, che toglie poteri decisionali ai cittadini e alle comunità locali. Sono queste le pecche delle istituzioni comunitarie percepite dai giovani cittadini. Nonostante tutto, la maggioranza di loro crede che l’UE sia un luogo di valori forti, di pace, di integrazione. Valori che però appaiono riconosciuti solo in linea di principio. Là dove occorrerebbe il confronto e la condivisione delle regole, sono pronte a scattare le chiusure. Sempre più l’Europa dovrà fare i conti con l’esplosione delle differenze. Europa che, invece, può essere spazio di dialogo: spazio per ricostruire su basi nuove le mediazioni politico-sociali tra economia e cultura; spazio dove le molteplicità e le differenze diventino fattore di arricchimento.
Tra gli adolescenti manca una visione storica, seppur generica, delle tappe fondative e delle istituzioni dell’UE. L’Europa ha contorni molto vaghi
A bilanciare questa rappresentazione catastrofica, per i nostri giovani si intravedono spiragli di miglioramento, dai quali, a mio avviso, le politiche UE potrebbero ripartire. Secondo i risultati della mia ricerca, per poter migliorare la propria immagine di fronte ai suoi cittadini in termini di vicinanza e di efficacia, l’UE dovrebbe impegnarsi di più a garantire sicurezza sia per il contrasto del terrorismo che per la sorveglianza delle frontiere esterne. In tal senso i ragazzi sono favorevoli all’integrazione dei servizi di sicurezza nazionali, con conseguente costituzione di un’intelligence europea (23%) e di una vera politica di difesa europea (17%). Passando al livello delle proposte, è preoccupante che quasi nessuno degli intervistati abbia utilizzato gli spazi previsti per le risposte aperte, segno di mancanza di idee autonome e originali. Quei pochi che hanno risposto in termini personali si sono limitati a brevi frasi, se non a qualche parola soltanto.
Ma ad essi non sfugge il fatto che, prima di lavorare per una maggiore coesione europea, bisognerebbe capire bene di cosa si sta parlando. I ragazzi, infatti, sostengono di non conoscere bene l’UE e il funzionamento delle sue istituzioni. Le risposte alla domanda “Nella tua scuola si parla dell’UE?” attestano lo scarso spazio assegnato alle tematiche dell’UE: solo un quarto degli studenti ritiene che se ne parli abbastanza, mentre oltre la metà lamenta una trattazione scarsa o nulla nelle aule scolastiche. Una società dove una parte della popolazione non si informa, non controlla la pubblica amministrazione, non vota con discernimento, è una società impossibilitata ad autogovernarsi. I contenuti del dibattito sono sostituiti da slogan tanto attraenti sul piano emotivo quanto deboli a livello progettuale. L’Europa non può perdere tempo, non può permettersi il lusso di sperimentare cambi di potere destabilizzanti che rischiano di provocare danni irreparabili.
Ma, se i giovanissimi hanno molte attenuanti alla loro scarsa conoscenza e consapevolezza europeistica, ancor più preoccupante è la percezione inadeguata del problema da parte dei decisori politici e dell’opinione pubblica adulta, più propensa a mettere in relazione la crisi che stiamo vivendo con fattori esclusivamente economici e finanziari. La crisi dell’Europa è soprattutto culturale e da lì occorre ripartire. Come ha recentemente ribadito il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, bisognerebbe implementare le opportunità di scambio culturale tra i Paesi dell’Unione. Per evitare la disgregazione, è opportuno che gli europei si conoscano, si comprendano, si apprezzino. Ovvio che il pensiero corra a un potenziamento dei Programmi UE di scambio e di mobilità, finora troppo ridotti e scarsamente finanziati.
Oltre la metà degli studenti lamenta una trattazione scarsa o nulla nelle aule scolastiche su tematiche europee. I temi del dibattito sono sostituiti da slogan
Gran parte del campione giovanile da me sondato dichiara di credere poco nell’idea di un’Europa unita e di considerare possibile, e non lontana, una sua profonda trasformazione, se non addirittura la sua dissoluzione. Se gli Stati meno solidi dal punto di vista economico potrebbero trarre giovamento da un rafforzamento dell’Unione, quelli più forti non sarebbero disponibili a cedere ulteriori margini di sovranità. Stesso discorso per la moneta unica: gran parte dei suoi detrattori sostiene la sua inadeguatezza alle economie del Sud Europa perché troppo forte, utile solo agli Stati più stabili che si arricchiscono a scapito degli altri e pretendono dai più deboli rigore sui conti. Questi elementi di squilibrio hanno permesso all’euroscetticismo di radicarsi fortemente, in particolare presso i ceti sociali meno abbienti e meno acculturati, presso Paesi ex comunisti (Polonia e Ungheria), mediterranei (Spagna), persino insospettabili (Olanda e Austria).
In un periodo storico segnato da un’ascesa euroscettica e populistica che appare inarrestabile, può sembrare strano auspicare una maggiore integrazione fra gli Stati europei. Non dimentichiamo però che anche settant’anni fa, in pieno svolgimento del secondo conflitto mondiale, a Ventotene un gruppetto di intellettuali propugnò ideali di pace e di collaborazione, mentre il nazismo sembrava avviato al dominio sull’Europa. Essi ebbero il coraggio di sognare la caduta dei regimi totalitari, la sconfitta dei nazionalismi, la costruzione di un organismo sovranazionale. «L’Europa non cade dal cielo», affermava Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Europa, firmatario del Manifesto di Ventotene. Al contrario, presuppone una forte spinta dal basso, della società civile: l’Europa non deve essere fuori di noi, ma dentro di noi.
«L’Europa non cade dal cielo», affermava Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Europa. Al contrario: l’Europa non deve essere fuori di noi, ma dentro di noi
Spinelli, i progettisti dell’Europa federale, i protagonisti dei primi momenti di vita europea comune avevano visto due guerre, avevano conosciuto l’esilio, la mancanza di democrazia, la lotta per la libertà, il significato del sacrificio. Avevano una visione nella quale credevano. Noi siamo nati già dentro un’Italia e un’Europa del benessere, e ci arrendiamo davanti al rischio di un minimo calo del nostro tenore di vita. Non riusciamo a vedere oltre il nostro naso, ci confiniamo nel nostro orticello, personale, locale, soffriamo della sindrome NIMBY (Not in my back yard, non nel mio orticello). Ma spetta a noi giovani onorare l’eredità lasciata da Altiero Spinelli e dai padri fondatori dell’Europa, preservandola, rafforzandola e riformandola per il bene delle generazioni future.
*classe 4ª AL Liceo Scientifico-Linguistico “G.C. Vanini” – Casarano (LE)
Docente referente: Giuseppe Caramuscio
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