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Indagine sulla bellezza

Ci si guarda intorno e la bellezza che si vede appartiene al passato, racconta altre storie: ma davvero la nostra società, la nostra epoca, è incapace di produrne di nuova?di Antonio Errico

 

“Una sera, ho preso la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. –  E l’ho ingiuriata” 

Soltanto una creatura che gioca d’azzardo con il linguaggio e con la vita, uno che non ha niente da vincere e niente da perdere, soltanto un ragazzo crudele, un vecchio saggio, un acrobata che cammina sul filo senza rete sotto, soltanto un poeta capace di dare morsi al cielo, che a 24 anni ha scritto tutto e dopo quell’età non ha più niente da scrivere, oppure non vuole scrivere più, può pronunciare parole come queste. Soltanto Arthur Rimbaud poteva cominciare in questo modo la sua Stagione all’inferno: in questo modo impietoso, eccessivo, perforante, insolente, beffardo. Definitivo, estremo. Come se, dopo quella tenerezza verso la Bellezza, dopo aver sentito il suo sapore amaro, dopo l’ingiuria che le si è sputata in faccia, non ci fosse nulla da scrivere più, nulla che valesse la pena di scrivere più. Perché al disfacimento della bellezza corrisponde quello della possibilità che ha la parola.

 

Diceva Johann Wolfgang Goethe: “Un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo si guarda più”.

Si fa l’abitudine, anche alla bellezza: fino al punto da non sentirne più l’attrazione, da non avvertirne più la seduzione. Accade quando la meraviglia e lo stupore si smorzano fino a spegnersi completamente. Accade quando non si sa, o non si vuole, rinnovare il pensiero di fronte alla bellezza, quando non la si reinterpreta e non la si pone al confronto con il proprio tempo e con la propria condizione interiore.

 

Si esce da un vicolo trovandosi davanti allo splendore di una cattedrale barocca e quella cattedrale non è altro che pietra su pietra. Si fa una strada, una mattina d’inverno, dalla quale si vede un mare che è la rappresentazione della potenza della natura, ma si guarda distrattamente solo un mare in una giornata d’inverno.

Si legge una poesia già letta e non si nota altro che l’ordine delle parole: non la profondità del loro senso, non la loro armonia, il loro equilibrio supremo.

Ci si abitua alla bellezza e non c’è nulla da fare. Oppure forse sì, qualcosa si può fare. Forse si può tentare di stabilire una relazione con quella bellezza, non più o non solo attraverso lo stupore, ma attraverso la riflessione, attraverso i percorsi del pensiero

 

L’attrazione per l’arcobaleno è provocata da un’emozione, da una sensazione improvvisa, sbalordente, che richiama lo sguardo. Poi l’emozione si attenua, la sensazione si prolunga e, prolungandosi, riduce l’effetto; lo sbalordimento passa e lo sguardo si distrae, viene richiamato da un’altra situazione, l’emozione si orienta verso un’altra direzione.

Allora, per non perdere il senso della bellezza dell’arcobaleno, occorre superare la condizione dello stupore per addentrarsi in quella dell’interrogazione, dell’indagine sulla bellezza. Per non perdere la bellezza dell’arcobaleno, bisogna studiarla, comprendere il fenomeno che produce quella perfezione magica di rosso, arancione, giallo, verde, blu, violetto.

La comprensione del fenomeno realizza il passaggio dalla bellezza dello stupore alla bellezza della cognizione.

È così per la cattedrale barocca, la cui bellezza si rinnova attraverso la conoscenza della sua storia. È così per la poesia, che diventa ancora più fascinosa quando si riesce ad entrare nel processo lessicale e sintattico che la fa funzionare. È così per ogni bellezza della natura e della cultura, per la bellezza di ogni creatura.

L’attrazione per la bellezza suscitata dall’emozione è una condizione inevitabilmente esteriore, superficiale; quella suscitata dalla conoscenza è una condizione interiore, profonda, che si fa sempre più profonda quanto più cresce la conoscenza.

È per questa ragione che non si può fare a meno di costruirsi una conoscenza della bellezza che ci si trova davanti, intorno.

È l’unico modo per consentire a quella bellezza di durare. È l’unico modo per far durare in se stessi il piacere di quella bellezza.

Ci sono bellezze che pretendono la conoscenza, che scuotono il desiderio, trascinano verso l’approfondimento, l’analisi.

La bellezza della luna, per esempio: della luna vera e della fantastica rappresentazione di luna che  Leopardi interroga, incessantemente, senza mai una risposta.

