• venerdì , 10 Luglio 2020

Il tempo dei social rubato alla letteratura e alla scrittura

di Antonio Errico

In un articolo apparso su “La lettura”, l’inserto del “Corriere della Sera”, Paolo Giordano sostiene, tra l’altro, che i social network hanno rosicchiato i bordi già malridotti dei nostri spazi di lettura tradizionale. E’ una condizione di cui molti di noi fanno esperienza costante, a volte con sofferenza, a volte con indifferenza. E’ un peccato che stiamo commettendo, a volte con coscienza delle conseguenze, a volte incoscientemente. Ma se questo peccato, dice Giordano, può essere considerato come veniale per il lettore comune, per chi ha la sconsiderata arroganza di scrivere diventa irreparabilmente mortale. Dice che ci sono scrittori che non si bastano più in quanto tali, un po’ perché stimolati dalla possibilità infinita di espressione, un po’ perché terrorizzati dalla previsione di una inesorabile estinzione. Perché si sa che ciclicamente si annuncia solennemente la definitiva scomparsa della narrazione e dei narratori, senza fermarsi appena appena a considerare che se l’atto del narrare è stato un’invenzione del primo uomo cui fu dato il nome di Adamo, la sua fine non potrà che coincidere con la fine di quello che sarà l’ultimo uomo.

Ma in relazione alla lettura e alla scrittura, si pone – s’impone- il problema del tempo. Come s’impone per qualsiasi altra attività, come s’impone per l’esistere, drammaticamente. Se chi scrive impegna pensieri ed energie a comporre post e tweet, a monitorare “mi piace” e condivisioni, a rispondere ai commenti, a cercare consensi, a dibattere su massimi e minimi sistemi con gli abitanti dell’intero universo, inevitabilmente  sottrae pensieri ed energie a quel progetto di scrittura che elabora nella testa. Inoltre, si deve tener conto del fatto che poi esiste la posta elettronica ordinaria, quella che, se per un solo giorno non la apri, il giorno dopo  straripa e ti sommerge, che ti richiede un tempo nient’affatto trascurabile per la lettura, per la risposta, per cestinare senza lettura; si deve tener conto che poi esistono le telefonate normali, i messaggi sul cellulare. Così il tempo per scrivere si riduce, i pensieri senza concentrazione si sbrindellano, le interruzioni e le distrazioni diventano sistematiche, rendendo discontinuo, asistematico l’impegno, compromettendo la qualità degli esiti.

 

Secondo un calcolo fatto da Giordano, le ore migliori di creatività, quelle che ogni onesto artigiano della scrittura dovrebbe dedicare al suo lavoro, vanno da due a quattro al giorno. Spesso sono ore rubate a morsi feroci all’alba o alla notte, al sabato, alla domenica, alle persone che ti sono intorno, che spesso comprendono, che in qualche caso non comprendono, ma comunque assecondano. Per ricavare quel minimo di due ore bisogna sacrificare se stessi e soprattutto e meschinamente gli altri, le persone che ti sono vicine,  facendo i conti con il senso di colpa, quasi mai chiaramente confessato. Allora uno si domanda per quale ragione deve dissipare il proprio tempo a commareggiare sui social; per quale ragione deve banalizzare il proprio sacrificio, tradire il sacrificio di quelle persone vicine che comprendono e assecondano una tensione verso la scrittura, verso una passione o un mestiere. Allora uno si domanda questo e una risposta non la trova e, non trovandola, mette lo smartphone sotto i piedi e lo trasforma in frammenti. Lo fa per dignità, per onestà, per rispetto. Non lo fa per spocchia, dice Giordano, né per sfidare l’estinzione. Lo fa perché deve dare un senso al sacrificio. Non gli importa se sarà dimenticato, se quando pubblicherà un altro libro, da tutti o quasi da tutti sarà confuso con un esordiente. Non gliene frega niente. Vuole semplicemente dare un senso al tempo che gli appartiene, potersi dire “va bene, anche per oggi ho scritto e ho riscritto per dieci volte dieci righe; non sono uscite male, in fondo”.

 

Vuole soltanto avere la soddisfazione di scrivere dieci righe che non sono uscite male: una stupida soddisfazione, certamente, che però lo tiene in pace con se stesso.

 

Chi scrive è un artigiano, dunque. Non mi fece una buona impressione il falegname che tempo fa passò al cellulare almeno una mezz’ora lasciando in sospeso il lavoro che doveva fare e me che aspettavo che finisse quel lavoro. All’identico modo non mi farebbe una buona impressione uno scrittore che passasse il suo tempo su whatsapp. Nessuno nega che possa utilizzare le risorse della rete per quello che servono alla sua scrittura, come usa i libri per ricercare, documentarsi, verificare. La cosa che diventa molto discutibile è l’impiego della rete per questioni estranee al lavoro, la connessione che lo sconnette dalla concentrazione sui significati della sua scrittura e sulla forma che vuole attribuire ad essa, impedendogli di scavare. Perche, poi, di questo si tratta, alla fine dei conti. Come in una poesia di Seamus Heaney che si intitola proprio “Scavare”.

 

Dice che suo padre aveva una vanga e con quella scavava nella terra ghiaiosa. Anche il padre di suo padre aveva una vanga: fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle dietro la spalla, andando sempre più giù.

 

Heaney non ha una vanga; ha una tozza penna tra le dita. Nella traduzione l’ultimo verso fa così: “Scaverò con questa”. Ma per scavare non basta la potenza delle braccia. C’è anche bisogno di molta fatica e sudore, di molta costanza. C’è bisogno di non distrarsi mai mentre si sfida la terra. Se non per un istante, di tanto in tanto: per un sorso d’acqua. Poi alla fine della giornata uno si dice: “ecco, anche oggi ho scavato dieci righe. Non sono uscite male come le ho scavate, in fondo”.