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La guerra distrugge anche la letteratura

di Antonio Errico

Una delle tante, probabilmente innumerevoli conseguenze di ogni genere di guerra, è la frantumazione, lo sfilacciamento delle storie. All’improvviso è come se nessuno avesse nulla più da raccontare, come se tutte le parole venissero risucchiate dall’angoscia. Si resta con gli occhi affondati nello schermo di un televisore a guardare le immagini nuove o quelle che si ripetono, e le storie sono tutte dentro quelle immagini, sono soltanto dentro quelle immagini che cancellano le altre, le sostituiscono. Non c’è più niente di significativo da dire; qualsiasi cosa che si pensa di dire si rivela immediatamente inutile, banale. In questi giorni in cui la parola guerra si intromette nei nostri discorsi quotidiani, mi è tornato più volte alla mente l’Esame di coscienza di un letterato. Quando uscì sul numero del 30 aprile della “Voce” era il 1915. Il tenente di fanteria che l’aveva scritto, Renato Serra, morì tre mesi dopo sul Monte Pogdora. Nelle prime righe Serra sosteneva che Giuseppe De Robertis aveva ragione a reclamare per sé e per tutti il diritto di fare letteratura, malgrado la guerra. La parola letteratura significa storie: in prosa, in versi, non importa. Che si dovesse fare letteratura malgrado la guerra era giusto, probabilmente anche doveroso, allora. Poi dopo quella guerra ne è venuta un’altra, e poi altre ancora. Non saprei dire quante guerre ci sono state in cent’anni, in ogni parte del mondo. Troppe, comunque. Quali storie di una guerra si possono raccontare, dunque? Certo, nella tragedia della guerra, questo può sembrare l’ultimo dei problemi, oppure non essere nemmeno un problema. Però l’assenza di storie comporta l’impossibilità della narrazione. L’assenza di storie è solitudine e silenzio, e quindi paura che si aggiunge alla paura. Quali storie raccontare, come? Per esempio: subito dopo i fatti di Parigi ci si è detti che bisogna spiegare ai bambini quello che accade, perché accade. E’ giusto che si debba spiegare ai bambini. Ma come spiegare quello che accade e, soprattutto, perché accade? Si sa che il pensiero dei bambini si sviluppa attraverso la narrazione e che la comprensione è determinata dalla carica metaforica delle storie.



Ma la guerra atrofizza le storie. Allora ci limitiamo ad una sorta di informazione che, non avendo metafora, non genera comprensione oppure ci abbandoniamo al silenzio e lasciamo che siano le immagini a significare. E’ vero che talune volte le immagini dicono più delle parole, ma è a vero anche che i nessi tra le immagini si determinano attraverso la parola, la narrazione.
Devo confessare che sto avendo difficoltà a scrivere questo articolo; cambio continuamente le frasi, le parole; mi accorgo che non riesco a dire quello che vorrei e che in quello che dico ci sono contraddizioni. Ma forse è molto difficile oppure impossibile dire qualcosa che riguardi una guerra senza contraddizione. Probabilmente avrei bisogno di una storia, che non ho. Mi vengono in mente soltanto storie già narrate. Soltanto letteratura. Anzi, storie che dicono di storie, letteratura che dice della letteratura. Come l’Esame di Renato Serra: metaletteratura. Serra sosteneva che la guerra non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura. Diceva che potrà avere qualche interruzione, qualche pausa, nell’ordine temporale: ma come conquista spirituale, come esigenza e coscienza intima, essa resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni; e, qualunque parte ne sopravviva, di lì soltanto riprenderà, continuerà di lì. Vorrei permettermi, umilmente, di non condividere del tutto. La guerra non provoca soltanto una interruzione, una pausa della letteratura, ma corrode quella passata, ammutolisce quella presente perché, se è vero che una guerra trasforma radicalmente le visioni del mondo e della vita, allora è anche vero che provoca un mutamento dei criteri e dei metodi di interpretazione della letteratura passata, svuota di senso quella presente, imponendo la ricerca di un altro senso del fare letteratura. D’altra parte, se una guerra cambia i processi di pensiero, non è possibile ritenere che la letteratura, in quanto sintesi e rappresentazione del pensiero, possa restare quello che è. Se accade, vuol dire che si tratta di artificio, di falsità, di forma insignificante. So bene che non c’è neppure una parola finora scritta che non si possa facilmente smentire anche solo attraverso facili esempi di storie pensate e raccontate dal fondo di una trincea o dall’inferno di un campo di sterminio. Ma vorrei tentare di giustificare quello che dico con un riferimento al linguaggio delle immagini. Nelle due guerre mondiali, le immagini sono state un elemento secondario e comunque non di massa. Poi, a cominciare dalla guerra del Golfo al principio degli anni Novanta, le immagini sono diventate non solo un elemento di informazione e di documentazione, ma hanno assunto anche una valenza simbolica nell’immaginario collettivo. Quindi, in qualche modo, si sono trasformate in letteratura, imponendo alla letteratura tradizionale, quella scritta in prosa o in poesia, di cercare altre forme con cui esprimersi, altri simboli da proporre. Non è facile, per cui, trovandosi compressa tra la condizione del silenzio al quale costringe ogni guerra e la presenza delle immagini che attraversano i media e che informano, documentano e si caricano di valore simbolico, la parola della letteratura non sa più dire, non può più dire. Oppure può dire soltanto riproponendo storie già narrate, espressioni e simboli già definiti. Anche perché i simboli del disumano hanno sempre una drammatica attualità. Purtroppo.

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