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Sacralità laica della funzione dell’insegnante

Dalle ancor vivide immagini del tempo vissuto al vertice burocratico provinciale della scuola riemergono immagini che ricordano quanto diversi, rispetto all’attualità, siano stati lo stile e il garbo con cui i genitori delle alunne e degli alunni, e ancor più i papà e le mamme delle studentesse e degli studenti, si relazionavano con gli insegnanti. Non si ricorda una sola pagina di cronaca di quei tempi in cui sia stato riportato un qualche episodio che rivelasse mancanza di rispetto di studenti o di genitori nei riguardi di un insegnante e, men che meno, nei confronti di un preside o di un direttore didattico.

Molte delle cronache di quel tempo lontano evidenziano quanto fosse apprezzabile lo stile di comportamento adottato dai genitori nei loro rapporti con i docenti.

Padri e madri entravano nella sala dei professori assumendo il tratto che al vecchio studente liceale ricorda il modo con cui Niccolò Machiavelli, la sera, varcava la soglia del suo scrittoio in Firenze; prima di entrarvi, si fermava sull’uscio per ricomporsi, poi si spogliava della veste quotidiana, piena di fango e di loto, con la quale aveva giocato a carte con gli avventori nella locanda; infine indossava, come egli stesso afferma, panni reali e curiali e, rivestito condecentemente, entrava nelle antique corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto, amorevolmente mi pasco di quel cibo che solo è mio,

e ch’io nacqui per lui; dove non mi vergogno di parlar con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono”.

Allo stesso modo, il genitore, che fosse un modesto falegname o un prestigioso avvocato oppure ancora un apprezzato medico, raggiungeva la sede dell’Istituto frequentato dal figlio ed attendeva pazientemente, attendeva in coda davanti alla porta della sala dei professori per parlare con gli insegnanti, sperando di poterne ricevere confortanti assicurazioni sul profitto del figlio o della figlia. Se, poi, fra i voti riportati sul registro del professore egli avvertiva l’eco di qualche insufficienza, accadeva che, dissimulando sul volto i segni del pudore dell’educatore familiare che prende atto dell’insuccesso della propria funzione paterna, chiedesse professionale collaborazione all’insegnante; lo pregava con dignitosa umiltà perché gli desse qualche suggerimento, magari sul metodo di studio seguito o sul tempo dedicato allo studio dal figlio, affinché questi potesse conseguire un buon livello di profitto.

Niccolò Macchiavelli si sentiva a suo agio mentre si pasceva del cibo spirituale offertogli dai testi della rinata civiltà classica. Si sentiva tanto a suo agio da far pensare che avvertisse la sensazione di non leggere con distacco le fredde pagine rilegate dei suoi libri, ma di percepire realmente il calore, l’eco delle parole scritte in quei sacri testi.

Similmente i genitori del tempo della giovinezza del redattore di questo testo, entrando nelle scuole dei propri figli, dovranno aver provato sensazioni simili a quelle che provavano quando entravano in una chiesa, nelle cui navate statue di santi in cartapesta o in legno facevano curvare con pietas la testa ai piccoli ed ai grandi , al suono dell’Ave Maria.

Sotto le arcate delle chiese si poteva avvertire il messaggio di uomini e donne che erano vissuti in tempi remoti, operando secondo norme universalmente ritenute morali; allo stesso modo, nelle aule e nei corridoi delle scuole si avvertiva l’ autorevolezza dei tanti uomini di lettere, di filosofia, di matematica e di scienze che si sono avvicendati nei secoli, consentendoci di conquistare l’attuale livello di civiltà.

Nei libri custoditi nelle biblioteche scolastiche, nelle enciclopedie e nei testi digitalizzati rivivevano le voci di quei grandi personaggi, che riacquistavano vitalità ed autorevolezza nell’intermediazione quotidiana che i professori svolgevano tenendo le loro lezioni. Queste riflessioni possono spiegare il grande interesse con il quale i genitori degli anni trascorsi hanno ritenuto degna di onore la funzione dell’insegnante, tanto da averla qualificata, anche icasticamente, definendo il relativo trattamento economico con la ormai desueta parola onorario.

E’ degno di onore l’insegnante quando, parlando ai suoi alunni, o eseguendo sulla lavagna tradizionale o sulla LIM, esercizi di matematica, oppure schematizzando le formule di struttura dei sali che compongono una reazione chimica, oppure ancora interpretando il senso degli armoniosi, neo-classici endecasillabi foscoliani “Ma perché pria del tempo a sè il mortale/ invidierà l’illusione che spento/ pur lo sofferma al limitar di dite? , non si limita a far cogliere il senso letterale delle sue parole, come fanno l’avvocato, l’ingegnere o il medico quando riferiscono professionalmente, e con adeguati corrispettivi economici, ai clienti i loro pareri.

