Texas holdem poker trucchi

  1. European Roulette Casino Bonus Senza Deposito: Finalizzando il programma, Grosvenor ha annunciato che il festival tornerà a Coventrys Ricoh Arena questa estate Tuttavia, in una torsione sul procedimento, l'azione sarà kick-off on-line di quest" anno.
  2. Giochi Casino Soldi Finti - Quando i rulli sono in rotazione, Excalibur farà un paio di colpi e aggiungere un paio di simboli wild aggiuntivi sulla scheda.
  3. Heyspin Casino 50 Free Spins: I giocatori d'azzardo da numerosi altri stati possono giocare anche qui.

Assi poker

24
Una vita extra funge da rete di sicurezza durante i giri gratuiti assegnando un re-spin su un risultato perdente.
Migliori Giochi 888 Casino
Mentre c'è una certa varietà qui, nel complesso, l'Europa è la regione più progressiva del mondo verso gioco d'azzardo, o almeno ha alcuni dei paesi più progressisti del mondo verso di essa.
La forza di RTG sono i suoi sistemi di distribuzione multicanale, che vanno dal download del software del casinò e ai giochi mobili, che consentono ai giocatori di giocare ai loro giochi preferiti da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, alla modalità di gioco immediata, accessibile tramite tutti i tipi di browser web.

Migliori applicazioni poker

Bonus Senza Deposito Bingo
Come molti anti-gioco d'azzardo stati, Tennessee una volta ospitato un fiorente gioco d'azzardo e legit industria del poker soldi veri.
Casino Online Jackpot
I giocatori interessati a iniziare hanno molte opzioni a loro disposizione che possono godere.
Coludovisi Casino 50 Free Spins

Dossier di Edilizia Scolastica

Ritorno a scuola e Covid: tutti in classe, tra nuove regole e drammatiche eredità

Di Stefania De Cristofaro

Il 14 settembre riprendono le lezioni in presenza dopo i mesi di lockdown: mascherine e distanziamento scandiranno la vita di studenti e docenti, ma l’Italia resta il Paese dei paradossi. Si chiede sicurezza con i protocolli anti Coronavirus, ma la maggior parte degli edifici risulta ancora priva di agibilità, collaudo e certificato di prevenzione incendi. Senza contare quelli non in regola con la normativa antisismica. La mappa e i numeri del paradosso tutto italiano alla vigilia dell’anno scolastico 2020-2021

ROMA Distanziamento in classe e fuori, banchi monoposto con e senza le rotelle, mascherine chirurgiche per coprire naso e bocca, gel igienizzante per le mani, tamponi e test sierologici. E’ la scuola versione 2020, quella del presente e, probabilmente, anche del futuro prossimo, per lo meno sino a quando la ricerca non realizzerà il vaccino in grado di neutralizzare il Covid 19. Ma resta la “solita” scuola, quella incagliatain alcuni paradossi ereditati dal passato, se si considera che, per più della metà degli edifici che tornano a ospitare studenti e prof, mancano il certificato di agibilità e il documento di prevenzione incendi e che, nella maggior parte dei casi, si tratta di costruzioni che non rispettano i requisiti richiesti dalla normativa antisismica.

La scuola ai tempi del Covid 19: nuove regole, aspettative e timori

La pandemia non è stata affatto archiviata: la scuola deve dare prova di cambiamento se vuole non solo resistere, ma anche vincere la sfida imposta dalla convivenza con il virus. Perché oggi è di convivenza che si tratta e, per affrontare questa fase, la scuola, intesa sia in senso generale come sistema che in senso particolare, come istituto singolo, deve diventare nuova per forza di cose. Anzi, nuovissima, visto che mai prima d’ora si era posto il problema di garantire proprio lì, nei luoghi deputati ai contatti per la socializzazione, strumenti e misure per docenti, studenti e famiglie, in grado di assicurare il necessario rispetto delle limitazioni nelle relazioni personali per impedire la diffusione del contagio da Coronavirus. In questo scenario del tutto inedito (oltre che inaspettato), il Governo ha sfornato una serie di documenti per organizzare in sicurezza la riapertura e il ritorno a scuola, dopo i mesi scanditi dalla didattica a distanza, sia pure a singhiozzo e a macchia di leopardo.

I numeri del ritorno in classe sono importanti, stando ai dati del Ministero dell’Istruzione che si riferiscono allo scorso anno scolastico: le classi della scuola statale sono 369.769 e gli studenti sono 7.599.259. La Lombardia conta la maggiore popolazione scolastica con più di un milione di studenti e un numero di classi di poco inferiore a 55mila, a fronte del Molise che registra poco più di 37mila studenti e poco più di 2mila classi.

Il documento per la pianificazione delle attività scolastiche, educative e formative in tutte le istituzioni del sistema nazionale di istruzione per l’anno scolastico 2020-2021 rappresenta la bussola della navigazione.

“Sulla base dell’esperienza dettata dalla pandemia da SARS-CoV-2, sarà necessario trasformare le difficoltà di un determinato momento storico in un vero e proprio volano per la ripartenza e per l’innovazione. L’eccezionalità a cui l’emergenza sanitaria da SARS-CoV-2 ha costretto tutti i settori della vita privata, sociale e lavorativa impone una analisi mirata alla progettazione della ripartenza e del ritorno alla normalità”, è scritto. “Nella scuola questo si traduce in una riflessione organizzativa e didattica in grado, come si è detto, di non disperdere quanto le scuole sono riuscite a mettere in atto, valorizzando gli ambiti dell’autonomia scolastica e fornendo loro spazi di coordinamento finalizzati a coinvolgere i diversi attori in un rinnovato patto di corresponsabilità educativa”.

Il complesso equilibrio tra sicurezza e benessere socio emotivo degli studenti: il ruolo centrale di ogni scuola

Per il corretto svolgimento delle attività scolastiche è necessario seguire le indicazioni finalizzate alla prevenzione del contagio contenute nel Documento tecnico, elaborato dal Comitato tecnico scientifico (CTS) istituito presso il Dipartimento della Protezione civile sulle “ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico e le modalità di ripresa delle attività didattiche per il prossimo anno scolastico”, approvato in data 28 maggio 2020 e successivamente aggiornato. La ripartenza dovrà avvenire in un “complesso equilibrio tra sicurezza, in termini di contenimento del rischio di contagio, benessere socio emotivo di studenti e lavoratori della scuola, qualità dei contesti e dei processi di apprendimento e rispetto dei diritti costituzionali alla salute e all’istruzione”, è stato scritto nel documento tecnico.

Ruolo di primo piano, quindi, è stato riconosciuto alle singole scuole, nel solco tracciato dall’Amministrazione, sia centrale che periferica, e dagli Enti Locali: sono i singoli istituti a dover mettere in pratica le indicazioni stabilite in via generale nella vita quotidiana, “nello specifico contesto di azione, al fine di definire soluzioni concrete e realizzabili, tenendo in considerazione il complesso scenario di variabili, come la tipologia di utenti, le strutture e infrastrutture disponibili, la dotazione organica e le caratteristiche del territorio”.

A livello nazionale, il Ministero ha proseguito il lavoro avviato in sede di “Cabina di regia COVID-19”, assieme alle Regioni, alle Province e ai Comuni, per il coordinamento delle azioni sul territorio nazionale. In ciascuna Regione l’organizzazione dell’avvio dell’anno scolastico è stata articolata, in primo luogo, con la istituzione di Tavoli regionali operativi, presso gli Uffici Scolastici Regionali del Ministero dell’Istruzione, in modo tale da “favorire un confronto costante, il monitoraggio delle azioni poste in essere dalle Conferenze dei servizi a livello territoriale e dai diversi attori coinvolti nell’organizzazione delle attività scolastiche, anche al fine di rilevare eventuali criticità a livello locale e sostenerne la risoluzione, avendo particolare cura alle speciali necessità provenienti dall’esigenza di tutela degli alunni con disabilità”. I Tavoli regionali svolgeranno altresì funzioni di monitoraggio e coordinamento regionale, con riferimento ad una complessiva integrazione tra le necessità del sistema scolastico e l’ordinario funzionamento dei servizi di trasporto.

A livello provinciale, metropolitano e/o comunale, sono state previste Conferenze dei servizi, su iniziativa dell’Ente locale competente, con il coinvolgimento dei dirigenti scolastici, finalizzate ad analizzare le criticità delle istituzioni scolastiche che insistono sul territorio di riferimento. In tal modo, sarà possibile “raccogliere le istanze provenienti dalle scuole, con particolare riferimento a spazi, arredi, edilizia, al fine di individuare modalità, interventi e soluzioni che tengano conto delle risorse disponibili sul territorio in risposta ai bisogni espressi”.

