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Violenza e ruolo della scuola: il “service learning” come argine alla deriva sociale

Nella realtà dei giorni che viviamo, possibili risposte della scuola alla domanda di programmi di educazione al rispetto e alla prosocialità finalizzati a contrastare la diffusione crescente di forme di bullismo e di aggressività di vario tipo.Di Antonio Santoro

Questa volta sono alcuni scritti, attualissimi, sulla violenza di genere e, più in generale, sulla violenza nei confronti dell’altro a sollecitare una ripresa del discorso a proposito di prospettive ineludibili dell’impegno educativo della scuola. In primo luogo per concordare con la rilevata necessità di realizzazione diffusa di “progetti nelle scuole in tema di educazione alle competenze relazionali e valorizzazione delle differenze di genere” (1), e di iniziative in grado di raggiungere non solo le nuove generazioni, ma anche “i genitori (degli allievi), per accompagnarli nel difficile compito dell’educazione all’affettività e ancor più alla relazionalità” (2).

Si tratta, evidentemente, di linee di azione riconducibili, tutte, all’urgenza di una “educazione al rispetto (che) è (ormai) diventata un’emergenza sociale, l’unica risorsa per ricreare un tessuto sociale solidale” (3): vale a dire alla indifferibilità di un compito formativo che, nella scuola, esplicitamente orienti  parole ed esempi nella direzione di “evitare qualsiasi fenomeno di violenza: dal bullismo al razzismo, dall’omofobia alla violenza di genere e in generale ogni relazione che presupponga una persona in posizione di dominio e una persona sottomessa e privata della sua dignità” (4).

 

Prospettiva certamente non facile quella di educare a porsi e a essere sempre in una “relazione paritaria” con l’altro: quella cioè di insegnare “a bambini e ragazzi a rapportarsi così, perché la nostra società è infarcita dell’idea che ad avere la meglio sia sempre il più forte, colui che non si preoccupa per gli altri, specie se più deboli, ma al contrario se ne serve se necessario, anche solo per divertimento personale” (5).

 

Quella, aggiungerebbe Bauman, di portare alla consapevolezza che, nella comunicazione e nello scambio aperto, “si deve accettare che vincere, così come perdere, sia concepibile [..] soltanto insieme. O vinciamo tutti, o perdiamo tutti. Tertium non datur” (6).

 

Nella diversità delle situazioni di contesto, è certamente compito dell’istituzione scolastica affrontare in maniera specifica la questione del come educare al rispetto, e tuttavia credo che la gravità e la violenza dei più recenti episodi di bullismo, e non solo, ripropongano anche l’ineludibilità di un impegno che, soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado, promuova e solleciti comportamenti prosociali attraverso la proposta e la realizzazione di concrete esperienze di cooperazione, servizio e solidarietà, e che quindi non richiedano agli studenti di essere sempre e solo, per dirla ancora con Bauman, “individui in competizione” (7).

Per “l’insegnamento della prosocialità” penso ad esempio, all’utilizzo di  “tecniche pedagogiche” che in qualche modo si richiamino alla “metodologia del service learning”, la quale – viene evidenziato opportunamente – “si può definire come una forma di educazione esperienziale in cui i giovani sono coinvolti in attività di sostegno della loro comunità e ricevono opportunità di riflessione strutturata sulle attività stesse […]. Un’idea fondamentale del service learning è (infatti) che l’apprendimento non deriva direttamente dall’esperienza, ma dalla riflessione su quest’ultima, e quindi esso realizza un equilibrio tra apprendimento e servizio integrando nel programma educativo attività di servizio e attività riflessive” (8).

Il service learning è “ampiamente diffuso nel mondo anglosassone e anche in ambito latinoamericano, (mentre) in Italia questo approccio educativo è ancora sostanzialmente sconosciuto (o ignorato). Le iniziative di impegno sociale nelle scuole italiane sono sporadiche e affidate alla buona volontà di alcuni insegnanti particolarmente motivati” (9). La speranza è, dunque, che crescano anche da noi le iniziative di adeguata implementazione di questa metodologia didattica: con le gradualità possibili, certo, e con significative curvature nelle direzioni dell’aiuto/sostegno agli altri, a compagni in difficoltà, e del servizio a esigenze, avvertite, della comunità scolastica.

La letteratura di settore ha già documentato, con dovizia di risultati, i ‘guadagni’ che derivano dal ricorso al service learning: indicando “Fra i benefici personali degli studenti […] la crescita spirituale (e morale), l’empatia e il senso di responsabilità personale e sociale”, nonché la promozione del “pensiero critico, (della) capacità analitica e (dello) sviluppo cognitivo”; e mostrando alle scuole opportunità diverse e concrete “di fornire nuovi contesti di apprendimento e di educazione alla responsabilità sociale” (10).

 

I vantaggi dell’inserimento del service learning anche in Italia risultano, perciò, di assoluta rilevanza formativa. Li ritroviamo, efficacemente sintetizzati, nelle seguenti parole conclusive di Manuela Guardiani: “gli studenti possono […] raggiungere livelli crescenti di consapevolezza e comprensione della realtà sociale che li circonda, arrivando a costruire un orizzonte di senso molto più esteso. In tal modo la scuola potrebbe contribuire a modificare l’atmosfera culturale del Paese contrastando la tradizionale carenza di capitale sociale.

 

Le attività di servizio in ambito scolastico rappresenterebbero così una forma di anticorpo culturale in grado di contrastare le spinte individualistiche (e violente) di cui soffre il nostro Paese” (11).

 

Note bibliografiche

 Cristina Buonaugurio, Riflessioni psico-pedagogiche sulla violenza di genere. L’importanza di educare al rispetto, Orientamenti Pedagogici, n.1/2018, p. 124;

  1. ivi, p. 129;
  2. ivi, p. 127;
  3. ibid.;
  4. ibid.;
  5. Zygmunt Bauman, Conversazioni sull’educazione, Erickson, Trento 2012, p. 109;
  6. Z. Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari 2017, p. 37;
  7. Manuela Guardiani, Educazione alla prosocialità: impatto sulla maturazione dei giovani, problemi aperti e potenziali soluzioni, in Orientamenti Pedagogici, cit., p. 134;
  8. ivi, p. 136;
  9. ivi, p. 135;
  10. ivi, pp. 142-143.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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