E’ degno di onore il professore quando spiega un testo letterario, oppure illustra una teoria fisico-matematica. Tanto perché, quando compie queste alte funzioni, egli dà agli studenti qualcosa di personalissimo, un quid pluris rispetto a ciò che può trovare scritto nelle pagine dei libri di testo adottati. Insegnando, il docente riversa nelle menti adolescenziali il meglio di sé, il frutto della sua intuizione creativa, del pathos che dà sostanza e forma alla vera didattica. Lo conferma lo stesso termine magister – la cui radice è magis, cioè di piùche l’evoluzione tipica del progressismo tout-court ha gradualmente e scientemente estromesso dalla prassi quotidiana, quasi fosse un arcaismo della scuola deamicisiana. E’ il pathos che spingeva il professore di letteratura italiana a far dono del libro di testo personale allo studente, le cui condizioni economico-familiari non consentivano di sostenere la relativa spesa.

L’alto grado di emozionalità che caratterizza la relazione alunno-insegnante si riverbera poi nell’animo dei genitori della studentessa e dello studente, inducendoli ad assumere gli atteggiamenti di generoso, rispettoso ossequio, che la persona, saggia per età e per natura, sente di dover portare al sapiente, cioè a colui che, per le specificità della formazione scolastica ed accademica che ha potuto acquisire con impegno e, non raramente, con sacrificio, mette i suoi talenti scientifici ed etici a disposizione degli studenti, per far acquisire loro il bene della conoscenza.

Il primo giorno di lezione dell’anno scolastico, nelle scuole d’Israele è consuetudine che sia tutta la famiglia d’ogni studente, vestita a festa, ad accompagnare il figlio a scuola e partecipare ad un singolare rito propiziatorio del successo scolastico, rito, questo, che si celebra sulle rive del Giordano da tempo immemorabile. Il Maestro offre agli studenti della classe una tazzina con del miele e dei pasticcini che riproducono le diverse forme delle lettere dell’alfabeto. Quando l’attenzione generale dell’aula è quella richiesta dalla solennità del rito, egli invita gli studenti ad intingere i pasticcini-alfabetici nel miele della tazzina affinché – dice il Maestro – possano gustare il bene della conoscenza.

Oggi non si può non dare atto che la sensibilità affettiva, il pathos, che un tempo animava la relazione quotidiana fra lo studente ed il professore, come pure l’omogenea relazione, derivata dalla prima, che lega i docenti alla famiglia, risente degli effetti demotivanti di tendenze che sono palesemente destinate a sottrarre al rapporto studenti-professore il complesso di emozioni e di compassioni che è racchiuso nel termine pathos, riducendo, in tal modo, la relazione didattica ad un asettico rapporto anaffettivo, adeguandolo, in definitiva, all’invadente percorso della teoria progressista che pretende di far ricadere la professione docente nell’ampio alveo di quelle esercitate dai dipendenti delle istituzioni pubbliche.

Lo attestano le cronache che si leggono sempre più frequentemente sulle pagine dei quotidiani e sui proliferanti social-network o che si possono ascoltare dalle emittenti radio-televisive. Sono le cronache che, per la loro irruenza e per la persistenza dei commenti sui dettagli, vengono percepite dai lettori e dagli ascoltatori come manifestazioni d’una sorta di disempatizzazione della relazione didattica, melius, della sua disumanizzazione; forse si sta approssimando il tempo in cui prevarranno le tecniche dell’apprendimento automatico, cioè del ‘machine teaching’.

Nei secoli in cui potranno trovare accoglienza queste tecniche di apprendimento automatico, le aule riceveranno altre destinazioni d’uso, ed allo stesso modo muterà la funzione degli insegnanti e dei dirigenti scolastici.

Ma il primo effetto, forse, sarà quello dell’eclissi dei sistemi sanzionatori delle studentesse e degli studenti, i quali, liberati dalla costrizione ambientale delle aule, potranno trovare altri spazi ed altre forme per le loro prestazioni, incompatibili con l’austerità della scuola formale.

Tuttavia, si può aver fiducia che, sino a quando tutto ciò non avverrà e gli spazi della scuola formale resteranno quelli che accolgono oggi le studentesse e gli studenti, in ogni sito informatico scolastico i genitori potranno sempre leggere gli articoli del codice disciplinare che, insieme ai docenti, avranno elaborato tramite le proprie rappresentanze nel consiglio di istituto. Lo impone la necessitatis ratio, quale ultima causa di legittimazione giuridica di un codice che salvaguardi il fondamentale diritto all’istruzione.

Tanto finché il Sole risplenderà sulle sciagure umane.

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