Le cinque regole per fare lezione in sicurezza: dal distanziamento alle mascherine

Stando ai protocolli nazionali, vanno rispettate cinque regole di base  che i dirigenti scolastici dovranno comunicare anche attraverso i siti internet: innanzitutto, nel caso in cui si palesinosintomi di infezioni respiratorie acute (febbre, tosse, raffreddore), non ci si reca a scuola e si avverte il medico; quando si è a scuola, è necessario indossare in maniera corretta una mascherina per la protezione del naso e della bocca; mantenere sempre la distanza di un metro, evitando gli assembramenti (soprattutto nelle ore di entrata e uscita) e il contatto fisico, bisogna seguire le indicazioni dei docenti e  rispettare la segnaletica; infine evitare di toccarsi occhi e bocca e lavare frequentemente le mani,  usando i dispenser.

In particolare, con riferimento alle indicazioni sanitarie sul distanziamento fisico, si riporta di seguito l’indicazione tratta dal verbale della riunione del CTS tenutasi il giorno 22 giugno 2020: «Il distanziamento fisico inteso come “un metro fra le rime buccali degli alunni” rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione…». Tradotto dal burocratese all’italiano molto più semplice e destinato a una vasta platea, significa che deve essere assicurata sempre la distanza di un metro da bocca a bocca degli studenti.

Quanto alle mascherine, gli studenti dovranno indossare –  per l’intera permanenza nei locali scolastici –  la mascherina chirurgica oppure una mascherina di comunità di propria dotazione, fatte salve le dovute eccezioni (ad esempio, durante l’attività fisica o la pausa per il pranzo in mensa). Sono mascherine di comunità quelle “monouso o lavabili, anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriera e, al contempo, comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”, così come disposto dai commi 2 e 3, art. 3, del DPCM 17 maggio 2020. Va precisato che, in coerenza con tale norma, “non sono soggetti all’obbligo i bambini al di sotto dei sei anni, nonché le persone con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina ovvero i soggetti che interagiscono con i predetti.” Non sono necessari ulteriori dispositivi di protezione.

I bambini di età inferiore ai sei anni hanno esigenze particolari, perché hanno bisogno di muoversi, esplorare, toccare e l’organizzazione dei diversi momenti della giornata educativa dovrà essere “serena e rispettosa delle modalità tipiche dello sviluppo infantile”. Per questo, i bambini “dovranno essere messi nelle condizioni di potersi esprimere con naturalezza e senza costrizioni”.

Previsti, inoltre, lo screening preventivo del personale scolastico, fra docenti e non, attraverso due milioni di test sierologici volontari e gratuiti, e la fornitura gratuita di 11 milioni di mascherine chirurgiche e di almeno 50mila litri di igienizzante al giorno.

Nuove modalità di ingresso e uscita, pulizia e igienizzazione degli ambienti e delle attrezzature

Nuove sono anche le modalità di ingresso e di uscita da scuola per evitare assembramenti. “Nel caso di file, occorre provvedere alla loro ordinata regolamentazione al fine di garantire l’osservanza delle norme sul distanziamento sociale”, ricordano dal Ministero. Ogni scuola dovrà disciplinare le modalità che regolano tali momenti in modo da integrare il regolamento di istituto con l’eventuale previsione, ove lo si ritenga opportuno, di ingressi ed uscite a orari scaglionati, anche utilizzando accessi alternativi. “L’eventuale ingresso del personale e degli studenti già risultati positivi all’infezione da Covid-19 deve essere preceduto da una preventiva comunicazione avente ad oggetto la certificazione medica da cui risulti la “avvenuta negativizzazione” del tampone secondo le modalità previste e rilasciata dal dipartimento di prevenzione territoriale di competenza”, è stato precisato nel documento.

Va ridotto l’accesso ai visitatori, i quali, comunque, dovranno sottostare a tutte le regole previste nel Regolamento di istituto e/o nell’apposito disciplinare interno adottato dal Dirigente scolastico, sentiti l’RSPP di istituto e il medico competente ed ispirato a una serie di criteri di massima: innanzitutto l’ordinario ricorso alle comunicazioni a distanza; la limitazione degli accessi ai casi di effettiva necessità amministrativo-gestionale ed operativa, possibilmente previa prenotazione e relativa programmazione; la regolare registrazione dei visitatori ammessi, con indicazione, per ciascuno di essi, dei dati anagrafici (nome, cognome, data di nascita, luogo di residenza), dei relativi recapiti telefonici, nonché della data di accesso e del tempo di permanenza;  la differenziazione dei percorsi interni e dei punti di ingresso e dei punti di uscita dalla struttura. E ancora: la  predisposizione di adeguata segnaletica orizzontale sul distanziamento necessario e sui percorsi da effettuare; la  pulizia approfondita e aerazione frequente e adeguata degli spazi; l’accesso alla struttura attraverso l’accompagnamento da parte di un solo genitore o di persona maggiorenne delegata dai genitori o da chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto delle regole generali di prevenzione del contagio, incluso l’uso della mascherina durante tutta la permanenza all’interno della struttura.

E’ necessario assicurare la pulizia giornaliera e la igienizzazione periodica di tutti gli ambienti, predisponendo un cronoprogramma ben definito, da documentare attraverso un registro regolarmente aggiornato. Nel piano di pulizia occorre includere: gli ambienti di lavoro e le aule; le palestre; le aree comuni; le aree ristoro e mensa; i servizi igienici e gli spogliatoi; le attrezzature e postazioni di lavoro o laboratorio ad uso promiscuo; il materiale didattico e ludico; le superfici comuni ad alta frequenza di contatto (come le pulsantiere e i passamano lungo le scale).

L’attività di igienizzazione dei luoghi e delle attrezzature dovrà essere effettuata secondo quanto previsto dal cronoprogramma o, in maniera puntuale e secondo necessità, in caso di presenza di persona con sintomi o confermata positività al virus. In questo secondo caso, per la pulizia e la igienizzazione, occorre tener conto di quanto indicato nella circolare 5443 del Ministero della Salute del 22/02/2020. Dovrà essere utilizzato materiale detergente, con azione virucida, come previsto dall’allegato 1 del documento CTS del 28/05/20 e dovrà essere garantita la adeguata aerazione di tutti i locali, mantenendo costantemente (o il più possibile) aperti gli infissi esterni dei servizi igienici, da sottoporre a pulizia almeno due volte al giorno, eventualmente anche con immissione di liquidi a potere virucida negli scarichi fognari delle toilette.

Trasporto: per gli scuolabus capienza non superiore all’80 per cento

Anche il trasporto pubblico è stato oggetto di intervento per essere rimodulato allo scopo di impedire la diffusione del virus: sono state approvate in Conferenza unificata le Linee guida. Per gli scuolabus è prevista una capienza non superiore all’80 per cento dei posti consentiti dalla carta di circolazione. Con un’eccezione: per i “viaggi che durano al massimo 15 minuti, si può arrivare alla capienza massima”. 

Fermo restando il corretto uso di dispositivi di protezione individuale, “è necessario procedere all’igienizzazione, sanificazione e disinfezione del mezzo di trasporto almeno una volta al giorno”, si legge nelle linee guida. Così come è necessario assicurare un’areazione, possibilmente naturale, continua del mezzo di trasporto e mettere a disposizione all’entrata appositi detergenti per la sanificazione delle mani degli alunni.

La salita degli studenti avverrà evitando alla fermata un distanziamento inferiore al metro e avendo cura che gli alunni  accedano al mezzo in maniera ordinata, facendo salire il secondo passeggero dopo che il primo si sia già seduto.  Per la discesa dal mezzo dovranno essere seguite procedure specifiche, per cui dovranno scendere, uno per uno, evitando contatti ravvicinati, prima i ragazzi vicini alle uscite, gli altri avranno cura di non alzarsi dal proprio posto se non quando il passeggero precedente sia sceso, e così via. Al fine di aumentare l’indice di riempimento dei mezzi di trasporto, potranno essere installate separazioni removibili tra i sedili. Le aziende di trasporto possono avviare forme autonome di individuazione di materiale idoneo da sottoporre alla certificazione sanitaria del Cts.

Nella legge di bilancio è stato previsto uno stanziamento di 200 milioni per le Regioni e 150 milioni per Comuni e Province per coprire le spese legate a servizi aggiuntivi di trasporto ritenuti indispensabili per l’avvio dell’anno scolastico.

