• venerdì , 15 Novembre 2019

Editoriale settembre 2016

Un nuovo anno di scuola tra memoria e progetto

di Antonio Errico

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Un altro anno di scuola è appena cominciato.

L’anno che passa appartiene alla nostra memoria; l’anno che arriva rappresenta la nostra speranza sulla quale si fonda ogni progetto. Non abbiamo altro che questo, non siamo fatti d’altro che di questo: di memoria e di speranza, del tempo dal quale proveniamo e di quello verso il quale andiamo, delle stagioni che lasciamo – che ci lasciano- a volte con sollievo, a volte con rimpianto, e di quelle che aspettiamo a volte con un sentimento sereno, a volte con un sentimento di ansia.

Perché con il nostro tempo, con quello che ciascuno di noi ha dentro, il tempo intimo, profondo, possiamo stabilire una relazione esclusivamente attraverso il sentimento.

La ragione è una condizione che non sa contemplare il tempo interiore. Dice Martin Heidegger in un piccolo libro che s’intitola Il concetto di tempo che la domanda “che cos’è il tempo” dovremmo trasformarla in “chi è il tempo?”, con l’ulteriore precisazione: “Sono io il mio tempo?”.

La stessa cosa dicono gli angeli fatti uomini del Cielo sopra Berlino e di Così lontano, così vicino, i due stupendi film di Wim Wenders.

Allora il passaggio da un tempo ad un altro è soltanto un sentimento che spesso non riusciamo neppure ad esprimere, che possiamo percepire soltanto nell’osservazione che facciamo di noi stessi e del nostro divenire, del nostro diventare diversi da quello che siamo o che crediamo di essere. Il passaggio da un tempo ad un altro, quel confine simbolico che è la fine di un anno e l’inizio di un altro, quella soglia sulla quale contemporaneamente accade di arrivare con la bisaccia delle storie che sono state e di ripartire con l’incertezza di quelle che saranno, costituisce la sintesi del nostro sentimento del tempo, della nostra memoria e della nostra speranza. Così il tempo dentro di noi diventa principio e conclusione della nostra esperienza del tempo, della percezione che abbiamo di esso e degli inutili tentativi che facciamo per comprenderlo. Alla fine di un tempo che ci appartiene, all’inizio di un altro, avvertiamo la necessità di recuperare il senso delle cose fatte, di comprendere perché non ne abbiamo fatte altre, di fare il resoconto delle promesse che abbiamo mantenuto, di quelle che non siamo riusciti a mantenere.

Ma probabilmente consiste proprio in questo la misteriosa bellezza della memoria; è proprio questa condizione che determina un equilibrio nel rapporto che stabiliamo con noi stessi, che ci fa comprendere che il giorno che viviamo non è uguale a quello che abbiamo vissuto né a quello che vivremo, che non sono state, non sono e non saranno uguali neppure le ore dello stesso giorno e neppure gli istanti di una stessa ora.

Noi sappiamo che cosa rappresentano per noi gli anni che vanno e che vengono e che cosa comporta questo andare e venire; sappiamo quali gioie e quali dolori ci hanno portato quelli che passano, anche perché ci sono rimasti sulla pelle, nel pensiero e nel cuore; sappiamo anche che cosa vorremmo avere in dono da quelli che vengono; sappiamo questo e niente più. A volte si spera che l’anno che arriva cambi il passo, a volte che invece mantenga il passo che ha avuto quello che se ne va. Quasi sempre si spera che adotti un passo doppio, confermando quello che è andato nella giusta direzione e cambiando radicalmente quello che è andato verso direzioni sbagliate. Probabilmente nel nostro rapporto col tempo, cerchiamo costantemente un senso ulteriore. Però, forse, il senso autentico del nostro tempo, quello che più conta, è compreso tutto nel presente, nell’ora che viviamo, nel transito nei giorni, nell’esperienza di esistere che ci coinvolge. Ma il tempo è una condizione dell’intimità dell’essere. Probabilmente, o certamente, la più intima. E’ uno dei misteri più reconditi della vita. Probabilmente, o certamente, il più recondito.

E’ un interrogativo al quale molto spesso non si riesce a dare una risposta.

In una pagina della Montagna incantata, Thomas Mann fa dire a Giovanni Castorps: “Che cosa è il tempo? Un mistero; un mistero privo di essenza, inafferrabile e potente. Una condizione del mondo delle apparenze, un movimento congiunto e immedesimato all’esistenza del corpo nel suo spazio e nel suo movimento”.

Gli anni vanno e vengono. Gli anni prendono e danno. A volte abbiamo l’impressione che non ci lascino niente, a volte che ci carichino sulle spalle pesi insopportabili, a volte pensiamo che non possiamo decidere niente, che sia qualcun altro a stabilire che cosa ci tocca: c’è chi dice che sia Dio, chi dice che sia il destino, chi dice che sia il caso. Poi c’è chi dice che Dio, destino e caso, sono tre parole con cui definiamo la stessa cosa.

Forse al cominciare di ogni anno si dovrebbe ripensare a quei versi di Jorge Luis Borges che ci suggeriscono con una confidenziale saggezza di “vedere nel giorno o nell’anno un simbolo/ dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,/ convertire l’oltraggio degli anni/in una musica, un rumore o un simbolo”. Dovremmo ripensare a questi versi, forse, e augurarci, semplicemente un anno di buona memoria e di buona speranza. Per un anno di vita; per un anno di scuola.

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In copertina immagine di:
Davide Suma – 3B
Scuola Secondaria 1 grado “G.Pascoli”
del 1° Istituto Comprensivo di Ceglie Messapica (BR)
Dirigente scolastico Dott. Giulio Simoni