Alternanza Scuola-Lavoro, istanze e adempimenti per esperienze di qualità
Impegni e supporti operativi per un’Alternanza Scuola-Lavoro co-progettata, coerente con la programmazione scolastica, cooperativa e sistematicamente monitorata. di Antonio Santoro
In un recente contributo per Scuola e Amministrazione ricordavo una delle prospettive di intervento migliorativo dell’attuale governo: quella di riconsiderare la questione alternanza, cioè di ridefinire l’intera problematica dell’«alternanza scuola-lavoro» (ASL) perché questa, secondo i nuovi decisori politici, “avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente” e invece “si è presto trasformata in un sistema inefficace”, anche per il fatto che non è stato previsto “alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attinenza che queste hanno con il ciclo di studi dello studente” (Contratto M5S-Lega per il Governo del cambiamento).
Di certo, un proposito meritevole di positivo apprezzamento, sebbene maturato e delineato a partire da una valutazione “poco informata” dei primi due anni di attuazione dell’obbligatorietà dell’ASL. Che non presentano, in realtà, un quadro tutto a tinte fosche, ma evidenziano piuttosto il prevalere di “una duplice tendenza: da una parte, la diffusione di buone pratiche, talvolta vere e proprie esperienze di eccellenza, dall’altra, la realizzazione di percorsi nella logica di un semplice adempimento formale di un obbligo, distanti dalle scelte di offerta formativa proposte sia dal sistema-scuola attraverso la propria programmazione triennale, sia dai docenti nella loro programmazione didattica. Non sono pochi i percorsi in cui gli studenti vengono assegnati a qualsiasi tipo di struttura ospitante, pur di assolvere l’obbligo, in cui li si lascia da soli di fronte a compiti senza una finalizzazione curricolare e non contestualizzati, banalizzando le esperienze e vanificando le aspettative” (1).
Per ora, comunque, la buona intenzione del governo gialloverde sembra approdata, unicamente, alla decisione di un “forte dimensionamento dell’Alternanza Scuola Lavoro”, a partire dall’anno scolastico 2019-2020, nei licei (quota minima richiesta: 90 ore), negli istituti tecnici (quota minima: 150 ore) e nei professionali (quota minima: 180 ore).
Con un previsto “taglio” di risorse, già quantificato in 65 milioni di euro, non proprio in linea con la formalizzata richiesta del ministro Bussetti di “più finanziamenti da destinare alla scuola” e con le ripetute sottolineature del sito ministeriale, che ancora considerano l’ASL “una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 […], una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio”.
Contraddizioni, incongruenze, che ripropongono, al pari di quanto emerso nel corso di un focus specifico promosso dalla rivista Scuola democratica, sì la necessità di interventi migliorativi che riguardino la questione alternanza, ma per un cambiamento che via via avvicini e renda coerenti le idee diverse “su come affrontare la transizione dal tradizionale modello ‘dei due tempi’ (prima la scuola e poi il lavoro) a un modello formativo integrato, sui significati stessi del lavoro come risorsa di apprendimento, di costruzione di senso, di responsabilizzazione” (2): quindi, per un cambiamento che promuova, in termini significativi, il passaggio ad una concezione viepiù qualitativa dei processi di insegnamento-apprendimento nella scuola secondaria superiore.
Gli esiti di un monitoraggio realizzato dalla Fondazione Di Vittorio, con riferimento agli anni scolastici 2015-2016 e 2016-2017, confermano “quanto l’alternanza sia un tema nevralgico per la trasformazione nel nostro sistema educativo” ed “evidenziano inoltre l’importanza di supportare le scuole in questa delicata fase di transizione verso esperienze duali di apprendimento” (3).
Alle istituzioni scolastiche autonome gli stessi risultati dicono, poi, che “Un’alternanza di qualità non può che avere (le seguenti) caratteristiche:
– essere co-progettata in un processo concreto di cooperazione tra scuole e strutture ospitanti, siano esse imprese, strutture pubbliche, enti privati o soggetti del terzo settore. Ciò comporta: 1) l’individuazione cooperativa dei saperi, delle competenze e delle attività che si vogliono sviluppare attraverso il percorso di alternanza; 2) l’apporto specifico che scuola e struttura ospitante forniscono in termini di contenuti e ore; 3) la valorizzazione delle specifiche valutazioni;
– essere coerente con la programmazione triennale dell’offerta formativa delle scuole
[…];
– essere cooperativa, attuata con il coinvolgimento dei soggetti che ‘fanno la differenza’ in chiave di sviluppo di un certo territorio […]. Non meno centrale è il ruolo delle strutture pubbliche, che nella realizzazione di una buona alternanza possono fare la differenza nei territori con tessuti produttivi fragili;
– essere monitorata, finalizzata a assicurare standard di qualità delle esperienze, a partire dalla verifica delle capacità delle strutture ospitanti a porsi anche come ‘ambienti di apprendimento’ in grado di interagire con i percorsi scolastici e di strutturare curricoli integrati” (4).
Un percorso di crescita evidentemente impegnativo, che presenta specifiche richieste anche al Miur: prima fra tutte, quella di non limitarsi a indicare alle scuole la nuova quota minima, in ore, di alternanza.
Note
1) Anna Teselli, L’Alternanza Scuola-Lavoro curriculare. I primi due anni di attuazione nelle scuole italiane, in Scuola democratica, il Mulino, n.2/2018, p. 384;
2) Giorgio Allulli e Fiorella Farinelli, Conclusione, in Scuola democratica, cit., p. 428;
3) Anna Teselli, cit., p. 376;
4) ivi, p. 388.