La copertura finanziaria, la previsione del Fondo per l’emergenza epidemiologica e i nuovi banchi monoposto

Dal Governo è arrivata un’ulteriore e importante precisazione: “Tutti gli interventi straordinari che si rendessero necessari per assicurare la soluzione di criticità emerse in vista dell’avvio dell’anno scolastico, e che non siano già previsti, dovranno trovare adeguata copertura finanziaria”.

Quanto alle coperture finanziarie necessarie per garantire il corretto avvio dell’anno scolastico, l’articolo 235 del d.l. 34/2020, in aggiunta agli stanziamenti di cui agli articoli 231, 232 e 233 pari a 2,9 miliardi di euro e ad altre fonti di finanziamento, anche di origine comunitaria, il Ministero dell’Istruzione ha istituito un apposito “capitolo”, denominato “Fondo per l’emergenza epidemiologica da Covid 19”:  lo stanziamento complessivo attualmente è pari a un miliardo di euro, somma ritenuta sufficiente per adottare le opportune misure per la riapertura delle istituzioni scolastiche, contenendo il rischio epidemiologico.

Priorità è stata riconosciuta alla fornitura, su tutto il territorio nazionale, dei banchi monoposto (con e senza rotelle): su richiesta del Miur, il commissario per l’Emergenza, Domenico Arcuri, ha bandito la gara europea per tre milioni di “pezzi”: un milione e mezzo sono banchi a un posto tradizionali, l’altra metà sono banchi di tipo innovativo. Il fabbisogno complessivo chiesto dai dirigenti scolastici era di poco più di due milioni di banchi tradizionali e (2.013.656) e poco meno di mezzo milione di sedute innovative (435.118).

Dopo la definizione di 11 contratti di affidamento a imprese e raggruppamenti, i primi stock sono stati consegnati a tre Comuni della Lombardia, epicentro del Coronavirus: Codogno, Nembro e Alzano. La distribuzione nei diversi istituti avverrà secondo “una programmazione nazionale e una tempistica che terrà conto delle effettive priorità scolastiche e sanitarie dei vari territori“, spiegano dallo staff del Commissario straordinario.

Perché banchi monoposto? Perché il Comitato Tecnico Scientifico per l’emergenza ha indicato il “banco monoposto come una delle misure utili per consentire il distanziamento tra gli alunni”, è stato spiegato. “Oltre a garantire la sicurezza, l’acquisto dei nuovi banchi permette di rinnovare arredi spesso molto obsoleti. Nessuna tipologia di banco è stata imposta”, si legge sul sito internet del Ministero dell’Istruzione, nella parte dedicata alle domande più frequenti.

Le domande più frequenti sul ritorno a scuola e sui possibili contagi: le risposte del Ministero dell’Istruzione

Cosa fare nel caso in cui uno studente presenta un sintomo compatibile con il Covid 19? Il Ministero dell’Istruzione risponde così:

“Il personale scolastico che viene a conoscenza di uno studente sintomatico deve avvisare il Referente scolastico per il Covid-19 , il quale provvede a far avvertire immediatamente i genitori/tutore legale”.

“Lo studente deve essere dotato di una mascherina chirurgica (se maggiore di sei anni) e ospitato in una stanza dedicata, dove sarà necessario procedere all’eventuale rilevazione della temperatura corporea da parte del personale scolastico individuato, mediante l’uso di termometri che non prevedono il contatto. Il minore non deve essere lasciato da solo ma in compagnia di un adulto che preferibilmente non deve presentare fattori di rischio e che dovrà mantenere, ove possibile, il distanziamento fisico di almeno un metro e indossare la mascherina chirurgica fino a quando l’alunno non sarà affidato a un genitore/tutore legale. I genitori devono contattare il pediatra o il medico di base per la valutazione clinica (triage telefonico) del caso”.

E come procedere nel caso in cui uno studente dovesse risultare positivo al test? “Se il test è positivo, il Dipartimento di prevenzione della Asl notifica il caso e la scuola avvia la ricerca dei contatti e le azioni di sanificazione straordinaria della struttura”, si legge sempre sul sito internet. “Per il rientro in comunità bisognerà attendere la guarigione clinica (cioè la totale assenza di sintomi) dell’alunno. La conferma di avvenuta guarigione prevede l’effettuazione di due tamponi a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Se entrambi i tamponi risulteranno negativi, l’alunno potrà definirsi guarito, altrimenti proseguirà l’isolamento”, viene precisato.

“Il Referente scolastico Covid-19 deve fornire al Dipartimento di prevenzione l’elenco dei compagni di classe nonché degli insegnanti del caso confermato che sono stati a contatto nelle 48 ore precedenti l’insorgenza dei sintomi. I contatti stretti individuati dal Dipartimento di prevenzione, con le consuete attività di tracciamento dei contatti, saranno posti in quarantena per 14 giorni dalla data dell’ultimo contatto con il caso confermato. Il Dipartimento di prevenzione deciderà la strategia più adatta in merito ad eventuali screening al personale scolastico e agli alunni.

Altra domanda: Come ci si deve comportare nel caso in cui un alunno presenti un aumento della temperatura corporea al di sopra di 37,5°C o un sintomo compatibile con Covid-19, presso il proprio domicilio? “In tale situazione, l’alunno deve restare a casa e i genitori devono comunicare l’assenza scolastica per motivi di salute. I genitori informano anche il pediatra o il medico curante che, in caso di sospetto Covid, richiede tempestivamente il test diagnostico e lo comunica al Dipartimento di prevenzione per l’esecuzione del test”. E cosa bisogna fare nel caso in cui un lavoratore presenti un aumento della temperatura corporea al di sopra di 37,5°C o un sintomo compatibile con il Covid 19, in ambito scolastico? La risposta dal Ministero: “In tal caso, bisogna assicurarsi che il lavoratore indossi la mascherina chirurgica, invitarlo ad allontanarsi dalla struttura, a rientrare al proprio domicilio e a contattare il proprio medico di base per la valutazione clinica necessaria. Il medico curante valuterà l’eventuale prescrizione del test diagnostico e lo comunicherà al Dipartimento di prevenzione della Asl, che provvederà all’esecuzione del test. In caso di diagnosi di patologia diversa da Covid-19, il medico curante redigerà un documento volto ad attestare che il lavoratore può rientrare a scuola poiché è stato seguito il percorso diagnostico-terapeutico e di prevenzione per Covid-19 previsto”.

App Immuni: tecnologia importante per la prevenzione e il monitoraggio del Covid anche in ambito scolastico

Un valido e importante supporto ai fini della prevenzione e del monitoraggio della diffusione e, quindi, dei contagi da Coronavirus, è offerto dall’App Immuni: avvisa gli utenti potenzialmente contagiati il prima possibile, anche quando sono asintomatici, in modo tale che possano isolarsi per evitare di contagiare altre persone. Questo minimizza la diffusione del virus e, allo stesso tempo, velocizza il ritorno a una vita normale per la maggior parte della popolazione. Venendo informati tempestivamente, gli utenti possono anche contattare il proprio medico di medicina generale prima e ridurre così il rischio di complicanze.  

Il Comitato Tecnico Scientifico ne ha fortemente consigliato l’adozione agli studenti ultraquattordicenni, ai genitori e a tutto il personale scolastico docente e non docente perché ritiene che costituisca uno dei punti chiave della strategia complessiva di prevenzione e monitoraggio del mondo della scuola, così come previsto dal verbale del 07/07/2020, n. 94.

Sul piano della informazione, spetta al dirigente scolasticoil compito di fornire “adeguata comunicazione efficace alle famiglie, agli studenti, al personale scolastico, in modalità telematica (sito web scuola o webinar dedicati) e anche su cartellonistica, o altro supporto fisico, ben visibile all’ingresso della scuola e nei principali ambienti, da realizzare tutto o in parte prima dell’inizio dell’anno scolastico”, sottolineano al Ministero.

 E’ utile un’attività formativa specifica in presenza al rientro per gli alunni rapportata all’età degli allievi e alla presenza di eventuali disabilità e/o disturbi di apprendimento finalizzata alla valorizzazione dei comportamenti. “Favorire, almeno nella prima fase, l’acquisizione di comportamenti attraverso un coinvolgimento diretto degli studenti nella realizzazione di iniziative per la prevenzione e la protezione (come, ad esempio, realizzazione di cartellonistica, valorizzazione degli spazi, condivisione di idee), anche proponendo campagne informative interne all’Istituto con la partecipazione proattiva di studenti e famiglie”. Sarà utile estendere le azioni di informazione e formazione anche ai familiari degli allievi perché assumano un comportamento proattivo per il contenimento del rischio di trasmissione del contagio.

Altro suggerimento: “Organizzare apposite esercitazioni per tutto il personale della scuola senza gli studenti al fine di prendere meglio dimestichezza con le misure di prevenzione e protezione e acquisirne la tecnicalità”.  Resta inteso che tutte le misure di prevenzione e protezione fanno leva sul senso di responsabilità di tutti nel rispetto delle misure igieniche e del distanziamento e sulla collaborazione attiva di studenti e famiglie nel continuare a mettere in pratica i comportamenti previsti per il contrasto alla diffusione dell’epidemia.

La Dad, didattica a distanza: accordi con la Rai, banda larga e concessione gratuita in fibra ottica sino a Gbps

Altro capitolo da considerare quando si parla di scuola “nuova” è quello che si riferisce alla cosiddetta Dad, la didattica a distanza che rientra in quella digitale integrata. “Qualora l’andamento epidemiologico dovesse configurare nuove situazioni emergenziali a livello nazionale o locale, sulla base di un tempestivo provvedimento normativo, potrebbe essere disposta nuovamente la sospensione della didattica in presenza e la ripresa dell’attività a distanza, attraverso la modalità di didattica digitale integrata”, si legge nel documento del Ministero dell’Istruzione.

Per questo motivo, ogni istituzione scolastica deve integrare il PTOF con il Piano scolastico per la Didattica digitale integrata, che tiene conto delle potenzialità digitali della comunità scolastica emerse nel corso della sospensione delle attività in presenza nel 2020. Ogni scuola individua le modalità per riprogettare l’attività didattica, con particolare riguardo alle necessità specifiche degli alunni con disabilità, con disturbi specifici dell’apprendimento e con altri bisogni educativi speciali.

“Si dovranno necessariamente e preliminarmente individuare le modalità e le strategie operative per garantire a tutti gli studenti le stesse possibilità, in termini di accesso agli strumenti necessari per una piena partecipazione. Allo stesso fine, il Piano annuale di lavoro del personale Ata è integrato con le previsioni per il lavoro agile”.

Dal punto di vista pratico, “l’Amministrazione centrale proseguirà il suo impegno per garantire, attraverso la prosecuzione di appositi accordi con la RAI – Radiotelevisione italiana l’erogazione, organizzata per fasce di età, di contenuti didattici specifici sui canali tematici dell’emittente, secondo orari prestabiliti”. Non solo. C’è un impegno messo nero su bianco dal Ministero dell’Istruzione: “Per quanto di competenza, (occorre) sostenere, presso tutte le amministrazioni competenti, la rapida attuazione delle misure previste nell’ambito del Piano scuola già inserito nella strategia nazionale per la Banda Ultra Larga, in modo che sia assicurata comunque la realizzazione degli interventi programmati negli edifici scolastici, al fine di offrire connessione gratuita in fibra ottica a 1 Gbps”.

Il Ministero dell’Istruzione fa sapere di aver avviato uno studio per la progettazione di una piattaforma finalizzata all’erogazione di contenuti didattici a distanza. Nel caso di nuova sospensione dell’attività didattica, l’Amministrazione centrale, le Regioni, gli Enti locali, gli enti gestori delle istituzioni scolastiche paritarie e le istituzioni scolastiche statali opereranno, ciascuno secondo il proprio livello di competenza, per garantire la frequenza scolastica in presenza, in condizioni di reale inclusione, degli alunni con disabilità e degli alunni e studenti figli di personale sanitario o di altre categorie di lavoratori, le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione.

Attenzione alla salute e supporto psicologico per studenti e personale scolastico

 Per una corretta gestione dell’anno scolastico, il Ministero ha sottolineato la necessità di prestare attenzione alla salute e al supporto psicologico per il personale scolastico e per gli studenti come misure di prevenzione precauzionale. Sulla base di una Convenzione tra il Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, si promuove un sostegno psicologico per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro in “presenza”, difficoltà di concentrazione, situazione di isolamento vissuta.

A tale scopo, sono stati suggeriti: il rafforzamento degli spazi di condivisione e di alleanza tra Scuola e Famiglia, anche a distanza; il ricorso ad azioni di supporto psicologico in grado di gestire sportelli di ascolto e di coadiuvare le attività del personale scolastico nella applicazione di metodologie didattiche innovative (in presenza e a distanza) e nella gestione degli alunni con disabilità e di quelli con DSA o con disturbi evolutivi specifici o altri bisogni educativi speciali, per i quali non siano previsti insegnanti specializzati di sostegno.

Il supporto psicologico dovrà essere coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali e dagli Ordini degli Psicologi regionali e potrà essere fornito, anche mediante accordi e collaborazioni tra istituzioni scolastiche, attraverso specifici colloqui con professionisti abilitati alla professione psicologica e psicoterapeutica, effettuati in presenza o a distanza, nel rispetto delle autorizzazioni previste e comunque senza alcun intervento di tipo clinico.

Vecchi problemi per la nuova scuola: il paradosso del sistema italiano

Per quanto la scuola debba essere nuova, resta (purtroppo) quella di sempre. Verrebbe da dire che resta “quella italiana”, costretta a fare i conti con una serie di limitazioni, con la burocrazia che si presenta ancora come una giungla in cui sono costretti a destreggiarsi i dirigenti scolastici e con circostanze che, alla fine, fanno venire a galla situazioni che, per un motivo o per un altro, alimentano legittimi dubbi sulla garanzia di una reale sicurezza per studenti e prof. Oltre al Ministro all’Istruzione, Lucia Azzolina, c’è il titolare della Sanità, Roberto Speranza, in prima linea poiché istruzione e salute sono diritti costituzionalmente garantiti. Ma nei fatti, quel che si è venuto a creare e che viene lasciato in eredità, anno dopo anno, è praticamente un paradosso nel Belpaese (e forse anche in altri Paesi dell’Unione europea).

Basti pensare che ad oggi, in Italia, resta un’utopia pensare che tutti gli edifici scolastici abbiano il certificato di agibilità o quello di prevenzione incendi: più della metà ne è priva. Sì, mancano le attestazioni che dovrebbero essere il punto di partenza per la riapertura delle scuole (Covid a parte), stando ai dati raccolti e pubblicati dal Ministero dell’Istruzione sul sito internet nella sezione dedicata all’edilizia scolastica. Le informazioni sono aggiornate al 5 marzo 2020, in formato open data, consultabili nella sezione “Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica”, concepita per essere “sistema conoscitivo che raccoglie i dati sulla consistenza e sulla funzionalità del patrimonio di edilizia scolastica”.

“I titolari dei dati dell’edilizia scolastica sono gli Enti Locali, proprietari o gestori degli edifici pubblici adibiti ad uso scolastico”, si legge. “Il Miur fruisce dei dati per acquisire le conoscenze necessarie all’adempimento della sua missione istituzionale di indirizzo, pianificazione e controllo e pubblica gli stessi a garanzia della loro trasparenza”, è scritto ancora. Le strutture edilizie sono definite come elemento fondamentale ed integrante del sistema scolastico, alle quali va assicurato uno sviluppo qualitativo e una collocazione sul territorio adeguati alla costante evoluzione delle dinamiche formative, culturali, economiche e sociali (Art. 1, Legge 11 gennaio 1996, n.23)”.

I compiti che spettano ai dirigenti scolastici: sono il perno del sistema scuola che conta oltre 40mila edifici

Nel puzzle del sistema scuola, ancor più complesso oggi con tutti gli adempimenti in materia di Covid 19, i dirigenti scolastici restano il perno attorno al quale ruotano tutti gli ingranaggi. I “presidi, come venivano chiamati un tempo, in veste di “datori di lavoro”, hanno una serie di obblighi, per cui non è raro che nella realtà si vengano a creare corto circuiti. Ai dirigenti scolastici spettano: l’elaborazione del Documento di Valutazione dei Rischi; le nomine del  Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP); del Medico competente, ove ce ne sia la necessità; così come le nomine degli Addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione (ASPP) e dei lavoratori Addetti all’attuazione delle misure di prevenzione incendi, evacuazione, salvataggio e primo soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza.

Ricadono sui dirigenti scolastici gli oneri di predisporre il Piano di evacuazione o di emergenza e organizzare le prove di evacuazione (devono essere almeno due durante l’anno scolastico). I dirigenti devono anche assicurare un’adeguata attività di formazione ed informazione del personale, sia docente che non, e degli studenti; fornire ai lavoratori i necessari ed idonei dispositivi di protezione individuale (DPI); richiedere l’osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti e l’uso dei mezzi di protezione collettivi e individuali; convocare la riunione periodica; inviare i lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste; consultare il Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS); redigere il DUVRI in caso di affidamento di lavori in appalto che creino interferenze con l’attività scolastica.