Allora  si può anche dire che bellezza e conoscenza sono coinvolte da una relazione necessaria. Per consentire alla bellezza di rigenerarsi costantemente, e quindi di durare, è indispensabile conoscerla nella sua natura, nella sua struttura, nella pluralità dei suoi significati, nella sua storia.

Senza conoscenza non ci può essere esperienza della bellezza. Senza esperienza della bellezza c’è il vuoto informe dell’insensibilità.

Talvolta diciamo che la contemporaneità ha perduto il senso della bellezza.

Se è vero che la contemporaneità ha perso il senso della bellezza, per cui si permette di consumarne l’oltraggio trasformandola in caricatura, in infeconda imitazione, è per il fatto che non la comprende, perché non la conosce, e non la conosce perché non la studia. Si confronta con essa senza consapevolezza.

La contemporaneità si è abituata alla bellezza dell’arcobaleno. Non prova più nessuno stupore quando appare nel cielo. Se vuole ritrovare lo stupore, deve cominciare ad indagare la sostanza dei suoi colori, l’incredibile perfezione del suo disegno

 

Disse una volta Eugenio Montale che la cultura è quello che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso.

Forse si potrebbe pensare che quello che diceva Montale possa valere sia per un uomo che per una civiltà.

Se quello che rimane è l’essenziale, se è la sostanza che serve a generare un altro apprendimento, una nuova conoscenza, allora ci si potrebbe domandare che cosa resterà di quello che la nostra civiltà ha appreso e apprende, a condizione che la risposta escluda qualsiasi cosa prodotta in modo superficiale e finalizzata esclusivamente al superficiale, che scarti la moda, il modello, l’imitazione, la contraffazione, la copia. A condizione che riguardi l’essenziale, il sostanziale, appunto, anche se non per forza il necessario, che in qualche modo possa servire anche solo come suggestione che conduce verso il  sapere di un nuovo tempo, che di questo sapere sia il fermento, il lievito.

Essenziali sono i significati che nel secolo scorso la scienza è riuscita a decodificare e a definire, per esempio.

Essenziali sono alcune forme dell’arte, alcune espressioni della letteratura: per esempio, quelle che hanno rifondato concetti, che hanno formulato domande ulteriori, che a volte e in qualche modo hanno cercato di dare risposte ulteriori.

Essenziali sono le condizioni del sociale che hanno prodotto benessere, sviluppo, progresso.

Ma scienza, arte, sociale sono territori sterminati. Un uomo non può avere memoria di tutta la scienza, di tutta l’arte, di tutto il sociale. Non può averne neppure una civiltà. La memoria può servirsi della storia, senza alcun dubbio. Ma anche la storia ha bisogno di selezionare. Anche la storia dimentica, si sa.

Se ciascuno di noi provasse a domandarsi che cosa vorrebbe ricordare dopo aver dimenticato tutto quello che ha appreso, che cosa considera essenziale ricordare, sicuramente si avrebbe un numero di risposte corrispondente al numero delle domande. Anche questa civiltà probabilmente se lo chiede. Anche questa civiltà avverte la necessità di individuare i significati essenziali di quello che ha appreso, per poterli ricordare e per poter fondare su di essi significati nuovi,  prospettive diverse.

Ma scienza, arte, sociale sono territori sconfinati, si diceva. È indispensabile adottare degli indicatori, stabilire dei punti di riferimento per orientarsi in quei territori.

Anche in questo caso, ciascuno adotta i propri indicatori, ciascuno stabilisce i propri punti di riferimento, che dipendono da una serie di circostanze, che sono relativi alla visione che uno ha delle cose e delle storie.

Ma c’è una condizione che forse potrebbe anche essere trasversale, che forse potrebbe annodare visioni, ideologie, prospettive. Forse ci si potrebbe ritrovare intorno ad una parola, pur nella consapevolezza dei suoi innumerevoli significati, delle innumerevoli varianti.

Forse la parola potrebbe essere bellezza.

Dopo aver dimenticato tutto, potrebbe restarci soltanto la bellezza. Nei territori sterminati della scienza, dell’arte, del sociale potremmo metterci a cercare gli elementi che sono e che rappresentano bellezza. Per poter ricominciare ad apprendere da quelli.

