• mercoledì , 13 Novembre 2019

Editoriale ottobre 2015

Scuola dell’infanzia: ritorno al passato?

di Antonio Santoro

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Nei primi anni 2000 la Riforma Moratti confermava che “il sistema educativo di istruzione e di formazione si articola nella scuola dell’infanzia, in un primo ciclo che comprende la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, e in un secondo ciclo che comprende il sistema dei licei ed il sistema dell’istruzione e della formazione professionale” (Legge 28 marzo 2003, n. 53); e successivamente, a distanza di circa un decennio, le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione precisavano, a loro volta, che “La scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado costituiscono il primo segmento del percorso scolastico e contribuiscono in modo determinante all’elevazione culturale, sociale ed economica del Paese e ne rappresentano un fatto decisivo di sviluppo e di innovazione”.
Sottolineature importanti, che la Buona Scuola del Governo Renzi, però, sembra ignorare del tutto: la Legge 107/2015, infatti, non considera la scuola dell’infanzia parte integrante del sistema educativo nazionale, e certamente non guarda, anche, a questa fondamentale istituzione scolastica quando parla di piano triennale dell’offerta formativa, di organico dell’autonomia, di piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato di personale docente.
Rinvia di fatto il discorso sulla scuola dell’infanzia – e sui suoi insegnanti – al momento dell’adozione dei previsti decreti legislativi, allorquando si procederà, tra l’altro:
– alla <istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni, costituito dai servizi educativi per l’infanzia e dalle scuole dell’infanzia, al fine di garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali, nonché ai fini della conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori, della promozione della qualità dell’offerta educativa e della continuità tra i vari servizi educativi e scolastici e la partecipazione delle famiglie>;
– e quindi alla <costituzione di poli per l’infanzia per bambini di età fino a sei anni, anche aggregati (sic!) a scuole primarie e istituti comprensivi> (L. n. 107/2015, art. 1, c. 181).

Sarà pure per il riferimento specifico ai <tempi di lavoro dei genitori>, ma affiora subito l’impressione di una prospettiva piuttosto lontana dagli esiti del processo evolutivo che ha interessato nel tempo la scuola dell’infanzia, e che gli Orientamenti dell’attività educativa nelle scuole materne statali già attestavano nel 1991 evidenziando in Premessa :
– che “La scuola per l’infanzia ha assunto la forma di vera e propria istituzione educativa soltanto in periodi relativamente recenti, avendo prevalentemente svolto, in precedenza, funzione di assistenza alle famiglie (e in particolare alle madri lavoratrici) con la custodia dei bambini in un ambiente possibilmente adatto alla loro crescita. Infatti sono andate da tempo emergendo e si sono progressivamente imposte le istanze di natura specificamente pedagogica, espresse ed affermate da una grande tradizione cui non sono mancati contributi di centrale rilievo anche da parte di studiosi ed educatori italiani”;
– e che perciò “concorre, nell’ambito del sistema scolastico, a promuovere la formazione integrale della personalità dei bambini dai tre ai sei anni di età, nella prospettiva della formazione di soggetti liberi, responsabili ed attivamente partecipi alla vita della comunità locale, nazionale ed internazionale”.
La scelta organizzativa della <istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni> suscita, invero, non poche perplessità: preoccupa in maniera specifica per il rischio, evidente, di favorire in qualche modo, al di là delle intenzioni e delle parole di circostanza, il riemergere e dunque il riaffermarsi della considerazione della scuola del bambino soprattutto come luogo di custodia, con conseguenti diffuse disattenzioni nei confronti della essenzialità della sua funzione educativa. Il timore, insomma, è che venga progressivamente meno, in molte realtà istituzionali, l’impegno di definizione di impianti curricolari articolati “su tre poli: valori, cultura, sviluppo”: cioè la progettazione e la proposta di esperienze educative che consentano al bambino, nell’ambito di un’impostazione ludiforme, di riconoscere e attribuire significati, di realizzare apprendimenti significativi e quindi di guadagnare via via “livelli di competenza sempre più congrui” (cfr. Nicola Paparella, Il curricolo e i campi di esperienza, in N. Paparella – a cura di -, Progetto Scuola Materna, La Scuola, Brescia 1991, p. 111).

Ciò che dobbiamo assolutamente evitare è perciò cedere ad opzioni che rendano ancor più problematica la realizzazione di attività educative in grado di promuovere e sostenere la crescita integrale di bambine e bambini. La prospettiva da coltivare, infatti, non può che essere quella di continuare a garantire, anche attraverso l’adeguatezza delle soluzioni organizzative, la qualità alta dell’offerta formativa delle nostre scuole dell’infanzia: quella qualità più volte riconosciuta in campo internazionale. Da Howard Gardner ad esempio, per citare un testimone attendibile, che in Sapere per comprendere (Feltrinelli, Milano 1999, p. 106) scriveva: “Secondo una battuta scherzosa che circola nel mio ambiente, ai bambini bisognerebbe far frequentare l’asilo nido in Francia, la scuola dell’infanzia in Italia, la scuola elementare in Giappone, la scuola secondaria in Germania e l’università negli Stati Uniti”, richiamando così “l’attenzione (anche) sulla pluralità dei modi in cui si può realizzare un’educazione efficace e sulla varietà di accenti distintivi che le diverse culture imprimono sulle scuole”.

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In copertina immagine di:

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Alunni: Debora Bovino – Rita Cuppone – Mario Scrimieri
IISS “Pietro Colonna” – Galatina (LE)
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