Fatta questa premessa, il primo dato disponibile si riferisce al numero complessivo delle scuole statali: sono 40.160 (i cosiddetti edifici attivi), mentre sono 3.042 gli edifici inattivi e 34 sono diventati inattivi per calamità. Questo, quindi, è lo scenario italiano, nel quale non sono rari coni d’ombra, di fronte ai quali è legittimo chiedersi se venga – nei fatti – assicurato uno sviluppo qualitativo, come si legge sul sito del Ministero e, prima ancora, come mai se da un lato è lo Stato a stabilire regole, dall’altro è lo stesso Stato a tollerarne il mancato rispetto.

Certificato di agibilità: manca in più della metà degli edifici scolastici

Sul totale di 40.160 edifici attivi, 21.609 sono privi del certificato di agibilità previsto dall’articolo 24 del Testo Unico dell’Edilizia (DPR 380/2001). E’ un documento che “attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente”. Se manca l’agibilità, quindi, studenti e docenti in che condizioni fanno lezione? Sono luoghi sicuri e salubri come chiede lo Stato? Evidentemente no, in oltre 21mila istituti da Nord a Sud, isole comprese.

I numeri dicono che gli edifici in possesso del certificato di agibilità sono 15.687. Manca questo tipo di informazione per 1.660 scuole (1.204 sono le scuole per le quali tale certificato non è richiesto). Conviene tracciare una mappa degli istituti agibili e di quelli che non lo sono per avere un’idea quanto più precisa possibile e aderente alla realtà, in occasione del ritorno in classe. Per questo è utile esaminare i dati disponibili, regione per regione: la maglia nera, come conseguenza della mancanza del certificato di agibilità, viaggia tra il Lazio e la Sardegna, ma non va meglio altrove. Nella Regione Lazio gli edifici in totale sono 3.135 e solo 437 hanno l’attestazione, mentre 2.585 ne sono sprovvisti (è da precisare, stando ai dati, che in 18 casi il certificato non è richiesto e che in 95, invece, tale informazione non è stata resa nota). In Sardegna, sul totale di 1624 edifici scolastici, solo 281 sono in possesso dell’attestazione, mentre manca per 1.295 scuole (non è richiesta in 32 casi, mentre tale informazione è assente in 16 casi). In Sicilia, su 3.669 edifici, solo 937 hanno il certificato, 2.624 no (non richiesto 57, info assente 51).

Non va bene neppure in Campania e in Puglia, anche se in questi casi la forbice assume una dimensione differente. In Campania le scuole sono 3922: in 1.294 casi c’è il certificato di agibilità, in 1.985 no (68 sono in casi in cui non è richiesto, in 575 questo dato è assente). In Puglia il numero complessivo degli edifici scolastici è pari a 2.458: 953 hanno il certificato, 1.466 no (non richiesto 25, info assente 14).

Il trend caratterizzato dalla superiorità del numero di scuole sprovviste di certificato che ne attesti l’agibilità, rispetto a quello in cui c’è, resta nella maggior parte delle regioni italiane. Succede nei seguenti casi, cartina geografica e dati alla mano: Liguria, regione che conta849 scuole, di cui 302 risultano in possesso del documento e  485 no (in 53 casi non è richiesto, info assente in 9); Umbria, dove gli edifici sono 800 e di questi 251 sono in possesso del certificato, mentre 393 no (non è richiesto 28, info assente 128); Abruzzo, 1.080 scuole in totale, 292 sono in regola, 778 non lo sono (il certificato non è richiesto in 3 casi, l’informazione risulta assente in 8); Molise, dove ci sono  322 edifici, dei quali 115 hanno il certificato e 188 no (non richiesto 3, info assente 16); Basilicata, 563 scuole complessivamente attive, delle quali 227 in possesso dell’attestazione e  308 no (3 non richiesto, 25 info assente) e Calabria, in cui il numero totale ammonta a 2.150 e risulta che 455 scuole sono in possesso del certificato e 1.662 no (in 33 casi non è richiesto). Come si vede, quindi, tale situazione di irregolarità è la realtà nella maggior parte delle regioni del Centro e del Sud Italia.Diversa la situazione che emerge per lo più al Nord, dalla lettura dei dati: ci sono regioni in cui il numero di scuole in possesso del certificato di agibilità supera quelle in cui manca. Succede in Lombardia, dove, sul totale di 5.662 edifici, in 3038 c’è l’attestazione, mentre in 2390 no (non richiesta in 114, info assente 120); in Veneto, dove ci sono complessivamente 3467 edifici e in 1.733 c’è il certificato, mentre in 1.420 non c’è (non richiesto 99, info assente 215); in Piemonte, dove i dati raccolti evidenziano la presenza di 3.131 edifici e di questi 1.604 sono in regola con l’attestazione di agibilità, mentre  1.169 no (non richiesto 300, info assente 58);  in Friuli, dove ci sono 997 scuole e di queste 503 hanno il certificato, mentre 406 non lo hanno (non richiesto 21, info assente 67) e in Valle d’Aosta, dove, a fronte di 140 scuole, il c

certificato è la regola in 115, mentre non c’è in 22 scuole (info assente in tre casi).

Le scuole in possesso del certificato di agibilità superano quelle che ne sono sprovviste anche nelle seguenti Regioni: Emilia Romagna, dove, a fronte del totale di 2.465 edifici, 1.268 sono in possesso del documento, mentre 932 no (211 non richiesto, info assente 54); Toscana, dove ci sono complessivamente 2506 scuole e 1.239 hanno il certificato e 1.007 no (non richiesto 122, info assente 138) e nelle Marche, dove ci sono 1220 edifici e 644 hanno il certificato, mentre 494 no (non richiesto 14, info assente 68).

Certificato di prevenzione incendi: in regola solo il 24 per cento delle scuole

Per lo meno in via teorica, è una garanzia di sicurezza nelle scuole anche il certificato di prevenzione incendi (in sigla Cpi), ma anche in questo caso gli istituti che ne sono in possesso rappresentano l’eccezione rispetto alla regola. Paradosso numero due, visto che, nonostante l’assenza del Cpi, gli istituti restano comunque aperti, per effetto di proroghe, ricorsi e altro. I numeri che raccontano e denunciano la situazione relativa alla mancanza del Cpi nelle scuole italiane sono questi: sul totale di 40.160 edifici attivi e dunque censiti, appena 9.824 hanno il certificato antincendio. In termini percentuali, si tratta del 24,46 per cento. Certificato assente in 23.799 casi, vale a dire il 59,26 per cento.

Succede anche questo nella galassia della scuola che vuole riaprire ai tempi della pandemia da Covid 19 (per dovere di precisione, va detto che in 4.735 casi tale certificato, in base alle disposizioni di legge vigenti, non è richiesto, mentre in 1.802 casi non è stato possibile reperire tale informazione). Basta dare un’occhiata ai dati regione per regione, per capire qual è la realtà.

A fare eccezione al trend nazionale è solo l’Emilia Romagna: sul totale di 2.465 edifici scolastici, quelli in possesso del certificato antincendio sono 1.167, mentre in 879 casi non c’è (in 359 il Cpi non è presente, in 69 invece questo tipo di informazione non è presente). In tutte le altre regioni, il numero degli istituti senza certificato antincendio risulta superiore a quello delle strutture che ne  sono dotate.

In Valle d’Aosta, dove gli istituti sono 140, 39 hanno il Cpi mentre 63 no (per 33 non richiesto, in 5 assente); in Piemonte, a fronte di 3.131 istituti, 823 sono in regola, mentre 1490 no (per 723 il Cpi  non è richiesto, in 95 casi questa informazione è assente); in Lombardia, dove le scuole sono 5662, 1925 hanno il certificato mentre 3024 no (in 570 non è richiesto, 143 info assente); in Veneto, dove le scuole sono 3467, 1.101 hanno il Cpi, 1859 no (non è richiesto in 280 edifici, in 227 l’info è assente); in Friuli, su 997 edifici scolastici 307 hanno l’attestazione, 419 no (in 192 non è richiesta, in 79 casi questa info è assente); in Toscana, sul numero totale di 2506 scuole, 680 hanno il Cpi, 1.282 no (non è richiesto per 392 edifici, per  152 info assente). E ancora, situazione analoga nelle regioni: Marche, dove ci sono  1220 edifici scolastici e 391 hanno il certificato antincendio, mentre  534 no (non è richiesto per 212 plessi, per  83 questo dato è assente); Abruzzo, con 1080 scuole complessivamente e  solo 150 in regola, mentre 857 non hanno il Cpi (per 65 non richiesto, per 8 info assente); Molise, con 322 scuole e 78 in possesso dell’attestazione, 197 non ce l’hanno (non richiesta in 32 casi, info assente 15).