Accade talune volte che della scienza, per esempio,  si riscontri l’utilità, anche l’indispensabilità, ma che se ne trascuri la  bellezza.  Poi accade anche che la scienza evolva, e quello che sembrava definitivo diventi superato, per cui i concetti, le teorie e i metodi perdano il loro significato. A quel punto, allora, può restare la bellezza: anche soltanto di quello in cui si è creduto, di quello che sembrava definitivo, insuperabile, assoluto, quando invece era provvisorio, modificabile, relativo.

Accade che le forme dell’arte considerate perfette, ad un certo punto, risultino inadeguate, incoerenti con i canoni mutati. Anche in questi casi la sola cosa che resta è la loro bellezza. Al di là del loro costituirsi come possibili rappresentazioni e metafore dell’epoca alla quale appartengono, resta la bellezza delle loro forme. Accade, probabilmente non di rado, che davanti ad un’opera d’arte fatta di colore o di parole o di suoni, per esempio, non si decifrino e non si comprendano più i sensi che hanno avuto in un tempo diverso, ma che comunque se ne percepisca la bellezza.

Anche per le strutture o le dinamiche che interessano il sociale, le modalità di organizzazione, di convivenza, di relazione accade l’identica cosa. Fino ad un certo punto si pensa che non ce ne possano essere di migliori, poi gradualmente o repentinamente tutto si trasforma e quello che sopraggiunge ci dà una diversa convinzione, una maggiore soddisfazione.

Però, a questo punto, ci si potrebbe chiedere, ancora, quale possa essere la bellezza che rimane. Anche per questo ciascuno ha una risposta diversa.  Ma anche per questo si potrebbe cercare una condizione trasversale. Una potrebbe essere questa: la bellezza che rimane è quella che concretamente non riesce a dire più niente. Potrebbe sembrare una provocazione. Invece è una possibilità. La bellezza che non dice più niente, concretamente, può essere quella nella quale ciascuno rintraccia significati propri, soggettivi, anche sentimentali. È la bellezza che si svincola dal tempo ed agisce autonomamente, indipendentemente da esso, indipendentemente dai motivi e dalle situazioni che l’hanno prodotta, in qualche occasione anche inconsapevolmente, senza l’intenzione di generare bellezza.

 

Trahit sua quemque voluptas: ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo”: così dice l’imperatore nelle Memorie di Adriano,  lo straordinario romanzo di Marguerite Yourcenar. Qui c’è la bellezza come tensione, come orizzonte, come destino. C’è la bellezza ad un tempo astratta e concreta, forma e sostanza, prassi e ideale.

Provoca sempre infelicità o tristezza il duello all’arma bianca con il tempo. La bellezza è proprietà del tempo: della bellezza, il tempo fa quello che vuole: può lasciarla in dono o può graffiare la faccia, portarsi via i capelli, o imbiancarli.

È nella relazione con il tempo che la bellezza assume significato: nel contemperarsi e nel conformarsi all’età e alle storie di ciascuno, alle sue felicità e anche ai suoi dolori, a quello che ciascuno ha avuto e a quello che ha dato. La bellezza di un uomo o di una donna si compone anche delle ferite, delle cicatrici che il tempo lascia fuori e dentro di noi, a testimonianza del percorso della nostra esistenza. Così la bellezza è quello che resta nel fondiglio di ogni giorno che viviamo. Se non è questo, è un inutile involucro, oppure è l’imbroglio di una misera illusione.

 

Certe volte, attraversando una città oppure un paese, accade di domandarsi quale bellezza questo tempo stia lasciando in eredità al tempo a venire. A noi sono state consegnate cattedrali, monumenti, statue nelle piazze, torri, castelli, una straordinarietà realizzata in armonia con i paesaggi e con le culture che un’epoca esprimeva e nelle quali in qualche modo, anche conflittualmente, si rispecchiava.

Sicché diviene quasi naturale domandarsi che cosa stia lasciando l’epoca che corre, con quali forme ed espressioni racconta le sue visioni del mondo, in quali rappresentazioni di culture si rispecchia

 

Forse si potrebbe dire, assai genericamente, che la cultura nella quale si rispecchia, con la quale si confronta, è quella della complessità. Va bene. Probabilmente è la complessità che costituisce la condizione essenziale del tempo che si vive, salvo poi dover dimostrare che il passato non sia stato complesso, che lo sia stato meno del presente, che non sia stato attraversato da contrasti, contraddizioni, conflitti più o meno dichiarati, più o meno sotterranei. Ma la complessità comunque va bene. Siccome è con questa parola che giustifichiamo tutto, per esempio le nostre incapacità di risolvere problemi, per esempio le nostre difficoltà di convivenza, per esempio le nostre superficialità, i nostri disinteressi, le nostre apatie, questa parola come alibi va bene.

