La scienza di esistere
Di Antonio Errico
Con il vestito buono e la cravatta
Noi eravamo al centro. Su una Terra piatta e immobile, però eravamo al centro. Tutto ci ruotava intorno: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno ci ruotavano intorno. Eravamo noi l’essenzialità dell’universo. Ci abbiamo creduto; per secoli e secoli ci abbiamo creduto. Probabilmente, fino ad un certo punto, è stata la convinzione più profondamente radicata, quella che non sembrava potesse subire mai una qualche confutazione. La nostra centralità nell’universo era un sapere sul quale non si nutriva e non si poteva nutrire nessun dubbio, se non per dabbenaggine o per eresia. Rappresentava la certezza di una conoscenza che ci dava anche un sentimento di supremazia. Noi eravamo al centro. Eravamo l’assoluto.
Poi venne Copernico e l’assoluto si disgregò, si immiserì nel relativo, quella convinzione inconfutabile fu confutata, il sapere indubitabile fu dubitato; perdemmo l’orgoglio smisurato di essere al centro, il centro. Poi venne Copernico e la Terra si trasformò in “un’invisibile trottolina, cui fa da sferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri”. Così dice Pirandello ne Il fu Mattia Pascal.
Copernico ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente, dice. “Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo”. Le nostre storie non sono altro che storie di vermucci, ormai.
Non c’è dubbio che le cose dell’universo stessero nel modo in cui stanno anche prima che Copernico lo capisse. Ma l’uomo non lo sapeva, e lì, al centro dell’universo, ci faceva una bella figura.
Poi venne Copernico – maledetto sia Copernico, dice Pirandello – e l’uomo dovette rinunciare alla sua bella figura, alla certezza e all’illusione della sua certezza, del suo sapere.
Ogni giorno si rinuncia a una certezza, all’illusione di sapere qualcosa. Ci si illude di avere conoscenza di noi, delle cose intorno a noi, a volte si ha addirittura la presunzione di controllarle, di orientarle, di poterle governare. Invece, ad un certo punto si verifica un fenomeno che non avevamo previsto, che non potevamo prevedere. Forse è proprio questa la condizione che fa la differenza fra la certezza e l’illusione di conoscere qualcosa: la possibilità di prevedere. Forse si può avere certezza del sapere soltanto se si è in grado di prevedere in che modo possa svilupparsi quello che si conosce. Certo, la scienza per molti aspetti consente questa possibilità. Ma non per tutte le cose, ancora, e nessuno può sapere se sarà mai in grado di farlo.
Forse in ogni tempo esisterà la condizione del non ancora che renderà incerto e continuamente smottante il sapere di quello che riguarda l’umano e il sovrumano, ed esisterà sempre la ricerca, la tensione a modificare quella condizione.
Questo insegna la scienza e la storia della scienza. Da questo si dovrebbe imparare molto: soprattutto si dovrebbe imparare a considerare estremamente precarie, provvisorie, friabili le conoscenze che abbiamo e ancora più precari i codici e gli strumenti con i quali esprimiamo e applichiamo le conoscenze. Si dovrebbe imparare ad esporsi al rischio della rivelazione, più o meno graduale, più o meno improvvisa, che il nostro sapere, in casi non rari, non è altro che un’illusione di sapere.
Si dovrebbe imparare. Invece spesso abbiamo l’arroganza di sapere, riteniamo che le nostre conoscenze siano essenziali, che quello che sappiamo non sarà mai messo in discussione. Pensiamo che le conoscenze che servono oggi serviranno certamente anche domani, anche fra venti, cento anni, che serviranno per sempre. La nostra etica, la nostra estetica, la nostra letteratura, la nostra scienza, le nostre leggi, le lingue che parliamo, le denominazioni e i significati che attribuiamo ai fatti e alle cose, le tecnologie che usiamo e che ci usano, le arti, le filosofie, le psicologie, le pedagogie che consideriamo nostre, le nostre storie e le nostre geografie, i valori in cui crediamo, o ai quali facciamo comunque riferimento, serviranno per sempre. Non ci si accorge, o si fa finta di non accorgersi, che le geografie mutano rapidamente, che le storie si sviluppano con trame e intrecci in luoghi e con personaggi di cui non abbiamo esperienza, che le narrazioni si dipanano con processi, forme e linguaggi completamente nuovi, che certe filosofie e certe psicologie e certe pedagogie dichiarano implicitamente o esplicitamente la loro inadeguatezza alla temperie culturale, finanche alla dimensione esistenziale; talvolta non siamo nemmeno disposti ad accettare che l’immaginario e le visioni che abbiamo, le nostre idee di passato-presente-futuro sono determinate, consapevolmente o inconsapevolmente, dalla relazione che abbiamo con la realtà; ci rifiutiamo di considerare che le nostre identità culturali costituiscono l’esito, continuamente cangiante, di un persistente rimaneggiamento, di una costante riprofilatura provocata dalle trasformazioni. Non ci si accorge o si fa finta di non accorgersi di tutto questo e di molto altro perché pensiamo ancora – ci fa comodo pensare ancora – che le categorie entro le quali sistemiamo il mondo si ritrovano indiscutibilmente al centro, che è tutto il resto dell’universo a ruotare intorno a noi; la Terra non gira.