La differenza tra scuole che hanno il certificato di prevenzione incendi e scuole che non ne sono in possesso aumenta quando si arriva in Lazio: sul totale di 3135, appena 288 edifici risultano in regola, mentre 2469 non lo sono (il Cpi non è richiesto in 280 casi, info assente 98). Situazione identica in Campania, dove su 3922 scuole, il numero di quelle in regola è pari a 618 e quello degli edifici non in possesso del Cpi è 2398 (in 326 casi non è richiesto, in 580 info assente) e poi in Puglia, dove sul totale di 2458, 633 sono le scuole in regola, 1590 non lo sono (il certificato non è richiesto in 219, info assente in 16 casi); in Basilicata, dove le scuole sono 563, 168 sono a posto con l’attestazione, 297 no (per 73 non è richiesto, in 25 casi tali informazioni non sono disponibili); in Calabria, su 2150 edifici, ce ne sono 497 dotati di Cpi, mentre 1618 sono in difetto (non è richiesto in 35 casi); in Sicilia, dove su 3669 scuole, 470 hanno il certificato e  2773 no (369 non richiesto, 57 info assente) e infine in Sardegna: qui di scuole ce ne sono 1624 e appena 139 hanno il certificato di prevenzione incendi, mentre 1233 no (per 236 non richiesto, info assente in 16 casi).

Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 13 febbraio 2019 (numero 101) sono stati “stanziati e assegnati contributi pari 114.160.000 euro per l’adeguamento alla normativa antincendio degli edifici scolastici”. Un secondo piano di investimenti è stato approvato il 29 novembre 2019 (con decreto del ministro numero 1111): la manovra ha “valore complessivo di 98.000.000 euro per l’adeguamento alla normativa antincendio degli edifici scolastici”.

Edifici scolastici progettati o adeguati ai sensi della normativa antisismica: sono appena il 13 per cento

La percentuale scende ulteriormente, sino a sfiorare il 13 per cento, quando si passa a esaminare gli edifici scolastici italiani a prova di scosse di terremoto: in questo caso, è necessario tener conto della normativa antisismica e il censimento condotto su scala nazionale dal Ministero ha fatto riferimento a quelli progettati o successivamente adeguati in base alle disposizioni di legge. Dati alla mano, infatti, sono appena 5.117 sul totale di 40.160, vale a dire il 12,74 per cento. Non lo sono 34.906 strutture che ospitano gli studenti, pari a ll’86,91 per cento (per 137 edifici non è stato possibile avere questa dichiarazione, inserita nel fascicolo della documentazione richiesta alle scuole). Se questa è la foto generale scattata dal Ministero, ecco gli zoom regione per regione.

Il numero degli istituti evidentemente non a norma, secondo le disposizioni antisismiche, è maggiore rispetto a quello che si riferisce alle scuole a norma, dalla Valle d’Aosta sino alla Sicilia, passando dall’Appennino, zona ritenuta maggiormente esposta a terremoti, stando alla classificazione della Protezione civile, secondo cui in Italia, territorio di formazione “giovane”, nato fra la placca africana e quella euroasiatica, 24 milioni di persone vivono in aree in cui è elevato il rischio sismico. La classificazione sismica è stata affidata dal Governo all’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) con la distinzione di quattro macroaree: zona 1, la più pericolosa, perché ad alta sismicità, dove la probabilità che si verifichino terremoti è molto alta, come Friuli, Abruzzo, Umbria, Molise, Campania, Calabria e Sicilia; zona 2, sismicità media, come in Emilia Romagna, Lazio, Marche, Basilicata e Puglia; zona 3, sismicità bassa, Lombardia, Toscana, Liguria e Piemonte e zona 4, sismicità molto bassa, come Sardegna, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta.

Certamente preoccupa e deve far riflettere il fatto che nelle regioni che rientrano della cosiddetta zona 1 siano pochi gli edifici progettati oppure adeguati in base alle norme previste per impedirne il crollo e limitare i danni a persone e cose.

In Friuli, sul totale di 997 edifici, per 734 può dirsi non rispettata la normativa in materia, mentre in 263 casi lo è. In Abruzzo, sul numero complessivo di 1080 scuole, solo 243 sono in regola con le disposizioni antisismiche, 837 non lo sono. In Molise, sempre per restare nella zona 1, su 322 strutture scolastiche, 223 non rispettano i parametri  antisismici, mentre 99 sì. E ancora, in Campania sono 3487 le scuole che non rispettano tali caratteristiche su 3922 e a essere in regola sono appena 435. Situazione identica in Calabria e Sicilia, sempre per restare in zona 1. In Calabria i numeri sono i seguenti: 2150 edifici in totale, 342 in regola e 1808 no. In Sicilia: 3669 scuole, 919 in regola e 2750 no.

Giusto per avere un’idea, conviene dare un’occhiata agli altri dati: Valle d’Aosta 140 scuole, 20 in regola, 120 no; Piemonte, su 3131, 330 sì (sono in regola) e 2664 no (137 istituti non hanno fornito dichiarazione); Lombardia : 5662 edifici, 209 sì e 5453 no. E ancora: Veneto: 3467, 284 sì, 3183 no; Liguria 849, 97 sì, 752 no; Emilia Romagna: 2465, 328 sì e 2137 no; Toscana: 2506, 484 sì e 2022 no; Lazio: 3151, 334 sì e 2801 no.

Situazione analoga per Marche, 1220 scuole in totale, 295 costruiti o modificati nel rispetto delle disposizioni antisismiche e 925 no; Umbria: 800, 180 sì e 620 no; Puglia 2458, 97 sì e 2361 no; Basilicata: 563, 153 sì e 410 no, infine Sardegna, dove, a fronte di un numero totale di scuole pari a 1624, appena cinque sono in regola e 1619 non lo sono.

Per completare il quadro, è opportuno ricordare che in Italia il numero delle scuole che rientrano nella zona di maggiore rischio terremoti sono 2876; nella zona 2 ce ne sono 14467; nella zona 3 14481 e nella zona 4 8147 (per 189 non è stato possibile stabilire l’appartenenza alla mappa della sismicità).

In Valle d’Aosta tutte e 140 le scuole rientrano nella zona 3; in Piemonte, su 3131, 4 ricadono nella zona 1, 104 nella zona 2, 718 nella 3 e 2130 in zona 4; in Lombardia, su 5662 strutture scolastiche, 372 si trovano all’interno del perimetro della zona 2, 3.748 in quello della zona 3 e 1542 nella zona 4; in Veneto su 3467, 434 sono state inserite nella zona 2, 1895 nella zona 3 e 1138 nella zona 4; in Friuli, su 997, otto ricadono nella  zona 1, 508 nella zona 2, 399 nella 3; in Emilia Romagna, su 2465, 831 sono nella zona 2, 1540 nella zona 3 e 130 nella 4.

Scorrendo ancora la mappa, in Toscana, sul totale di 2506 edifici scolastici, 534 si trovano all’interno della zona 2, 1784 nella zona 3 e 188 nella 4; nelle Marche,su 1220, 2 edifici sono nella zona 1, 1164 nella zona 2, 53 nella 3 e uno rientra nella zona 4; in Umbria, su 800, 136 ricadono nella zona 1, 602 nella zona 2 e 62 nella 3. Sostandoci nella parte centrale della Penisola, nel Lazio, su 3135 edifici scolastici, 142 si trovano in città che rientrano nella zona 1, 1293 nella zona 2, 1699 nella zona 3 e uno in zona 4; in Abruzzo, su 1080, 256 sono nella zona 1, 375 nella 2 e 449 nella 3; nel Molise, su 322, 89 rientrano nella zona 1, 193 nella 2 e 40 nella 3.

In Campania, su 3922, 412 sono inserite nella  zona 1, 3123 nella zona 2 e 382 in zona 3; in Puglia,  su 2458, 33 sono nella zona 1, 497 nella 2, 836 nella 3 e 1092 nella 4; in Basilicata, su 563, 203 nella zona  1, nella 2 e 66 nella 3; in Calabria, su 2150, 1286 sono nella zona 1 e 864 nella  2; in Sicilia, su 3669, 232 ricadono nella zona 1, 3146 nella zona 2, 34 nella  3 e 257 nella 4 e, infine, in Sardegna, su 1624, una scuola ricade all’interno della zona  3 e 1623 nella 4.

Età degli istituti scolastici: i più vecchi risalgono a prima del 1800

Legittimo, a questo punto, chiedersi quale sia l’età degli istituti scolastici italiani: in che anno o, comunque, in quale periodo sono stati costruiti? Anche per avere una risposta a questo interrogativo, vengono in aiuto i numeri dell’edilizia scolastica resi noti dal Ministero e consultabili on line.

