• mercoledì , 18 luglio 2018

Il Moby Dick di Corrado d’Elia, tra Caronte e Ulisse

ll capolavoro di Hermann Melville in una messinscena che ne svela sacralità e potere della parola persuasiva

di Vincenzo Sardelli

IO, MOBY DICK
progetto e regia di Corrado d’Elia
liberamente ispirato a “Moby Dick” di Hermann Melville
con Corrado d’Elia
assistente alla regia Federica D’Angelo
ideazione scenica e grafica Chiara Salvucci
luci Marco Meola
audio Gabriele Copes
foto di scena Angelo Redaelli
collaborazione alle ricerche bibliografiche Alessandro Sgamma
produzione Compagnia Corrado d’Elia
Info:
Tel. 338 1620051, http://corradodelia.it
Età: dai 14 anni

Sono dei ramponi puntati contro, oppure dei cannocchiali che si dipanano da lui quelle canne che, a raggiera, stanno sospese intorno a Corrado d’Elia, alle prese con la narrazione di Moby Dick?

E che storia è mai questa, che parla di morte e ossessione, dolori e ferite, in un momento insensato in cui le balene rimandano a rituali giovanili distruttivi d’alienazione e masochismo?

Certo è che se una storia dai connotati malefici come il capolavoro ottocentesco di Hermann Melville contiene i germi della meditazione e della catarsi, la cronaca della blue whale si manifesta come brutalità ottusa e senza riscatto. È questa la forza della letteratura: esorcizzare il male attraverso la riflessione.

Moby Dick è un classico della letteratura scritto nel 1851, che continua a essere pubblicato, letto, interpretato. Come ha fatto Corrado d’Elia con il suo spettacolo Io, Moby Dick, rappresentato al Litta di Milano (progetto e regia di Corrado d’Elia, ideazione scenica di Chiara Salvucci, luci di Marco Meola). Il capolavoro di Melville è un libro complesso dalla trama semplice: la caccia a una balena bianca di nome Moby Dick da parte del capitano Achab e dell’equipaggio della sua nave, il Pequod.

Il capolavoro di Melville è un libro complesso dalla trama semplice: la caccia a una balena bianca di nome Moby Dick da parte del capitano Achab e dell’equipaggio della sua nave, il Pequod

Il libro in realtà parla d’avventura, di ricerca e di fede. Lo aveva compreso Cesare Pavese, che per primo tradusse Melville in italiano: «Leggete quest’opera tenendo a mente la Bibbia e vedrete come quello che vi potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventure, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, vi si svelerà invece per un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano».

Pavese aveva colto la sacralità di Moby Dick, nonostante si manifestasse in forme negative e criptiche. Altrettanto si può dire di d’Elia. Se Melville faceva del reietto marinaio Ismaele la sua voce narrante, il regista e attore milanese dà la parola direttamente al sulfureo capitano Achab, in un intenso monologo di 80 minuti.

Protagonista di Io, Moby Dick è la hybris, l’orgogliosa tracotanza che porta il protagonista a presumere del proprio potere e destino e a ribellarsi contro l’ordine costituito. Immancabile segue la punizione divina.

Qui c’è anche la solitudine di un uomo divorato dalle proprie passioni: il mare, la caccia, la sfida, la vendetta. Il folle volo di Achab all’inseguimento del possente e maligno mostro marino è empietà non assimilabile alla sublime, insaziabile sete di conoscenza che condusse l’Ulisse dantesco a violare i limiti imposti all’uomo dalla natura.

Eppure, attraverso il racconto di d’Elia scalzo, di bianco vestito, riusciamo a essere, se non indulgenti, almeno comprensivi verso le ossessioni di Achab. Le sue umane perversioni e fragilità lo inducono a perdere se stesso, la propria anima e l’intero equipaggio, mentre noi ci fermiamo a riflettere sulle nostre insensatezze.

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Achab animale di mare, d’Elia animale di palcoscenico: entrambi titanicamente soli e magnificenti, su una nave o sul palco. Il legno del Litta pare oscillare anch’esso in mezzo alla tempesta. Lo sfondo è nudo, nero: interminabile notte senza stelle. Nello sterminato oceano la solitudine è abissale più del ventre di una balena gigantesca.

La bussola di Achab è nella sua testa, nella forza distruttiva di una passione iniqua; la bussola di d’Elia è nel mestiere, nel contatto che sente con il palco e con il pubblico.

In Melville il tempo si dilata. Il clima d’attesa è snervante. Ogni riduzione drammaturgica contiene l’insidia di banalizzare il testo letterario inseguendo i tempi di uno show. Ma d’Elia il tempo lo domina, e dà spessore agli attimi del romanzo sospesi nel vuoto. La drammaturgia qui non è sintesi, ma condensazione e simbolo.