La complessità ha una sua bellezza.

Allora, mentre si attraversa una città oppure un paese, indifferentemente, accade di domandarsi quali siano le architetture che rappresentano la bellezza della complessità.

Ci si guarda intorno e la bellezza che si vede appartiene al passato, racconta altre storie: con linearità, con articolazioni complesse, con equilibrio, in qualche caso anche con lo squilibrio, sontuosamente, modestamente. Ma tutto appartiene al passato. Noi bellezza non ne abbiamo costruita. Noi abbiamo costruito piattezza e uniformità, che sono il contrario della complessità, casamenti grigi, periferie scure, deformità determinate dall’incompatibilità fra quello che esisteva e quello che si andava creando; nella definizione di funzionalità abbiamo ricompreso qualsiasi assenza di eleganza, di raffinatezza, qualsiasi scelta anche di imbruttimento dell’antico, oltre che di bruttezza del moderno.

È inevitabile domandarsi che cosa sia successo. Non è pensabile che questo tempo non abbia una idea di bellezza oppure che non abbia capacità, mezzi, strumenti, metodi, possibilità per realizzarla.

Forse, semplicemente, non ha interesse per la bellezza. Semplicemente è indifferente nei confronti della bellezza.

Ha rinunciato ad essa. Così la complessità sociale, culturale, esistenziale di questo tempo non ha una bellezza che la rappresenti, che la racconti attraverso forme coerenti o perfino incoerenti, in quanto la complessità di ogni genere produce anche incoerenza, inevitabilmente.

Di conseguenza è un tempo senza bellezza che affida la propria sensibilità alla bellezza di un altro tempo. Così il nostro rapporto con la bellezza è riferito soltanto al passato: ai centri storici, ai borghi, a certe piazze, a certi campanili che traducono l’ansia degli uomini di arrivare fino al cielo, a certe chiese che possono accogliere la preghiera di ogni fede.

La complessità del nostro tempo non è riuscita a trasformarsi in bellezza, ad esprimere le assonanze e le dissonanze, la simmetria e l’asimmetria, la proporzione e la sproporzione, l’ordine e il caos, l’esperienza e il sentimento del tempo, l’immaginazione e la configurazione dello spazio.

Non abbiamo interesse. Siamo indifferenti. Però viene anche il sospetto che tutto questo accada per una sorta di pudore, per una sensazione che non sia possibile superare la bellezza che il passato ha realizzato, che non sia possibile eguagliarla, per cui anziché abbassarne il livello, ridurne la qualità, si preferisce rinunciare a realizzarla, persino a pensarla. Può darsi che, più o meno consapevolmente, si ritenga che la perfezione delle cattedrali non si potrà mai più avere, che il fascino misterioso degli affreschi non si potrà mai più ricreare, che la sensazione di vertiginoso stupore che si avverte davanti ad un campanile non si potrà mai più suscitare. Può darsi che sia questa la ragione che ci induce a rinunciare, a privarci della possibilità di realizzare bellezza. Allora, forse, non lo si fa per disinteresse, per indifferenza, ma per umiltà. Forse pensiamo che tutta la possibile bellezza sia stata già rappresentata. Mentre nei contesti della scienza si procede con eccezionale rapidità perché si considera che molto resti ancora da scoprire, che moltissimo ci possa ancora meravigliare, entusiasmare, rispetto all’arte, all’architettura, rispetto alla bellezza dei luoghi, si resta fermi, immobili. Per quel senso di umiltà, quella sensazione di inadeguatezza, per la certezza che la bellezza già creata sia difesa da un destino di irripetibilità.

Forse si tratta di un’ipotesi assolutamente indulgente nei nostri confronti, che risulta del tutto incompatibile con quelle azioni, o con quelle inerzie, che ignorano o deturpano o trascurano la bellezza.

Però potrebbe pure essere così. Ma anche se l’ipotesi fosse fondata, non ci potrebbe comunque assolvere dal peccato consumato nei confronti di questo tempo e di quello futuro, di non lasciare testimonianza della bellezza.

In “Crisotemi”, uno dei quattro poemetti di Ghiannis Ritzos, c’è un verso che recita così: “Soltanto l’amore – come dicono – e la bellezza resistono un poco al tempo”.

Quando si attraversa una città oppure un paese, indifferentemente, ci si rende conto che l’unica cosa del passato che resiste è la bellezza. Non le creature e neppure molte storie di quelle creature. Resiste la bellezza che hanno saputo costruire, forse proprio perché sapevano che quella bellezza sarebbe stata l’unica cosa che avrebbe potuto far vedere che cosa fossero in grado di pensare, che cosa sapessero fare con le loro mani.

 

I luoghi cambiano, come le creature. Certe volte sono le trasformazioni dei luoghi a farci accorgere che anche noi siamo cambiati. Ci si guarda intorno e ci si guarda allo specchio. Oppure il cambiamento lo si sente come se fosse semplicemente una carezza di vento.

Ci si guarda intorno, e ci si guarda dentro. Guardarsi dentro ha più senso del guardarsi allo specchio.

È quando ci si guarda dentro che si può capire se si è cambiati davvero, nel profondo, nei sentimenti che contano, quelli essenziali, e forse importa poco, forse importa niente, se una mattina intorno agli occhi si scopre una ruga che solo la mattina prima non c’era, se i capelli si sono fatti bianchi e radi

 

Forse importa assolutamente se per certe cose si sente ancora l’entusiasmo che si sentiva un’altra volta, importa se non si è diventati arroganti, supponenti, con se stessi, con gli altri, importa avere la consapevolezza che non si è arrivati da nessuna parte, che si deve ricominciare sempre e tutto dal principio, che si ha ancora la voglia di pensare e di fare. Sì, certo, qualche volta si può concedere alla nostalgia il privilegio del corteggiamento, perché la nostalgia corteggia la bellezza.

Ecco, la bellezza. La bellezza dei luoghi non scompare; diventa soltanto bellezza diversa. Come quella delle creature. Anche quella diventa bellezza diversa. L’una e l’altra sono un’opera d’arte del tempo, un rimaneggiamento dei giorni, degli anni. Ci si guarda intorno e ci si guarda allo specchio. Ma gli specchi ingannano, sempre. Aveva ragione Jean Cocteau: gli specchi dovrebbero riflettere sempre molto bene prima di riflettere le immagini. Ingannano quando ci restituiscono un’immagine che suscita vanità; ingannano quando l’immagine che ci rimandano ci irrita o ci sconsola.

Lo specchio che è dentro di noi non inganna quasi mai. Forse, a volte, mente su qualcosa, ma soltanto perché vuole essere indulgente.

Cambiano i luoghi e cambiano le creature.

L’ho visto, un pomeriggio che pioveva e spioveva. Fermo, sulla soglia. Dal fondo del ricordo è riemersa l’immagine di un altro tempo, di un altro pomeriggio che pioveva e spioveva, e lui era lì, su quella stessa soglia, con gli occhi nella luce che si ritirava rapidamente. Ma non c’era più la bottega del fabbro ferraio, e non c’era il vicolo con il glicine di fronte, e lui non aveva più i capelli neri, e aveva una stanchezza, tutta una stanchezza sulle spalle, tutta una stanchezza dentro gli occhi, che quell’altro pomeriggio non aveva. Aveva un sorriso, però. Mi è sembrato lo stesso sorriso di quell’altra volta. Forse si guardava nello specchio di dentro, e quel sorriso mascherava la stanchezza. Forse lo specchio di dentro gli restituiva un senso di entusiasmo, un desiderio di pensare, di fare, di continuare ad essere quello che era stato. Forse lo specchio di dentro gli suggeriva che il senso profondo di un’esistenza consiste proprio nel riuscire a non rinunciare mai a quello che si è stati, a non dimenticare la strada che si è fatta, né com’erano i luoghi che si incontravano nel corso del cammino. Nel pomeriggio pioveva e spioveva.

 

“Soltanto l’amore e la bellezza resistono un poco al tempo”

Forse è vero. Probabilmente è vero. Mi sono ritrovato nella chiesa di San Pietro, a Otranto, dopo anni dalla prima volta in cui l’avevo vista. Nella meraviglia di quella screpolatura di figure che strenuamente resistono al tempo, tra la delicatezza e la discrezione di quei volti che non rinunciano a richiamarti con lo sguardo, dentro quello spazio che pare troppo ristretto per contenere quella grandezza del sacro che appartiene all’eterno, in una penombra che non impone ma che implora il silenzio.

È la bellezza che resiste al tempo, anche se, come tutte le creature e le cose di questa terra, ne subisce le graffiature. Così appaiono le immagini di San Pietro: appena graffiate dal tempo, consapevoli che prima o poi saranno costrette a soccombere. Però, ancora, con umile orgoglio esprimono quella loro bellezza che ha attraversato i secoli ed è lì a svelare un mistero, a narrare un racconto che è un po’ storia ed un poco leggenda. È come una casa tra le case di Otranto, San Pietro.

Si arriva per caso, girovagando. Non è come la Cattedrale. Inevitabile. Ci si deve passare, anche se per caso – per un incomprensibile caso – non si volesse. San Pietro è nascosta dietro una svolta d’angolo, alla fine di poche scale. Uno si mette al centro e si sente sovrastato dalle figure che si sporgono dalle pareti e silenziosamente dicono: “Noi siamo la bellezza che resiste al tempo, una bellezza finta che dura più di qualsiasi bellezza vera, siamo l’ostacolo coscientemente impossibile alla finitezza”.

Ha ragione Crisotemi. Solo l’amore e la bellezza resistono un poco al tempo. Solo la bellezza che proviene da una mano d’uomo e vive più e più di quella mano.

In nessuna ora del giorno c’è luce che sfolgora, in San Pietro. Quando fuori è abbaglio che frastorna, tormenta di raggi, esplosione di riflessi, lì, nella chiesa la luce si adagia discreta, si distende quasi assonnata.

È una bellezza che congiunge la terra e il cielo, che contempera il senso e il sentimento dell’appartenenza all’una e all’altro, la proiezione nella lontananza e il radicamento nella prossimità, la condizione di una quasi incredulità e la necessità di una speranza. Ogni cosa è, ad un tempo, vicina e lontana, nella chiesa di San Pietro. Com’è vicino il mare e lontano l’orizzonte, metafore dell’infinito e dell’irraggiungibile. San Pietro è una sintesi dei significati che assume ed esprime la bellezza: i significati della comprensibilità e dell’enigma, soprattutto. Perché, probabilmente, è proprio questa dimensione semantica che consente alla bellezza di resistere un poco al tempo. La comprensione dei significati fa sentire la bellezza appartenente; l’enigma, che impedisce la comprensione totale e definitiva, richiama costantemente interpretazioni ulteriori e di conseguenza ulteriori significati. Poi, ciascuno confronta i significati della bellezza con quelli della sua esistenza, per vedere quanto e perché si rassomiglino.

 

 

 

Semir Zeki, caposcuola della Neuroestetica, in un articolo ha detto che quando Einstein pubblicò la teoria della relatività, per molti risultò piuttosto incomprensibile. Però fu ampiamente accettata grazie all’estrema bellezza delle sue formulazioni matematiche. Il fisico inglese Paul Dirac scrisse che la teoria della relatività importò la bellezza nella matematica in una misura senza precedenti, e mentre prima la prova della veridicità di una formula matematica era rappresentata dalla sua semplicità, dopo Einstein si sarebbe dovuta cercare nella sua bellezza.

La bellezza è bellezza anche senza comprensione da parte di chi con essa si mette in relazione, dunque.

Uno si ritrova davanti al Cristo morto del Mantegna, oppure all’Ultima cena di Leonardo, alla Pietà Rondanini di Michelangelo, alle  Muse inquietanti di De Chirico, uno si ritrova davanti a tutto Caravaggio, alla facciata di Santa Croce, ai volti oblunghi dei santi dipinti in una cripta bizantina, e non ha nessun bisogno di conoscere la storia, l’autore, l’interpretazione dell’opera, uno ascolta Mozart, Beethoven, Vivaldi, uno si ritrova davanti a queste meraviglie e avverte il capogiro, l’inquietudine, la serenità. Non ha bisogno di niente.

La bellezza è un assoluto dei sensi e delle sensazioni; è percezione, emozione, turbamento. Innanzitutto è questo. Certo, poi viene anche la conoscenza che indubbiamente consente di comprendere ulteriormente o di comprendere altrimenti, con maggiore consapevolezza, con una profondità diversa.

Uno si ritrova a guardare il cielo in una notte d’agosto, quando sembra che nient’altro possa essere vero se non quel risplendere lontanissimo e perfetto, e non ha bisogno di conoscere fisica e poesia, anzi dimentica fisica e poesia e ogni altra conoscenza, per tenersi soltanto la bellezza di quegli istanti in cui si sente parte di un mistero che non vuole sciogliere. Sa che la verità è in quel mistero, nella bellezza di quell’enigma.

 

 

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