Il lavoro che ha portato alla disponibilità di tali notizie sul fronte anagrafico dei plessi è stato basato sulla divisione per epoche, partendo prima dell’unità dell’Italia e anche ante 1800, sino ad arrivare agli ultimi quaranta anni. Dalla ricognizione, è emerso che 582 edifici sono stati costruiti prima del 1800; 944 tra il 1800 e il 1899; 1401 nel periodo compreso fra il 1899 e il 1920; 3009 fra il 1921 e il 1945; 5.429 tra il 1946 e il 1960; 11.969 tra il 1961 e il 1975, 15439 dal 1976 in poi (va precisato che per 1387 questo tipo di notizia manca).

La ripartizione per regione è questa: Valle d’Aosta, su 140 scuole, due risultano edificate prima del 1800; 8 tra il 1800 e il 1899; 6 tra il 1900 e il 1920; 8 tra il 1921 e il 1945; 34 fra il 1946 e il 1960; 39 tra il 1961 e il 1975; 41 dal 1976 in poi; in Piemonte, su 3131, 88 sono state edificate prima del 1800, 242 tra il 1800 e il 1899; 300 tra il 1900 e il 1920; 337 tra il 1921 e il 1945; 281 tra il 1946 e il 1960, 895 tra il 1961 e il 1975, 977 dal 1976 in poi; in Lombardia, su 5662 edifici, 64 sono “nati” prima del 1800, 136 tra il 1800 e il 1899, 317 tra il 1900 e il 1920; 528 tra il 1921 e il 1945, 665 tra il 1946 e il 1960, 1775 tra il 1961 e il 1975 e 1988 dal 1976 in poi; in Veneto, su 3467, 46 prima del 1800, 45 tra il 1800 e il 1899; 131 tra il 1900 e il 1920; 283 tra il 1921 e il 1945, 406 tra il 1946 e il 1960, 1213 tra il 1961 e il 1975, 1230 dal 1976 in poi; in Friuli, su 997, 5 prima del 1800, 34 fra il 1800 e il 1899, 54 tra il 1900 e il 1920, 83 tra il 1921 e il 1945, 162 tra il 1946 e il 1960, 233 tra il 1961  e il 1975, 407 dal 1976 in poi.

In Emilia Romagna, sul totale di 2465, 51 scuole sono state costruite prima del 1800, 50 tra il 1800 e il 1899, 149 tra il 1900 e il 1920, 260 tra il 1921 e il 1945, 337 tra il 1946 e il 1960, 694 tra il 1961 e il 1975 e 894 dal 1976 in poi; in Liguria, su 849, 42 prima del 1800, 65 tra il 1800 e il 1899, 78 tra il 1900 e il 1920, 113 tra il 1921 e il 1945, 125 tra il 1946 e il 1960, 228 tra il 1961 e il 1975, 196 dal 1976 in poi; in Toscana, su 2506, 72 risultano essere state edificate prima del 1800, 80 tra il 1800 e il 1899, 98 tra il 1900 e il 1920, 227 tra il 1921 e il 1945, 387 tra il 1946 e il 1960, 786 tra il 1961 e il 1975, 794 dal 1976 in poi; nelle Marche, su 1220, 39 prima del 1800, 12 tra il 1800 e il 1899, 35 tra il 1900 e il 1920, 85 tra il 1921 e il 1945, 195 tra il 1946 e il 1969, 313 tra il 1961 e il 1975, 483 dal 1976 in poi.

Dai dati risulta che in Umbria, sul totale di 800 edifici, 14 sono nati prima del 1800, 4 tra il 1800 e il 1899, 20 tra il 1900 e il 1920, 69 tra il 1921 e il 1945, 101 tra il 1946 e il 1960, 254 tra il 1961 e il 1975, 277 dal 1976 in poi; in Abruzzo, su 1080, 7 prima del 1800, 7 tra il 1800 e il 1899, 10 tra il 1900 e il 1920, 72 tra il 1921 e il 1945, 207 tra il 1946 e il 1960, 328 tra il 1961 e il 1975, 383 dal 1976 in poi; in Molise, su 322, uno è stato edificato  prima del 1800, 4 tra il 1800 e il 1899, 2 tra il 1900 e il 1920, 19 tra il 1921 e il 1945, 62 tra il 1946 e il 1960, 59 tra il 1961 e il 1975, 159 dal 1976 in poi; per la regione Lazio, su 3135, 30 prima del 1800, 34 fra il 1800 e il 1899, 47 tra il 1900 e il 1920, 215 tra il 1921 e il 1945, 457 tra il 1946 e il 1960, 898 tra il 1961 e il 1975, 1357 dal 1976 in poi.

Per il Sud, in Campania, su 3922 scuole, 55 sono state costruite prima del 1800, 35 tra il 1800 e il 1899, 44 tra il 1900 e il 1920, 134 tra il 1921 e il 1945, 459 tra il 1946 e il 1960, 1078 tra il 1961 e il 1975, 1522 dal 1976 in poi; in Puglia, su 2458, 19 prima del 1800, 24 tra il 1800 e il 1899, 43 tra il 1900 e il 1920, 251 tra il 1921 e il 1945, 310 tra il 1946 e il 1960, 638 tra il 1961 e il 1975, 1196 dal 1976 in poi; in Basilicata, su 563, 2 prima del 1800, 2 tra il 1800 e il 1899, 4 tra il 1900 e il 1920, 30 tra il 1921 e il 1945, 78 tra il 1946 e il 1969, 178 tra il 1961 e il 1975, 244 dal 1976 in poi; in Calabria, su 2150, 5 prima del 1800, 13 tra il 1800 e il 1899, 12 tra il 1900 e il 1920, 65 tra il 1921 e il 1945, 217 tra il 1946 e il 1960, 805 tra il 1961 e il 1975 e 1005 dal 1976 in poi; in Sicilia, su 3669, 37 prima del 1800, 43 tra il 1800 e il 1899, 31 tra il 1900 e il 1920, 208 tra il 1921 e il 1945, 651 tra il 1946 e il 1960, 1098 tra il 1961 e il 1975, 1515 dal 1976 in poi e in Sardegna, su 1624, 3 prima del 1800, 6 tra il 1800 e il 1899, 20 tra il 1900 e il 1920, 58 tra il 1921 e il 1954, 295 tra il 1946 e il 1960, 547 tra il 1961 e il 1975, 771 dal 1976 in poi.

Collaudo statico degli edifici: obbligatorio per tutte le costruzioni in cemento armato

Per tutti gli edifici in cemento armato, il legislatore nel 1971 ha introdotto l’obbligo di verificare “le prestazioni della struttura” attraverso lo svolgimento di una serie di ispezioni finalizzate al collaudo, a conclusione delle quali va rilasciato un certificato ad hoc. Obbligo valido anche per le scuole in tutti i casi di nuova costruzione, così come in quelli di ampliamenti e ristrutturazione che interessano elementi strutturali e in quelli di adeguamento e miglioramento sismico. Quante sono in possesso del certificato di collaudo? Risposta: 21.591 sul totale di 40.160 edifici attivi, stando ai dati numerici raccolti sotto la voce “edilizia scolastica, ossia il 53,76 per cento (ne sono privi 15.524). A titolo di precisazione, va detto che per 788 scuole il certificato di collaudo non è richiesto e che in 2.257 casi non è stato possibile ottenere l’informazione.

Dalla lettura dei dati, emerge che in sei regioni il numero degli edifici privi del collaudo è superiore rispetto a quelli che ne sono in possesso. Succede nella regione Lazio, dove, su 3.135 scuole, solo 932 sono in possesso del certificato obbligatorio per legge, mentre 2.098 no (per 11 edifici non è richiesto, in 94 casi questo dato manca) e in Abruzzo, dove sul totale di 1.080 scuole, 524 sono state collaudate, 546 no (il collaudo non è richiesto  in 2 edifici, info assente 8); in Calabria, dove su 2150 edifici, ce ne sono 955 per le quali c’è il certificato di collaudo e 1.162 ne sono prive (per 33 non è richiesto); in Campania, sul numero complessivo di 3.922 edifici scolastici, 1.348 risultano a prova di collaudo, 1931 no (in 68 casi il certificato non è richiesto, in 575 casi tale informazione è assente); in Sicilia, su 3.669, ce ne sono 1690 certificate ai fini del collaudo, mentre non lo sono 1893 (per 41 non è richiesto, per 45 è assente) e in Sardegna, dove, su 1624, 607 hanno superato la prova del collaudo e 960 no (il certificato non è richiesto per 41 scuole sarde, per 16 il dato è assente).