La passione artistica di d’Elia incrocia la possessione demoniaca di Achab. È energia che brucia e fa volare il tempo.

PERCHÉ LO CONSIGLIAMO

La portata filosofica del capolavoro di Melville rimane intatta. Rimane inalterata la forza dei sentimenti di Achab, il potere che ha d’ipnotizzare l’equipaggio. Achab elettrizzato, posseduto, borioso ed empio come Prometeo, Ulisse, Faust. Achab autodistruttivo: qui è un David lanciato a kamikaze contro Golia.

Moby Dick, la balena a lungo attesa, è un fantasma evocato dalla musica secentesca di Giulio Caccini, ripetitivo leitmotiv delirante. È una liturgia che procede a ondate. Il mostro si materializza nel finale. La sua bianchezza è ineffabile metafora di realtà insondabili per la mente umana. Quando compare, la platea si rischiara di luce sinistra. Il sonno della ragione genera mostri. I mostri nitidi sono ancora più terrifici.

Protagonista di Io, Moby Dick è la hybris, l’orgogliosa tracotanza che porta il protagonista a presumere del proprio potere e destino e a ribellarsi contro l’ordine costituito. Immancabile segue la punizione divina

Un senso mistico e profondo di solitudine pervade il protagonista, rimbalzandone il dilemma sulla platea. Achab non si capacita delle proprie ossessioni, ignora il senso delle proprie scelte. Ognuno è posseduto da ciò che gli manca. Il cerchio che inghiottì Ulisse qui è voragine che divora Achab, i suoi assilli, il suo equipaggio, in un indistinto abbraccio mortale.

«L’unico proprietario di qualche cosa è colui che la domina» affermava Achab impettito. Qui però a dominare è la passione feroce e letale: il male con il suo afflato seduttivo; il mare con la sua minacciosa tranquillità.

A sovrastare il tutto è il teatro, cui d’Elia offre voce, vigore e talento narrativo nell’essenzialità rigorosa di una messinscena spoglia. Dove signoreggia il potere della parola. Perché Moby Dick è anche una grande storia di teatro. Il racconto fatto dalla voce del comandante del Pequod ci porta in un abissale percorso di autodistruzione. Il viaggio è una lunga, solitaria, cupa preparazione al dramma che si deve consumare. Sono la determinazione e l’ambizione ad allontanare Achab dalla condizione di semplice uomo e ad accostarlo invece alla potenza di un fenomeno naturale, tanto da convincerlo di essere in grado di ingaggiare una lotta da pari a pari con una creatura “soprannaturale”. Achab, folle di vendetta, conduce la nave per mari pericolosi, alla ricerca ossessiva della balena, la quale, nonostante venga più volte ramponata, riesce sempre misteriosamente, quasi diabolicamente, a salvarsi.

Come il comandante, tutti noi, quotidianamente, cerchiamo Moby Dick. Alcuni non lo sanno, altri pensano di averla trovata, pochi sono riusciti a guardarla diritto negli occhi. In tanti sono morti, senza mai averla veduta

Intrisa com’è di rimandi allegorici, è questa una strepitosa storia di mare, avvincente, epica. Moby Dick è simbolo del desiderio dell’uomo di conoscere o, meglio, della piccolezza dell’uomo davanti al suo desiderio. A metà tra Ulisse e Caronte, Achab diventa così figura archetipica, interprete della lotta impari dell’uomo contro la natura, la sfida della ragione contro gli orrori dell’abisso e la battaglia spirituale dell’uomo con sé stesso, sempre alla ricerca di un senso disperato per la propria vita. D’Elia ha voluto dar voce a quel desiderio, a quella ricerca di assoluto, a quel miraggio di verità e di grandezza che l’uomo insegue da sempre e che non potrà mai afferrare appieno. Il segreto della storia sta nella tensione che l’ombra fuggente del mistico Moby Dick induce nei suoi inseguitori. Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo Nemico formano una paradossale coppia di inseparabili. Dopo tante disquisizioni, tanti trattati e tanta passione, l’annientamento davanti al sacro mistero del Male resta l’unica forma di comunione possibile.

Quando cala il sipario, e viene evocato il grande silenzio ancestrale dell’Oceano che si chiude sul dramma che si è compiuto, lo spettatore si rende conto di non essere tanto diverso da Achab. Come il comandante, tutti noi, quotidianamente, cerchiamo Moby Dick. Alcuni non lo sanno, altri pensano di averla trovata, pochi sono riusciti a guardarla diritto negli occhi. In tanti sono morti, senza mai averla veduta.