Ma la Terra ha sempre girato, dice don Eligio Pellegrinotto nel romanzo di Pirandello.
Mattia Pascal risponde che non è vero.
“L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? Ch’era una buona scusa per gli ubriachi”.
La sola cosa che conta è il nostro punto di vista, dunque. Quello che non rientra in esso non esiste oppure è falso.
Così la Terra gira e gira. Ma noi non ce ne accorgiamo o comunque facciamo finta di non saperlo, per cui è sempre immobile e piatta, e noi ci facciamo sempre una bella figura al centro della grande piazza il giorno della festa, con il vestito buono e la cravatta.
Fra la sapienza della scienza e la coscienza del limite
Siamo vissuti, viviamo costantemente nell’illusione della conoscenza. Però lo facciamo senza arroganza, probabilmente; lo facciamo con la consapevolezza che quell’illusione in fondo possa essere una sorta di consolazione, un modo per dirsi che più di quanto si è fatto non si poteva fare, che gli errori erano inevitabili, che addirittura si sono rivelati utili a comprendere quello che si è compreso.
Ci fa buon gioco dirci che quello che conosciamo è tutto quello che c’è da conoscere, che il nostro pensiero è arrivato ad una soglia che non si può superare, che gli altri, coloro che verranno dopo, non potranno fare altro che muoversi in un andirivieni su quella stessa soglia.
Diciamo così a noi stessi, ogni giorno; ma ogni giorno sfidiamo con tutta l’energia che ci ritroviamo le nostre conoscenze, cerchiamo soluzioni diverse, strumenti più potenti, perfezioni, nuovi mondi, nuove formule che sappiano darci una migliore esistenza, una più dignitosa sopravvivenza.
Ogni giorno mettiamo in crisi la nostra illusione di conoscenza.
Così viviamo in una stupenda contraddizione, in una affascinante coesistenza di certezza e incertezza, di convincimenti e di dubbi, coinvolti da un sentimento che ci fa pensare di conoscere già tutto e una ragione che ci rivela una percentuale minima di conoscenza.
Forse l’elemento più affascinante del nostro umanissimo e meravigliosamente imperfetto metodo di ricerca è proprio la combinazione di ragione e sentimento. E’ questa combinazione che ci ha consentito ogni scoperta, che ci consentirà di scoprire qualche altra scaglia dell’immenso, e forse anche dell’infinito, insondabile mistero.
Ragione e sentimento significano semplicemente umanità dell’essere; significano passione, entusiasmo, delusione, emozione, suggestione, paura dell’ignoto e richiamo irresistibile di quello stesso ignoto, calcolo scrupoloso e fantasia sbrigliata, distacco nei confronti delle cose e dei fenomeni e stupore per quelle stesse cose, per quegli stessi fenomeni.
Forse l’illusione di conoscere è sostanzialmente l’illusione della possibilità di conoscere, di decifrare i codici del mistero, nella consapevolezza che quei codici si compongono di innumerabili varianti, che la decifrazione resterà sempre incompleta e incompiuta perché si presenteranno sempre varianti ulteriori, che muteranno le forme e le manifestazioni, i movimenti degli elementi che vediamo e di quelli che non vediamo.
Certo, ogni volta che scopriamo qualcosa pensiamo di aver raggiunto la verità incontrovertibile, assoluta, quale che sia la sfera del sapere. Si tratta di un pensiero proveniente dal sentimento, che un po’ ci esalta e un po’ ci fa paura.
Poi, l’istante successivo ci lasciamo sorprendere ancora dal pensiero proveniente dalla ragione che quella scoperta è assolutamente provvisoria, precaria, transitoria.
Così lanciamo ancora la sfida all’incompreso, alla sproporzione fra quello che sappiamo e quello che non sappiamo, alla dismisura fra le possibilità dell’umano e la sconfinatezzadel sovrumano.
L’istante successivo ricominciamo la ricerca del senso nascosto nella metamorfosi degli esseri e delle cose, nell’ombra che riproduce i contorni dei corpi a volte in modo preciso, altre volte in modo deformato.
Viviamo in una oscillazione fra la sapienza della scienza e la coscienza del limite, protesi in una incessante investigazione, con la convinzione che esisterà sempre qualcosa di irraggiungibile, di inesprimibile, che la verità si raggiunge – se si raggiunge – attraverso rigorosi processi razionali, ma che a volte può anche essere l’esito di una rivelazione improvvisa, un’intuizione inaspettata, uno scarto dalla logica, un sogno ad occhi aperti, una imprevedibile apparizione di significati che prima di quell’istante non si sono neppure immaginati
Salvo casi imprevisti
“Tutto, amici miei, dipende dal caso”. Comincia con questa frase un racconto che sta in un piccolo libro di Ottavio Cecchi intitolato L’ornitologo.
Forse è davvero così: dipende tutto dal caso. Forse tutto quello che accade dal primo all’ultimo istante dell’esistenza. Forse, o certamente, anche la stessa esistenza dipende dal caso. La storia di ciascuno, la Storia di tutti, le strade che intraprendiamo, quelle che abbandoniamo, le esperienze che ci coinvolgono, le conoscenze conquistate, gli amici e quegli altri che non lo sono, gli amori e i disamori dipendono dal caso.
Anche una scoperta di scienza molto spesso dipende dal caso. Non esiste alcun progetto, nessuna meticolosa programmazione che non possa essere contaminata dal caso. Quando sembra che ogni elemento e ogni meccanismo e ogni procedura siano sottoposti a verifiche e controlli rigorosi che vengono definiti infallibili, s’intromette l’imprevisto, l’avvenimento fortuito che scombina le carte, rimette in discussione le cognizioni acquisite, contamina le certezze, le stravolge, introduce condizioni e principi inattesi, insospettati, impone direzioni diverse, delinea orizzonti inimmaginati.
C’è chi alla parola caso associa i termini destino, fortuna, sorte, fatalità, fato. Ciascuno di questi termini si compone di stratificazioni semantiche, ideologiche, mitologiche, filosofiche, psicologiche, implica fedi e tradizioni. Ma nessuno di essi, forse, ha lo stesso senso del caso.
Il caso è qualcosa di completamente diverso. Anche il caso ritrova connessioni con la filosofia o la fisica, per esempio. Ma, nella percezione, nel sentimento e nella ragione comune, è completamente diverso, si propone in una dimensione quotidiana, naturale. E’ un parola umile; ha una fisionomia anonima. E’ indifferente a tutto, a tutti. E’ soltanto un caso. Destino, fortuna, sorte, fatalità, fato richiedono un impegno di pensiero, in qualche circostanza fanno anche paura. Il caso, invece, sembra addirittura che deresponsabilizzi. Così diciamo che è stato un caso: noi non abbiamo né merito né colpa. E’ successo per caso. Prendetevela con il caso. Diciamo: salvo casi imprevisti. Molto spesso non facciamo nemmeno caso al caso.
Eppure tutto, amici miei, dipende dal caso, dice il personaggio di Cecchi.
Si dice che l’universo sia nato per caso. Però, rispetto a questo particolare, con il privilegio che viene dalla totale incompetenza, mi permetto di dubitare. La straordinarietà della natura, dei suoi fenomeni, la loro perfezione, il sorgere della luna e il tramontare del sole e poi il sorgere del sole e il tramontare della luna, e quell’ora in cui sole e luna si ritrovano di fronte, e poi l’alta e la bassa marea non possono essere nati dal caso. Non possono nascere dal caso le funzioni del corpo umano, l’avvicendarsi delle stagioni, l’equilibrio e lo squilibrio di certe manifestazioni della terra, del mare, del cielo. Lo dicono gli scienziati che l’universo appartiene quasi del tutto ancora al mistero.
Se questo è vero, può anche essere lecito dubitare che l’universo sia nato dal caso. A meno che al caso non si attribuiscano i poteri di un Dio. A meno che non sia stato il caso, una volta, a dire sia fatta la luce e sia fatto il buio, le acque, il firmamento, i rettili, le fiere, sia fatto l’uomo a mia immagine e somiglianza.
Si può chiamare Dio in innumerevoli modi, e uno degli innumerevoli modi è il nome di caso.
Tutto, amici miei, dipende dal caso, dice il personaggio di Cecchi.
Tutto dipende da un’incognita, un mistero, da un’origine indecifrata, una causa sconosciuta, da una frattura nel rapporto tra la causa e l’effetto, da un trama così fitta da non poter essere penetrata, da un intreccio così complesso e complicato da non poter essere districato.
In un libro molto famoso e molto discusso che si intitola Il caso e la necessità, Jacques Monod sostiene che le alterazioni del DNA sono accidentali, avvengono per caso. Siccome esse rappresentano la sola fonte possibile di modificazione del testo genetico, a sua volta unico depositario delle strutture ereditarie dell’organismo, ne consegue necessariamente che soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione: oggi questa nozione centrale della biologia non è più un’ipotesi fra le molte possibili o perlomeno concepibili, ma è la sola concepibile in quanto è l’unica compatibile con la realtà, quale ce la mostrano l’osservazione e l’esperienza.
Però forse non sarebbe assolutamente assurdo domandarsi se ci possa essere e come possa essere una realtà “altra” da quella con cui abbiamo una relazione attraverso l’osservazione e l’esperienza.
Dopo aver fatto la domanda superflua ed oziosa perché non esiste risposta che possa essere data dal pensiero, si deve necessariamente ritornare a quella realtà che ci viene proposta dall’osservazione e dall’esperienza.
In questa realtà, ha ragione il personaggio di Ottavio Cecchi: tutto, amici miei, dipende dal caso.
Per rendersene conto, basta semplicemente farci caso. Osservare la nostra realtà e quella degli altri, valutare quante sono le cose che ogni giorno veramente decidiamo di fare e quante sono quelle che facciamo perché le decide il caso: certe volte cose importanti, di quelle che cambiano la vita, certe volte cose banali, che la lasciano esattamente com’è.
A volte può accadere che ci si domandi se esista una possibilità di negoziare le nostre determinazioni con le determinazioni del caso. Se può esistere una forma di compromesso, un patto, un’alleanza.
Così ci sforziamo di cercare una combinazione fra le nostre determinazioni e quello che appartiene allo spazio sconfinato del caso, a quello che definiamo l’imprevisto, l’imprevedibile, l’inaspettato.
Lo facciamo perché è giusto così, perchè non possiamo rinunciare al tentativo ambizioso e doveroso di governare la nostra esistenza.
Ma di tanto in tanto ci viene in mente l’incipit di quel racconto: tutto, amici miei, dipende dal caso.
Le certezze del punto interrogativo
Siamo molto lontani dal poter dire di che cosa siamo fatti, com’è iniziato tutto e dove andiamo. Conosciamo solo il cinque per cento dell’universo. Il novantacinque per cento è un punto interrogativo. Pensiamo che abbia avuto origine da una grande esplosione iniziale, il Big Bang, ma non ne conosciamo i dettagli.
Così dicono gli uomini di scienza.
Resta il punto interrogativo, dunque: gigantesco, probabilmente ineliminabile. Nonostante la sfida ad ogni limite che lancia la scienza. Nonostante la scienza tenda costantemente il pensiero oltre la soglia che raggiunge. Nonostante la meraviglia di quello che scopre, coniugando il rigore del metodo con l’azzardo dell’immaginazione, il calcolo con l’intuizione, la sistematicità dell’osservazione con la prefigurazione, scartando costantemente dalla comune grammatica della visione e dell’interpretazione dei fenomeni.
Ma il punto interrogativo è lì che sovrasta. E’ la consapevolezza o forse soltanto la percezione, la sensazione che esisterà sempre qualcosa di irraggiungibile, di inesprimibile, probabilmente anche di inimmaginabile. E’ un infinito che sfida la finitudine degli uomini. E’ il sospetto (o la prova?) dell’esistenza dell’eterno.