Gli edifici scolastici attivi collaudati superano, come numero, quelli che non lo sono nelle altre regioni: in Valle d’Aosta, su140 costruzioni in cemento armato, 107 hanno il certificato richiesto dal legislatore, 22 no (non richiesto 7, info assente 4); in Piemonte, su  3.131, 2.175 scuole hanno il collaudo, 765 no (non richiesto 137, info assente 54); in Lombardia, su 5.662 edifici, 4.022 sono collaudati, 1431 non lo sono (non richiesto 85, info assente 124); in Veneto, dove ci sono 3.467 edifici, 1.735 sono in possesso del certificato di collaudo, 835 no (non richiesto in 31 casi, info assente per 866 scuole); in Friuli, su 997, 628 sono istituti collaudati, 303 non lo sono (non richiesto in 17 casi, per 49 info assente); in Emilia Romagna, su 2.465 edifici, 1.677 hanno il certificato, 687 no (non richiesto 51, 50 info assente); in Toscana, su 2.506, 1.472 sì e 772 no (132 non richiesto, 130 assente).

Proseguendo lungo la cartina geografica, nelle Marche, su 1.220 edifici scolastici, 733 sono in regola con l’obbligo del collaudo,  401 no (per 23 non è richiesto, per 63 è assente); in Molise su 322, 196 sono le scuole collaudate, 107 no (certificato non richiesto per 3 edifici, per 16 info assente); in Puglia, su 2458, 1510 sono in regola, 912 non lo sono (22 non richiesto, 14 info assente) e in Basilicata, su 563, 373 sono strutture collaudate, 162 no (per 3 non è richiesto, 25 info assente).

Valutazione rischi: il 20 per cento delle scuole non è in possesso del documento

Anche per le scuole è richiesto il documento di valutazione rischi e misure di prevenzione per la salute e la sicurezza: devono essere individuati i possibili rischi rispetto al verificarsi di un evento dannoso, con indicazione dell’entità del danno che ne può derivare e va illustrato il piano che ha l’obiettivo di eliminare o quanto meno ridurre le probabilità di situazioni pericolose. E, sorpresa, in questo caso la fotografia nella quale si vedono tutti gli edifici scolastici italiani non ha una cornice negativa, considerato che risulta che il 77,74 per cento delle costruzioni sono in possesso del documento di valutazione rischi. Non è il massimo, ma è un risultato da segnalare. Sono in difetto meno del 20 per cento delle scuole (a voler essere precisi, si tratta del 19,23 per cento). In termini di numeri complessi, sul totale di 40.160, 31.223 sono in regola e 7725 non lo sono (info assente per 1212 edifici sparsi sul territorio nazionale).

L’unica regione in cui il numero delle scuole prive del documento di valutazione rischi è superiore, rispetto a quelle  che ne sono in possesso, è l’Abruzzo: su 1080, risulta che 358 sono in regola e 714 non lo sono (per 8 edifici questo dato è assente).

Di seguito, la situazione scandita regione per regione: in Valle d’Aosta, su 140, 97 scuole sono in regola, 40 no ( per 3 info assente); in Piemonte, su 3131 edifici, 2754 hanno il documento, 257 no (info assente in 120 casi); in Lombardia, su 5662, 4631 sì, sono in regola, 958 non lo sono (per 73 non è stato possibile avere questo dato); in Veneto, su 3467, 3018 hanno consegnato copia del documento, 416 no (in 33 casi info assente); in Friuli, sul totale di 997, risulta che 877 edifici hanno il documento di valutazione rischi, 117 no (in 3 casi, dato assente).

Scorrendo, la mappa, si arriva in Emilia Romagna, dove ci sono 2465 edifici e 1910 hanno il documento di valutazione rischi, mentre 510 ne sono privi (in 45 casi info assente); in Liguria, su 849, 571 hanno il certificato, 274 no (info assente in 4 casi); in Toscana, su 2506, 2082 ne sono in possesso, 259 no (in 165 info mancante), nelle Marche, su 1220, 1086 hanno il documento e 91 no (per 43 edifici il dato non c’è). E ancora, in Umbria, su 800, 574 sì e 163 no (info assente 63); in Molise, su 322, 237 sì e 69 no (in 16 il dato non c’è); in Lazio, su 3135, 2462 sì e 637 no (in 36 info non disponibile); in Campania, su 3922, 2860 sì e 566 no (in 496 info assente); in Basilicata, su 563, 439 sì e 99 no (in 25 info assente); in Puglia su 2458, 1720 sì e 723 no (in 15 info assente); in Calabria, su 2150, 1390 sì e 732 no (in 28 info assente); in Sicilia, su 3699, 2931 sì, 716 no (in 22 info assente) e in Sardegna, su 1624, 1226 sì e 384 no (in 14 info assente).

Piano di emergenza: quasi l’80 per cento delle scuole è in regola

Il Dvr deve essere integrato con il piano di emergenza ed evacuazione (Pee, in sigla) che contiene le azioni per prevenire situazioni di rischio in caso di emergenza e le linee guida da seguire in caso di eventi eccezionali qualificati appunto come “emergenza”. Quali sono le situazioni di emergenza? Incendi, esplosioni, crolli, allagamenti, fughe di gas, calamità naturali e, più in generale, ogni evento accidentale non prevedibile. Mentre nel documento di valutazione dei rischi sono raccolti tutti i fattori di rischio e le misure di prevenzione e protezione da adottare sul posto di lavoro e quindi anche a scuola, il piano di emergenza è dedicato alle misure che devono essere messe in atto nelle situazioni emergenziali. Vale la pena ricordare che, nei casi in cui il Pee sia obbligatorio per legge, è necessario organizzare e svolgere una prova di evacuazione con cadenza almeno annuale. La simulazione dovrà essere messa a verbale.

Per gli edifici scolastici attivi, i dati resi noti dal Ministero dell’Istruzione dicono che 31.835 plessi, sul totale di 40.160, sono in possesso del piano di emergenza. Il documento manca in 7116 casi (sul sito è precisato che per 1209 edifici questa informazione è assente).  In altri termini, la percentuale che si riferisce alle scuole in regola sfiora l’80 per cento.

Nel dettaglio, risulta che anche in questo caso la regione Abruzzo presenta un numero di edifici scolastici privi del Pee maggiore rispetto a quello che si riferisce alle strutture in regola: 710 rispetto a 362 (dato non disponibile in 8 casi).

Ecco la situazione, seguendo la divisione regione per regione: Valle d’Aosta, su 140, 109 hanno il piano di emergenza, 27 no (per 4 istituti info assente); in Piemonte, su 3131, 2808 sì e 203 no (per 120 il dato non è disponibile); in Lombardia, su 5662, 4661 sì e 928 no (723 scuole non hanno fornito comunicazione); in Veneto, su 3467, 3145 sì e 289 no (in 33  casi info assente); in Friuli, su 997, 876 sì e 118 no (in 3 info assente); in Liguria, su 849, 578 sì e 267 no (info assente per 4 scuole); in Emilia Romagna, su 2465, 1919 sì e 502 no (info mancante in 44 casi).

In Toscana, su 2506, 2160 sì e 184 no (info assente in 162 casi); nelle Marche, su 1220, 1077 sì e  99 no (info assente in 44); in Umbria, su 800, 576 sì e 161 no (info assente in 63); in Lazio, su 3135, 2483 sì e  617 no (info assente per 35 scuole); in Molise, su 322, 245 sì e 61 no (16 edifici non hanno trasmesso nulla); in Campania, su 3922, 2906 sì e  520 no (info assente in 496 casi); in Puglia, su 2458, 1803 sì e 640 no (info assente per 15 edifici); in Basilicata, su 563, 458 sì e 80 no (info assente in 25 casi); in Calabria, su 2150, 1451 sì e 671 no (info mancante per 28 scuole); in Sicilia, su 3669, 3.057 sì e  590 no (info assente in 22 casi) e in Sardegna, su 1624, 1161 sì e 449 no (info assente per 14 edifici scolastici).

Alla luce di tutti questi numeri, il quadro della scuola (intesa come insieme degli edifici scolastici attivi) presenta zone d’ombra resistenti anche agli interventi più recenti, sotto forma di ristrutturazioni e adeguamenti alle normative attraverso l’impiego di una serie di linee di finanziamento. Con queste criticità dovranno fare i conti studenti e famiglie, alle prese con regole tutte nuove dettate dal Covid.

La scuola riuscirà a fornire tutte le risposte a dubbi, timori e aspettative?

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *