• sabato , 15 dicembre 2018

Quello che rimane di una civiltà è la bellezza senza tempo

di Antonio Errico

 

Disse una volta Eugenio Montale che la cultura è quello che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso.

Forse si potrebbe pensare che quello che diceva Montale possa valere sia per un uomo che per una civiltà.

Se quello che rimane è l’essenziale, se è la sostanza che serve a generare un altro apprendimento, una nuova conoscenza, allora ci si potrebbe domandare che cosa resterà di quello che la nostra civiltà ha appreso e apprende, a condizione che la risposta escluda qualsiasi cosa prodotta in modo superficiale e finalizzata esclusivamente al superficiale, che scarti la moda, il modello, l’imitazione, la contraffazione, la copia. A condizione che riguardi l’essenziale, il sostanziale, appunto, anche se non per forza il necessario, che in qualche modo possa servire anche solo come suggestione che conduce verso il sapere di un nuovo tempo, che di questo sapere sia il fermento, il lievito.

Essenziali sono i significati che nel secolo scorso la scienza è riuscita a decodificare e a definire, per esempio.

Essenziali sono alcune forme dell’arte, alcune espressioni della letteratura: per esempio, quelle che hanno rifondato concetti, che hanno formulato domande ulteriori, che a volte e in qualche modo hanno cercato di dare risposte ulteriori.

Essenziali sono le condizioni del sociale che hanno prodotto benessere, sviluppo, progresso.

 

Ma scienza, arte, sociale sono territori sterminati. Un uomo non può avere memoria di tutta la scienza, di tutta l’arte, di tutto il sociale. Non può averne neppure una civiltà. La memoria può servirsi della storia, senza alcun dubbio. Ma anche la storia ha bisogno di selezionare. Anche la storia dimentica, si sa.

Se ciascuno di noi provasse a domandarsi quali cose vorrebbe ricordare dopo aver dimenticato tutto quello che ha appreso, quali cose considera essenziale ricordare, sicuramente avrebbe un numero di risposte corrispondente al numero delle domande. Anche questa civiltà probabilmente se lo chiede. Anche questa civiltà avverte la necessità di individuare i significati essenziali di quello che ha appreso, per poterli ricordare e per poter fondare su di essi significati nuovi,  prospettive diverse.

 

Ma scienza, arte, sociale sono territori sconfinati, si diceva. È indispensabile adottare degli indicatori, stabilire dei punti di riferimento per orientarsi in quei territori.

Anche in questo caso, ciascuno adotta i propri indicatori, ciascuno stabilisce i propri punti di riferimento, che dipendono da una serie di circostanze, che sono relativi alla visione che uno ha delle cose e delle storie.

Ma c’è una condizione che forse potrebbe anche essere trasversale, che forse potrebbe annodare visioni, ideologie, prospettive. Forse ci si potrebbe ritrovare intorno ad una parola, pur nella consapevolezza dei suoi innumerevoli significati, delle innumerevoli varianti.

Forse la parola potrebbe essere bellezza.

 

Dopo aver dimenticato tutto, potrebbe restarci soltanto la bellezza. Nei territori sterminati della scienza, dell’arte, del sociale, potremmo metterci a cercare gli elementi che sono e che rappresentano bellezza. Per poter ricominciare ad apprendere da quelli.

Accade talune volte che della scienza, per esempio,  si riscontri l’utilità, anche l’indispensabilità, ma che non si attribuisca un adeguato valore alla sua bellezza.  Poi accade anche che la scienza evolva, e quello che sembrava definitivo diventi superato, per cui i concetti, le teorie e i metodi perdano il loro significato. A quel punto, allora, può restare la bellezza: anche soltanto di quello in cui si è creduto, di quello che sembrava definitivo, insuperabile, assoluto, quando invece era provvisorio, modificabile, relativo.

Accade che le forme dell’arte, considerate perfette, ad un certo punto risultino inadeguate, incoerenti con i canoni mutati. Anche in questi casi la sola cosa che resta è la loro bellezza. Al di là del loro costituirsi come possibili rappresentazioni e metafore dell’epoca alla quale appartengono, resta la  bellezza delle loro forme. Accade probabilmente non di rado che davanti ad un’opera d’arte fatta di colore o di parole o di suoni, per esempio, non si decifrino e non si comprendano più i sensi che hanno avuto in un tempo diverso, ma che comunque se ne percepisca la bellezza.

 

Anche per le strutture o le dinamiche che interessano il sociale, per le modalità di organizzazione, di convivenza, di relazione, accade l’identica cosa. Fino ad un certo punto si pensa che non ce ne possano essere di migliori, poi gradualmente o repentinamente tutto si trasforma e quello che sopraggiunge ci dà una diversa convinzione, una maggiore soddisfazione.

Però, a questo punto, ci si potrebbe chiedere, ancora, quale possa essere la bellezza che rimane. Anche per questo ciascuno ha una risposta diversa.  Ma anche per questo si potrebbe cercare una condizione trasversale. Una potrebbe essere questa: la bellezza che rimane è quella che concretamente non riesce a dire più niente. Potrebbe sembrare una provocazione. Invece è una possibilità. La bellezza che non dice più niente, concretamente, può essere quella nella quale ciascuno rintraccia significati propri, soggettivi, anche sentimentali. È la bellezza che si svincola dal tempo ed agisce autonomamente, indipendentemente da esso, indipendentemente dai motivi e dalle situazioni che l’hanno prodotta, in qualche occasione anche inconsapevolmente, senza l’intenzione di generare bellezza.

La bellezza che non dice più niente può essere quella proveniente dall’anonimato, oppure quella dai significati rimasti indefiniti, oppure quella che traduce il modo di pensare e di esistere di una civiltà.

 

Come la bellezza di un dolmen, di un menhir, delle Centopietre di Patù (LE); come quella di una cripta basiliana, quella delle edicole votive che compaiono all’improvviso nelle strade di campagna,  nelle piazzette dei paesini.

Forse non dicono più  niente, ma continuano a richiamare lo sguardo, a provocare l’incantamento.

In uno dei poemetti di Ghiannis Ritsos, Crisotemi dice: soltanto l’amore e la bellezza resistono un poco al tempo.

Allora, forse la cultura è davvero quel sentimento di amore e di bellezza che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso.