Alternanza scuola-lavoro: tra colpe e problemi
di Rita Bortone
Domande difficili
Mi riesce sempre più difficile organizzare pensieri lucidi e lineari intorno agli eventi scolastici che occupano da un po’ di tempo le prime pagine dei giornali nazionali: che si parli di studenti, insegnanti o dirigenti, di formazione o di reclutamento, di alternanze o di molestie, quando qualcuno mi chiede cosa ne penso, mi accorgo che preferisco aggirare la domanda piuttosto che intraprendere discorsi che mi indurrebbero a cominciare da adamo ed eva. Sono infatti convinta che i singoli eventi o problemi di cui oggi son piene le piazze reali e virtuali, non possono essere correttamente interpretati e valutati, né possono generare opinioni fondate, se non alla luce del problematico e complesso sistema di cui sono parziali e provvisorie manifestazioni.
Veder tornare gli studenti in piazza in qualche modo ci piace: perché noi adulti in piazza non ci andiamo più né sapremmo per quale fine andarci; perché ci sorprende questa inattesa giovanile organizzazione della protesta; perché il nuovo album degli slogan e degli striscioni ci restituisce mondi e vissuti di idealità ed aspettative da molto tempo ormai sopite o smarrite.
Ma non è facile, al di là delle cose dette e scritte, avere idee chiare su quanto stia accadendo, e perché, dietro agli slogan e agli striscioni.
La protesta degli studenti: Di scuola non si può morire
Le occasioni prossime della protesta sono state due: la prima, in ordine di tempo, è stata l’esame di maturità, con la ministeriale riproposizione delle prove scritte, ritenute dagli studenti inadeguate ai vissuti cognitivi degli ultimi due anni di dad; la seconda occasione è intervenuta subito dopo, scatenata dal dolore e dalla rabbia per i gravi incidenti che hanno fatto perdere la vita a due studenti impegnati in contesti di scuola/lavoro. Le occasioni remote, se ce ne sono, non appaiono nelle piazze, ma certamente il distanziamento fisico dei due anni di pandemia e la riflessione “a distanza” sul senso della scuola può aver stimolato considerazioni critiche che prima non erano ben focalizzate. Forse. E quindi vogliono essere ascoltati.
Ne sta venendo una protesta articolata che riempie le piazze di 40 città italiane e mescola argomenti nuovi e meno nuovi, toni minacciosi da lotta dura senza paura, scritte con la vernice rossa contro figure istituzionali e partiti politici, striscioni ad effetto tipo “di scuola non si può morire”. Nata contro le prove scritte d’esame, si allarga e diventa protesta contro il modello di scuola e contro il modello di società, contro l’asservimento della scuola al mercato e contro gli insegnamenti scolastici lontani dalla realtà, contro una scuola che non sviluppa pensiero critico e contro un’alternanza scuola-lavoro che sfrutta, che “uccide” e che svilisce, dicono loro, il senso e il ruolo istituzionale dell’istruzione pubblica e della cultura.
La diffusione della protesta e i suoi toni aggressivi nei confronti di istituzioni e figure del mondo della politica, dell’economia, della scuola, richiamano – come ha sostenuto il sottosegretario del ministero dell’Istruzione, Rossano Sasso (Rainews24, 18 febbraio) – situazioni ed eventi da anni di piombo, e suggeriscono a qualcuno l’idea di una “strumentalizzazione preordinata delle proteste per generare tensioni e contrapposizioni”.

Le ragioni dell’alternanza
Ciò che ci interessa in questa sede non è scoprire quanto di destra o di sinistra ci sia nella protesta, anche se appare evidente la strumentale enfatizzazione della morte dei due studenti per giustificare l’aggressività di striscioni e affermazioni del tipo “Non si può morire di scuola e di lavoro”, “Le nostre vite valgono più del vostro profitto. Basta alternanza scuola-lavoro“, “Tornare alla normalità non significa far morire degli studenti in stage”, “Il Pd ha le mani sporche del sangue di Lorenzo e Giuseppe” (il Pd in quanto responsabiledella legge sulla “Buona scuola) e così via nelle diverse piazze.
In questa sede ci interessa provare a comprendere, tra strumentalizzazioni di destra e di sinistra, tra ingenuità e rabbia, tra striscioni e sangue dipinto di rosso, le ragioni dei ragazzi e le ragioni dell’alternanza scuola-lavoro (oggi Ctpo) di cui la protesta chiede l’abolizione.
- L’inserimento di attività lavorative nei percorsi di formazione non nasce oggi.
La cultura del lavoro nella scuola
| 1923 Riforma Gentile | L’educazione è un divenire dello spirito. Il Liceo Classico è la scuola per eccellenza, le vere discipline di studio sono quelle filosofico-umanistiche. In posizione subalterna la cultura scientifica e ancora più giù l’istruzione tecnica e professionale. |
| Legge n. 53/2003 | Scuola e mondo del lavoro interagiscono: la scuola viene concepita non solo come luogo di apprendimento e di formazione della cultura, ma come fucina di relazioni che formano il capitale umano in vista del futuro lavoro. Viene istituita la possibilità di realizzare i corsi del secondo ciclo anche alternando periodo di studio e di lavoro, sia nei licei che nella istruzione e formazione professionale. |
| Decreto lgs 77/2005 | L’alternanza scuola-lavoro diventa la “modalità di realizzazione dei corsi del secondo ciclo, sia nel sistema dei licei, sia nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, per assicurare ai giovani, oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro (…) attraverso l’alternanza di periodi di studio e di lavoro, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa” |
| DPR 87/2010 (Riordino Ist. Profess.) | “I percorsi (…) si sviluppano soprattutto attraverso (…) la gestione di processi in contesti organizzati e attraverso l’alternanza scuola-lavoro”. |
| DPR 88/2010 (Riordino Ist. Tecnici) | Stage, tirocini e alternanza scuola-lavoro sono concepiti come strumenti didattici |
| DPR 89/2010 (Riordino Licei) | “Nell’ambito dei percorsi liceali (…) l’approfondimento può essere realizzato anche nell’ambito dei percorsi di alternanza scuola-lavoro” |
| Legge 107/2015 | Comma 33: “al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, i percorsi di alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, sono attuati, negli istituti tecnici e professionali, per una durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, di almeno 400 ore e, nei licei, per una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio”. |
| Legge di Bilancio 2019 (n. 145 del 30/12/2018) | I percorsi di alternanza scuola lavoro vengono riformati: Art. 1, Legge 145 c. 784. I percorsi in alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, sono ridenominati “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” e, a decorrere dall’anno scolastico 2018/2019, con effetti dall’esercizio finanziario 2019, sono attuati per una durata complessiva: a) non inferiore a 210 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali; b) non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici; c) non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei. |
- La trasformazione dei percorsi di ASL in PCTO definisce con chiarezza le finalità formative e orientative dei PCTO, le condizioni della loro realizzazione, l’autonomia progettuale degli Istituti, i diritti degli studenti e le opportunità di personalizzazione delle scelte

- L’alternanza tra scuola e lavoro non è una esperienza solo nazionale
L’alternanza tra scuola e lavoro è una realtà presente, pur con soluzioni diverse, nei diversi paesi europei. Le ragioni che ne motivano l’introduzione e l’organizzazione sono generalmente riferibili alla necessità di promuovere nei giovani, oltre alla generale formazione culturale di base, l’avvio ad una formazione professionale che sia funzionale e adeguata alle richieste del mondo del lavoro. Le modalità di realizzazione sono diverse: se si considerano, ad esempio, Germania, Francia, Inghilterra, Danimarca, vi si trovano periodi di lavoro non retribuito che si svolgono sotto forma di stage e tirocini, ma anche periodi di lavoro retribuito sotto forma di apprendistato, che rilasciano qualifiche in settori definiti.
Il curriculum dello studente, in genere molto personalizzato, è il risultato di una convergenza fra interesse personale dell’alunno e le necessità del mercato espresse dalle imprese, ma le autorità educative nazionali e locali svolgono sempre e comunque un ruolo fondamentale nel garantire omogeneità culturali pur nella salvaguardia delle diverse specificità. In Inghilterra la maggiore autonomia degli Istituti non consente condivisione di quadri culturali generali.
In genere agli aspetti professionalizzanti della formazione si accede dopo il completamento dell’obbligo d’istruzione, ma non sempre: in Inghilterra, ad esempio, si può parlare di alternanza formativa già negli ultimi due anni dell’istruzione obbligatoria.
I sistemi di valutazione e di certificazione prevedono in genere i due piani distinti, quello culturale e quello lavorativo, e si servono di prove scritte e pratiche. (Erika Bartolini, 25/01/2005: Una presentazione dell’Unità italiana di Eurydice sull’alternanza scuola-lavoro, disal.it).
Le scuole dei Paesi europei sono comunque comunemente impegnate nella interpretazione degli obiettivi strategici dell’UE (Europa 2020 ed Europa 2030) che attribuiscono grande rilevanza all’istruzione e alla formazione professionale, prospettano una domanda di competenze caratterizzata da standard di qualità sempre più elevati, e segnalano la necessità di fornire ai giovani competenze funzionali alla persona nell’ottica di uno sviluppo economico sostenibile e di un superamento delle elevate percentuali di disoccupazione nelle fasce giovanili.
- La interazione tra scuola e lavoro, nell’attuale normativa, è finalizzata privilegiatamente allo sviluppo di abilità trasversali trasferibili in compiti e ambienti diversi, che consenta un adattamento positivo alle trasformazioni
Capacità di interagire e lavorare con gli altri, capacità di risoluzione di problemi, creatività, pensiero critico, consapevolezza, resilienza e capacità di individuare le forme di orientamento e sostegno disponibili per affrontare la complessità e l’incertezza dei cambiamenti, preparandosi alla natura mutante delle economie moderne e delle società complesse sono abilità di cui da decenni sosteniamo l’importanza nella formazione. In una mia vecchissima pubblicazione dal titolo “Una formazione per la società complessa”, a pag. 105 ho trovato (e la riporto di seguito) una delle numerose mappe con cui provavo a illustrare la necessità di trasformazione dei percorsi d’istruzione in coerenza con le veloci trasformazioni sociali ed economiche. Eravamo nel lontano 1998. Da allora, nella politica dell’istruzione e nella scuola abbiamo detto e scritto molte parole, ma gli effetti non sono stati così brillanti se oggi ci troviamo a dover ragionare intorno a temi che dovrebbero essere scontati da tempo e a leggere documenti che ci chiedono cose che avevamo già capito più di 20 anni fa.
Una formazione autogenerativa

- La interazione tra scuola e lavoro, nell’attuale normativa, ha una funzione prevalentemente orientativa
Nella Risoluzione del Consiglio europeo del 2008, oggi ripresa dalle Linee guida per i PCTO, l’orientamento è definito come un “processo continuo che mette in grado i cittadini di ogni età, nell’arco della vita, di identificare le proprie capacità, le proprie competenze e i propri interessi, prendere decisioni in materia di istruzione, formazione e occupazione, nonché gestire i propri percorsi personali”. A questo processo la norma nazionale, che fin dalla scuola dell’infanzia segnala come obiettivo fondamentale l’orientamento, finalizza i PCTO nella secondaria di 2° grado. E a questo fine le scelte progettuali delle istituzioni scolastiche autonome potranno essere diverse, come segnalano le Linee Guida: situazioni d’apprendimento da realizzarsi nei sistemi museali e culturali, acquisizione di strumenti scientifici, situazioni immersive in lingua straniera anche all’estero, modalità di potenziamento dell’interculturalità e dell’internazionalizzazione, sperimentazione di modalità d’inserimento in contesti extrascolastici e professionali…attività diverse in contesti diversi. Non si tratta, comunque, di un addestramento a profili professionali rigidi e duraturi, ma di un approccio riflessivo al mondo del lavoro e alle professionalità entro una prospettiva a lungo termine. Si tratta, piuttosto, di favorire e potenziare le connessioni tra gli apprendimenti in contesti formali, informali e non formali, valorizzando l’aspetto emotivo e relazionale come parte sostanziale del processo di formazione, nel quale apprendere, partecipare, comunicare, socializzare, condividere, sperimentare e scoprire (…). E costruire personali orientamenti al lavoro o allo studio successivo.
Esperienze belle (poche) ed esperienze brutte (molte)
Dalle considerazioni fin qui esposte emerge con chiarezza la contraddizione tra le logiche che ispirano il dettato normativo e la ostilità dei ragazzi nei confronti di una alternanza che snatura, a loro avviso, la funzione formativa della scuola e la rende serva delle imprese.
Mi domando dunque se ai ragazzi che oggi chiedono di “essere ascoltati” e di poter contribuire alla elaborazione delle future riforme della scuola, sia mai stata data la opportunità di leggere, ad esempio, le Linee guida per la realizzazione dei PCTO o i documenti delle strategie europee 2020 e 2030. Me lo domando perché, se li avessero letti, forse le loro accuse sarebbero state diversamente distribuite tra i possibili destinatari. Voglio dire che le parole usate dai ragazzi nella loro protesta, alla luce del dettato normativo, sembrano dimostrare diffuse inconsapevolezze.
E tuttavia, tuttavia, qualche ragione forse c’è nella loro rabbia contro l’alternanza!
Se proviamo a guardare le cose più da vicino, ci sarà facile constatare che negli Istituti Professionali e Tecnici le esperienze ben progettate e ben riuscite non mancano, mentre così non accade nei Licei. E tuttavia anche in alcuni Licei, l’ordine più agguerrito contro l’alternanza, ci si può imbattere in esperienze interessanti.
Tra le cartelle che conservano mie vecchie esperienze, ad esempio, ho trovato la documentazione prodotta da un Liceo Artistico della mia città relativamente ad UDA di alternanza coerenti con i diversi indirizzi:
Il Nostro Mediterraneo – allestimento e gestione di una mostra in uno spazio pubblico (Indirizzo Arti figurative)
Cinema 3.0 (Indirizzo Audiovisivo e multimedia)
Dal testo alla messa in scena (Indirizzo Scenografia).
Ne avevo conservato la documentazione perché puntuale e articolata sia nelle parti progettuali che in quelle valutative, concepite con competenza didattica e organizzativa, chiaramente illustrative dei compiti affidati ai diversi soggetti, coerenti con le caratteristiche del Territorio. Riporto di seguito, a titolo esemplificativo, le finalità come indicate nell’abstract di uno dei progetti.
La mostra: Il nostro Mediterraneo
Di un altro Liceo della Provincia, Liceo scientifico e linguistico, ho trovato invece un articolo (su un’attività di alternanza) di cui anni fa promossi la stesura per questa stessa rivista, e di cui riporto parte dell’abstract.
Space for school
La mia memoria però, relativamente all’alternanza, conserva anche cartelle ben diverse, pur se non ben conservate come le prime: quella di un gruppo di studenti intenti a fumare e bere birra davanti alla macchinetta delle bevande nell’ingresso della palestra dove andavo a fare ginnastica, e che a mia domanda su chi fossero e cosa facessero risposero ridacchiando che facevano alternanza scuola lavoro (per un Istituto Professionale!) e che l’insegnante non sapevano neanche dove stesse; o quella di una giovane studentessa di liceo che supplicava il papà di trovarle un posto qualunque dove potessero certificare che svolgeva attività di alternanza, visto che la scuola non sapeva dove mandarli e li aveva invitati a cavarsela da soli…; o ancora quella di un insegnante di lettere che sbuffava di fronte alle sole parole dell’alternanza e diceva ma a me cosa importa dell’alternanza, io devo insegnare letteratura e basta.
Non mancano di legittimazione, dunque, le proteste dei genitori o anche degli studenti che considerano le attività di alternanza solo una perdita di tempo.
Ma la scorrettezza o la superficialità o la inefficacia di tante, davvero tante esperienze, basta a giustificare una eliminazione dell’alternanza o ne richiede revisioni e condizioni di realizzazione diverse?
Questioni di scuola, lavoro e profili in uscita
Leggo da qualche parte che tra gli argomenti della protesta compare anche la presunta discriminazione tra gli studenti dei Tecnici e dei Professionali, mandati “in alternanza” in ambienti di lavoro reale e quindi sottoposti ai rischi connessi allo stesso lavoro, e gli studenti liceali, cui vengono proposte solo attività diverse rispetto a quelle d’aula, ma sempre di natura intellettuale, quindi più “comode”.
Leggo anche i pareri di insegnanti e dirigenti di Licei che dicono che l’alternanza va bene sì, ma per i Tecnici e i Professionali, non per i Licei!
E mi domando quanto gli studenti siano consapevoli, in dettaglio, delle diverse identità dei diversi ordini di scuola, e quanto gli insegnanti siano consapevoli delle articolazioni e dei significati del profilo in uscita dello studente liceale.
Penso che una riflessione sulle diverse identità degli indirizzi ed una lettura attenta dei Profili farebbe bene a studenti e insegnanti.
Diversi indirizzi, diverse identità, diversi profili
Dalla lettura di identità e profili emerge con chiarezza la significatività delle esperienze lavorative nei percorsi formativi di professionali e tecnici. A prima vista non emerge invece la stessa coerenza nei percorsi formativi dei licei, e ciò sembra giustificare le lamentele di studenti e docenti in merito alla presunta inutilità dell’alternanza (in qualunque modo la si voglia chiamare), nei percorsi liceali.
Credo però che siano importanti alcune considerazioni.
1. Le Linee Guida per la realizzazione dei PCTO promuovono lo sviluppo di competenze trasversali multilinguistiche, digitali, imprenditoriali, ma anche di capacità trasversali come la capacità di interagire e lavorare con gli altri, capacità di risoluzione di problemi, creatività, pensiero critico, consapevolezza, resilienza e capacità di individuare le forme di orientamento e sostegno disponibili per affrontare la complessità e l’incertezza dei cambiamenti, preparandosi alla natura mutante delle economie moderne e delle società complesse…
2. Il profilo generale dello studente liceale in uscita (che illustra i risultati di apprendimento comuni a tutti i percorsi liceali) consta di cinque aree, delle quali tre sono riferibili a specifici saperi disciplinari (area linguistico comunicativa, storico umanistica, matematica scientifico tecnologica) e due sono d’interesse trasversale alle diverse discipline: area metodologica e area logico-argomentativa.
3. Se consideriamo rilevanti sia le abilità trasversali indicate nelle Linee guida, sia le due aree trasversali del profilo liceale, la prospettiva lavorativa dei licei (le attività di alternanza) dovrebbero e potrebbero, penso, concretizzarsi in esperienze e percorsi che mettano a frutto (se ci sono già) o sviluppino (se non ci sono ancora), le une e le altre insieme. Potrebbero, cioè, essere orientate anch’esse ad un “fare”, ma un “fare” strettamente connesso con le due aree trasversali del profilo liceale: un “fare” relativo all’area metodologica (acquisizione di un metodo di studio autonomo per studi successivi. Consapevolezza dei metodi disciplinari e valutazione dei risultati della ricerca con criteri di affidabilità. Capacità di interconnessione di contenuti e metodi); un “fare” relativo all’area logico-argomentativa (Sostenere proprie tesi e ascoltare/criticare argomentazioni altrui. Abitudine a ragionare con rigore logico, a identificare problemi e ipotesi soluzione. Interpretazione critica delle diverse forme di comunicazione).
Le due aree trasversali del profilo liceale, e le competenze trasversali indicate dalle Linee guida sono accomunate da un lavoro nobile, complesso, socialmente prezioso: la ricerca, che può rappresentare contemporaneamente prospettiva professionale e spazio di cittadinanza, strumento privilegiato di orientamenti e di approcci consapevoli al cambiamento.
La parola ricerca, nella scuola d’oggi, è abusata e al tempo stesso svilita, designificata.
I nostri ragazzi oggi cercano di tutto sul web, con più o meno consapevolezza, e la scuola chiama ricerca ciò che spesso è solo una raccolta di informazioni copiaincollate e prive di qualsiasi correttezza scientifica. Anni fa sul Corriere della sera Roberto Cotroneo raccontò della sua esperienza formativa con studenti della secondaria di 2° grado e descrisse il loro “fare ricerca” in Internet. “Un po’ come trovarsi in un negozio che è al tempo stesso un rigattiere di oggetti vecchi e usurati e un antiquario che espone meravigliose opere d’arte. Per cui ti ritrovi tra le mani una crosta dilettantesca che raffigura una natività e quella del Beato Angelico. Il punto è che per imparare a riconoscere una dall’altra non basta l’occhio, e non serve linkare. Occorre che tu abbia letto Roberto Longhi, e più in generale quelli che (…) accostano i pezzi giusti del sapere, li confrontano, li cercano, li adattano e riescono a creare il disegno che volevano”.
I ragazzi oggi fanno molte “ricerche”, ma non sempre costruiscono pensiero scientifico. Nelle scuole si “fanno” molte cose, ma non sempre sostenute da creatività competente.
Il pianeta e l’uomo, invece, hanno oggi più che mai bisogno di ricerca e cultura scientifica, di pensiero scientifico-critico, di nuovi umanesimi.
L’intesa con Università, Centri di ricerca, Ordini professionali, può diventare, per i Licei, lo spazio privilegiato di esperienze intellettuali e operative, sociali e politiche, cognitive e metacognitive insieme, in sintonia con gli apprendimenti curriculari e in coerenza con i profili liceali.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare
Teoricamente la trasformazione della ASL in PCTO, con la consistente riduzione delle ore obbligatorie rispetto a quelle sancite dalla L. 107/2015 e l’allargamento degli orizzonti operativi in direzione di competenze trasversali a fini orientativi, avrebbe dovuto portare sollievo alle scuole, prima condizionate dalla diffusa indisponibilità di aziende, dalla mancata accoglienza da parte di luoghi pubblici o privati, dai vincoli di una specificità non sempre facile da trovare. Ma le cose non sono andate molto meglio, soprattutto nei Licei.
Non c’è qui lo spazio per una riflessione seria e critica su quanto le competenze trasversali nella scuola italiana siano state oggetto di norme, riforme, aggiustamenti, definizioni, articolazioni e declinazioni, senza peraltro riuscire ad essere mai ben sviluppate.
Né lo spazio per una riflessione seria e critica su quanto l’orientamento nella scuola italiana sia stato anch’esso oggetto di norme e definizioni e articolazioni senza peraltro riuscire, anch’esso, ad essere qualcosa di più che la scelta della scuola successiva.
E infine non c’è lo spazio per una riflessione seria e critica su quanto l’autonomia scolastica, teoricamente fondata sulla progettualità e sulla contestualità dell’offerta formativa, abbia preferito (spesso) nascondere dietro cascate di progetti finanziati e imbrillantati una sostanziale assenza di visionarietà e progettualità.
Ma una riflessione seria e critica su queste cose forse aiuterebbe a comprendere la diffusa difficoltà delle scuole, e in particolare dei Licei, a proporre ai ragazzi rigorose, competenti, appaganti interpretazioni dei PCTO, e consentirebbe di giustificare la rabbia dei giovani verso una scuola che, a loro dire, sembra non saper adempiere né al suo compito istituzionale (sviluppare pensiero critico, costruire strumenti di interazione con la realtà) né ai nuovi compiti che la società complessa le chiede (sapersi conoscere, sapersi orientare, saper fare delle scelte).
Le domande possibili
Non penso che possano esser prese in considerazione le richieste dei ragazzi di eliminare l’alternanza scuola-lavoro. Penso, al contrario, che occorrerebbe individuare modalità per rendere i PCTO più efficaci e meglio integrati con i percorsi curriculari.
Forse ci si potrebbe domandare se sia più funzionale una obbligatorietà mal vissuta o una possibilità di scelta che, entro definiti limiti orari minimi e massimi, caratterizzi l’offerta formativa degli Istituti con esperienze qualificate e ben progettate di approccio al lavoro o alla ricerca.
Forse ci si potrebbe domandare se possa essere utile, oltre alla progettazione delle scuole, dar voce a desideri/progetti/aspirazioni/vocazioni dei ragazzi, consentendo una scelta individuale del rapporto formativo da intraprendere fuori scuola con l’Ente scelto (impresa, università, istituzione, associazione…), magari supportata da motivazioni e ipotesi progettuali dello stesso studente.
Forse ci si potrebbe interrogare sulla eventuale utilità di iniziative e richieste non avanzate da parte delle scuole agli Enti, ma da parte degli Enti alle scuole (imprese, università, istituzioni, associazioni, laboratori artigianali) e volte a “richiedere” più che ad “accogliere” studenti in situazione di apprendimento, sulla base di motivazioni ed ipotesi progettuali definite.
Forse ci si potrebbe interrogare sulla retribuibilità di esperienze che apportino dei vantaggi all’Ente accogliente e che si configurino come reale lavoro, pur tutorato.
E infine ci si può forse interrogare sul rigore della verifica dei risultati individuali ottenuti e sul peso da attribuire all’esperienza lavorativa in sede di valutazione finale.
La richiesta dei ragazzi di eliminare l’alternanza scuola-lavoro penso che non possa esser presa in considerazione, ma forse le condizioni di una più efficace realizzazione dei PCTO possono e devono essere ricercate.
Abstract
La protesta degli studenti nelle piazze chiede a gran voce l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro. Al di là delle possibili strumentalizzazioni delle proteste, è condivisa l’opinione che le esperienze fin qui condotte sulla base della Legge 107/2015 e quelle realizzate a seguito della Legge n. 145/208, che ha trasformato la ASL in PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento) non hanno sortito risultati soddisfacenti né per le scuole né per gli studenti, soprattutto nei Licei.
Le ragioni dello scontento sono molte e diverse. Tuttavia la cultura dell’integrazione tra scuola e lavoro nella secondaria di 2° grado e la convinzione della sua efficacia formativa non sono nuove né nel tempo né nello spazio: l’Europa attribuisce molta rilevanza a percorsi che sviluppino abilità trasversali funzionali all’orientamento, alla cittadinanza, all’occupazione.
E’ forse da considerare la possibilità di rivedere la normativa dei PCTO per costruire le condizioni di una loro maggiore efficacia.
Riferimenti
Legge 107/2015
Legge n. 145/2018
Linee Guida PCTO ai sensi della legge n. 145/2018
D.P.R. 15 marzo 2010, n. 87 Regolamento Istituti Professionali)
D.P.R. 15 marzo 2010, n. 88 (Regolamento Istituti Tecnici)
D.P.R 15 marzo 2010, n. 89 (Regolamento Licei)
Documento Europa 2020: la strategia europea per la crescita – Verso un futuro sostenibile e orientato all’occupazione
Documento Europa 2030: Un’Europa sostenibile entro il 2030
Una formazione per la società complessa, R. Bortone, Agorà ed. Lecce 1998