Il punto interrogativo seduce la nostra arroganza, provoca la nostra impazienza, accresce la devozione nei confronti della libera ricerca, fomenta la disobbedienza nei confronti di ogni sapere definito, più che mai verso ogni dogma. Forse ciascuno di noi pensa, più o meno segretamente, quello che pensava e diceva Einstein: voglio capire come Dio ha creato il mondo. Non mi interessa questo o quel fenomeno in particolare: voglio penetrare a fondo il Suo pensiero. Il resto sono solo minuzie.
Ciascuno lo pensa a suo modo, con i pochi o molti strumenti che ha, con l’apparato delle sue discipline. Ma ciascuno lo pensa: lo scienziato, il filosofo, il poeta, l’artista, l’uomo della strada. Lo pensa anche senza consapevolezza, come per istinto. Ma lo pensa. Con stupore. Con entusiasmo. Con paura. Con insipienza o con saggezza. La saggezza è nella coscienza del limite e della esigua conoscenza. Sappiamo soltanto il cinque per cento. Tutto il resto appartiene al mistero, di cui ogni giorno si riesce a svelare una parte: soltanto una parte, una minuscola scaglia.
Se, per una impossibile casualità, un giorno si dovesse comprendere il tempo e lo spazio in modo completo e definitivo, se si dovesse decodificare l’infinito, decrittare il lievito dell’universo, allora, da quel giorno, non ci sarebbe più scienza né religione. Non ci potrebbe essere più filosofia, non ci potrebbe essere più poesia, né altra forma d’arte e di ricerca. Da quel giorno gli uomini si ammalerebbero di una noia assoluta, senza alcuna possibilità di guarigione.
Ma poi, forse l’esistenza di ogni uomo è motivata – oppure soltanto giustificata – dalla continua contesa con l’ignoto, dal tentativo di violare i segreti del cielo e della terra, dallo sconfinamento nei percorsi di ricerca della verità, dallo scrutamento dell’infinito, dalla violazione delle frontiere, dall’esplorazione incessante. Ma conoscenza e incertezza crescono nella stessa misura, senza dislivelli. Quanto più si procede nei territori del sapere, tanto più si rafforza la consapevolezza delle cose che non si sanno; quanto più si acquisiscono certezze, tanto più si ingigantiscono le domande, si addensano i dubbi e le incertezze.
Ogni volta che si comprende qualcosa, si aggiunge una prova ulteriore dei limiti della comprensione. Il punto interrogativo si ingrossa. Diventa incombente. Alle volte ingombrante. Il novantacinque per cento sembra spandersi, dilagare. Ma ci attrae. Forse le poche cose che conosciamo non hanno nessun fascino. Ci affascina l’ignoto, la profondità, la lontananza, l’insondabile, l’irraggiungibile, l’illimitato, l’inesplorato, l’inesplorabile.
Forse l’indagine continua che facciamo dell’universo, le nostre navicelle che solcano lo spazio hanno come radice di significato proprio questo fascino.
Allora ci chiediamo quando e come è stato il principio, quando e come sarà la fine, se ci sarà una fine, o se tutto continuerà a trasformarsi istante per istante, in eterno.
Innumerevoli le domande; le risposte sempre pochissime, sempre imperfette, sempre minacciate dall’errore. Abbiamo navigazioni continue e pochi, smottanti approdi.
Al cinque per cento di conoscenza si è arrivati in tutta la storia dell’umanità. Per arrivare al dieci, avremo bisogno più o meno dello stesso tempo. Certo, il progresso, lo sviluppo, la tecnologia ci consentiranno di procedere più rapidamente, di alzare il livello delle conoscenze, di migliorare i processi di ricerca. Probabilmente riusciremo ad arrivare anche al venti per cento. Ma resterà sempre tutto il resto. Sarà sempre tutto il resto ad affascinarci con il suo mistero.
Il cielo a filo delle montagne
Dice ad un certo punto l’Amleto di Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia”.
La condizione del cielo, che forse più di ogni altra si carica di un fascino straordinario, è quella della cognizione che esista sempre qualcosa di sconosciuto e il sospetto che possa essere addirittura inconoscibile.
Ogni scoperta costituisce, in fondo, la conferma di questa consapevolezza, di questo sospetto. Ogni volta che si rivela un mondo di cui non si aveva conoscenza, si rigenera il sospetto che esista altro ancora, oltre, al di là della nostra conoscenza, possibile o impossibile per la nostra intelligenza.
Quanto più si scopre un elemento del cielo, tanto più si ribadisce che il cielo ha segreti di cui probabilmente non si riesce ad avere neppure immaginazione. Allora il pensiero dell’umano tenta di sfidare la conoscibilità dell’universo – o degli universi? – e il pensiero del sovrumano ogni volta ribadisce la custodia – non gelosa – di misteri ancora più profondi, meravigliosi e oscuri.
Forse la bellezza straordinaria della scienza è in questo dialogo incessante, serrato,necessario, indispensabile, insostituibile tra la finitezza e l’infinito,tra il tempo e l’oltretempo, fra la misura e la dismisura, tra l’ idea del possibile e quella dell’impossibile, tra il naturale e la suggestione del sovrannaturale, fra l’ordinario e lo straordinario, fra la ricerca e la contemplazione.
Vedere al di là del visibile. Immaginare oltre l’immaginato. Rendersi conto, all’improvviso, che qualcosa non era stato immaginato, forse perché inimmaginabile.
“Fu a’ poeti il primo cielo non più in suso delle alture delle montagne” dice Giambattista Vico. Il profilo dei monti era il limite, il confine. Il cielo non aveva un altro spazio. Si poteva raggiungerlo con la forza delle gambe. In fondo era vicino, prossimo, o comunque ad una lontananza che era possibile accorciare. Poi la fantasia spostò il cielo oltre le montagne e l’uomo inseguì la fantasia e raggiunse il cielo che aveva fantasticato, quello che si stendeva oltre le montagne.
Il metodo è sempre quello, in fondo: identico. Si immagina uno sconfinamento dai perimetri del conosciuto e si cercano i mezzi per poterlo realizzare, ed ogni cielo che si raggiunge rinforza il sospetto che ce ne possa essere un altro e, con il sospetto, cresce anche il desiderio di poterlo conoscere.
Il metodo è sempre quello di una tensione finalizzata alla decifrazione dei codici dell’infinito, nella consapevolezza che quei codici si compongono di innumerabili varianti, che la decifrazione resterà sempre incompleta e incompiuta perché si presenteranno sempre varianti ulteriori, che muteranno le forme e le manifestazioni, i movimenti degli elementi che vediamo e di quelli che non vediamo, e appariranno sempre nuovi corpi di luce, nuove stelle, nuove traiettorie, altri pianeti che rassomiglieranno alla Terra oppure no, e ci chiederemo ancora se qualcuno abita quei mondi. Non siamo i primi a chiedercelo; non saremo certo gli ultimi.
Ogni volta che scopriamo qualcosa, ci sentiamo più vicini al cielo. Questo sentimento un po’ ci esalta e un po’ ci fa paura.
Ma la rivelazione di qualche mistero del cielo, del tempo, dello spazio, l’idea di sovrumani silenzi, o di un sibilo potentissimo, le teorie che riguardano le vibrazioni di energia, le incantevoli supposizioni sulla musica dell’universo, il bosone di Higgs, che la fisica divulgativa ha denominato la Particella di Dio, non smorzano lo stupore dell’uomo nei confronti dell’infinito. Così continuiamo a rivolgere lo sguardo affascinato alle stelle cadenti, nonostante la comprensione del fenomeno sia un fatto definitivamente acquisito.
L’uomo che lancia la sfida all’enigma, all’incompreso, non rinuncia alla bellezza della sproporzione, della dismisura fra l’umano e il sovrumano, della indecifrabile metamorfosi degli esseri e delle cose, del senso nascosto, indefinito, dell’ombra che confonde i contorni e rende impenetrabili le cose: per esempio, le cose che riguardano il principio di tutto e la fine di tutto.
Probabilmente aveva ragione Louis Pasteur quando diceva che poca scienza allontana da Dio, ma che molta scienza riconduce a Lui. La scienza esiste perché rimane sempre qualcosa da comprendere. Anche la religione esiste per questo motivo. Forse anche l’arte. La sapienza della scienza è nella coscienza del limite. La scienza sapiente sa che ci sono altre scienze che essa non conosce; sa anche di non conoscere molte cose della sua stessa scienza. Sa bene che la sua investigazione ad un certo punto si deve fermare, che sarà continuata da un’altra ricerca che ad un certo punto si dovrà fermare. Sa che la verità a volte, molto spesso, è una rivelazione improvvisa, un’intuizione inaspettata, uno scarto dalla logica, che scienza e trascendenza non si contrappongono, che esisterà sempre qualcosa di irraggiungibile, di inesprimibile, che l’immenso e meraviglioso testo del cielo nasconderà sempre una variante con un significato che noi non riusciremo mai a scoprire. Lo si può affermare anche con arroganza, perché nessuno avrà tempo e possibilità e destino per dimostrare il contrario.
L’illusione di una fantasia
“Quando, attraversata una stretta gola, si giunge improvvisamente a un’altura dove le vie si separano e si dischiudono ampie vedute per ogni parte, è lecito sostare un attimo e riflettere in quale direzione convenga innanzitutto volgere i propri passi”.
Così scriveva Sigmund Freud al principio del terzo capitolo dell’ Interpretazione dei sogni.
Con quel libro comincia il Novecento.
Ora, noi, abitanti di questo secolo non più nuovo, forse ci troviamo nella condizione della metafora di Freud. Siamo su un’altura di conoscenza che prima non si era mai raggiunta, davanti a molte vie che portano in direzioni diverse, frastornati da panorami di sapere che hanno molteplici forme contenenti innumerevoli concetti. Scrutiamo orizzonti che a volte ci sembrano cristallini, azzurri, trasparenti, con ombre che dalla lontananza ci richiamano, seducenti, come a prometterci esplorazioni sorprendenti, meraviglie di scoperte.
Altre volte gli orizzonti si presentano nebulosi, coperti da una foschia che ammanta tutto e rende tutto indistinguibile, confuso, senza una sola sorgente di luce che faccia da faro, che in qualche modo indichi la direzione.
Allora ci soffermiamo a riflettere dove andare, quale direzione sia più conveniente seguire, quella che conduce verso gli orizzonti chiari oppure quella che conduce a quelli scuri.
La prima ci propone parvenze di certezze, qualche punto di riferimento, qualche frammento di senso.
L’altra lascia immaginare solo territori di illimitata incertezza, uno zero di orientamento, un deserto di senso.
Ci ritroviamo così, dunque: sospesi, dubitanti sopra l’altura di una conoscenza da cui s’intravede all’orizzonte la possibilità di una conoscenza ulteriore, il profilo di altezze superiori.
Dobbiamo soltanto scegliere la direzione, se andare verso una striatura di certezza oppure verso l’incertezza irrimediabile.
Forse la storia dell’uomo è fatta, sostanzialmente, di viaggi azzardati verso l’incertezza assoluta. Anche la storia di questo tempo è fatta di viaggi azzardati verso l’incertezza assoluta. Certamente è stato così per tutto il Novecento, da cui veniamo senza alcuna eccezione, da cui vengono anche coloro che hanno aperto gli occhi sul mondo quando il Novecento era già finito.
L’arte, la letteratura, soprattutto la scienza del Novecento hanno intrapreso un viaggio verso l’ignoto, verso i territori dell’incertezza assoluta, verso l’enigma, il mistero.
Sull’altura della loro conoscenza, gli uomini si sono soffermati a riflettere verso quale direzione dovessero andare e sono andati verso quella nascosta dagli orizzonti nebulosi.
Il viaggio dell’uomo sulla Luna può definirsi come la rappresentazione più significativa dell’andare verso gli orizzonti scuri. Dentro il rigore della scienza, nella perfezione della tecnologia, serpeggiava l’ipotesi dell’incognita, del gesto imperfetto, del calcolo non riuscito, del meccanismo che s’inceppa, dell’imponderabile, dell’inesplicabile, dell’imprevedibile.
E’ stato raccontato che esisteva un piano segreto da attuare nel casodefin in cui gli astronauti dell’Apollo 11 non fossero più tornati dalla Luna, se nel Mare della tranquillità fosse naufragato il sogno. Richard Nixon era preparato a informare il Paese in televisione. Avrebbe detto: “Il destino ha voluto che gli uomini andati sulla Luna, per esplorarla in pace, in pace lì dovranno restare. Ma ogni essere umano che guarderà la Luna nella notte ora e in futuro saprà che c’è un angolo su un altro mondo che è per sempre umanità”.
Il progresso avviene nel corso del viaggio che s’intraprende verso gli orizzonti scuri, indipendentemente dal fatto che si arrivi da qualche parte oppure no. E’ nel corso del viaggio che avviene la scoperta attesa o la rivelazione inaspettata, l’evento che sorprende, che si verifica una nuova o una diversa comprensione dei fenomeni e delle cose, che matura l’acquisizione di nuovi metodi e strumenti di interpretazione che consentono la conoscenza ulteriore, più profonda.
Resta sempre l’incomprensibile, senza dubbio. Ma, nel corso del viaggio verso gli orizzonti scuri, la comprensione riesce a sottrarre qualche lembo di terra ai territori dell’incompreso. Il progresso delle civiltà si verifica attraverso questo processo, lento e graduale, di conquista dell’incompreso.
Nello svolgersi di questo processo non c’è disciplina, sfera del sapere che prevalga su altre, che sia più adeguata, opportuna, funzionale. Sguardo scientifico e sguardo poetico hanno la stessa rilevanza, la stessa visione delle cose, anche se poi le indagano in maniera diversa e giungono a esiti diversi, che, coerentemente con il metodo di indagine, sono scientifici o poetici.
Certo, sarebbe affascinante se esistessero esiti che fossero poeticamente scientifici e scientificamente poetici.
E’ affascinante quando esistono: perché in taluni casi esistono.
Dall’altura della conoscenza di questo tempo, noi vediamo paesaggi culturali di cui non riusciamo a distinguere gli elementi o di cui distinguiamo elementi che a volte ci inquietano. Per esempio, si intravedono figure inerti di robot che ci attendono nei loro territori per chiederci il miracolo di metterli in funzione.
Noi sappiamo bene che non riusciremo a rinunciare al desiderio di esplorare quei territori, a non compiere il miracolo di far funzionare quei robot.
Così, giorno per giorno muoviamo i nostri passi nella loro direzione. Impareremo a costruirli. Attribuiremo loro molte delle nostre funzioni. Saranno perfetti. Ma c’è una cosa, forse solo una, che si deve scongiurare, solo quella cosa dalla quale ne dipendono molte altre, forse tutte le altre. Non dobbiamo dargli mai nemmeno una scaglia della nostra fantasia.
Senza fantasia, resteranno macchine dipendenti da noi e potremo ribadire ad ogni istante il nostro essere superiori.
Se avranno anche solo l’illusione di una fantasia, prima ci domineranno, poi ci sostituiranno.
La fantasia è l’unica facoltà che ci potrà salvare. Anche perché, una volta o l’altra, ci potremmo trovare a fantasticare di sbarazzarci di loro e di farli tornare alla loro natura originaria di ferraglie: raffinatissime, certamente. Ma sempre ferraglie.
L’antico all’orizzonte
In una lettera del 5 gennaio 1871 indirizzata a Francesco Florimo, Giuseppe Verdi scriveva: torniamo all’antico e sarà un progresso.
Antico è quello che è venuto prima e che ha lasciato traccia, resistendo all’infuriare del tempo, all’erosione che fa l’oblio. Antico è l’universo greco-latino da cui proveniamo, che configura il nostro pensiero, il nostro linguaggio, la nostra visione del mondo.
La nostra esistenza è circondata di antico; si regge sull’antico.
Nei fatti che riguardano la cultura, probabilmente bisogna diffidare di tutto quello che diventa vecchio: vecchie idee, vecchie storie, vecchie convinzioni. Il vecchio è insignificante perché non produce senso oppure perché produce un senso rugginoso, qualche volta perfino rancoroso, che contamina l’espressione di un nuovo senso, l’immaginazione di un mondo diverso, migliore.
Ma, nei fatti che riguardano la cultura, non si può trascurare tutto quello che risulta antico perché, semplicemente, riproduce il senso della storia. E’ sul senso della storia che si realizza il progresso. E’ con il senso della storia che si attraversa il proprio tempo, scrutando l’orizzonte di un tempo a venire.
Forse Giuseppe Verdi voleva dire questo. Forse voleva dire che il progresso può generarsi soltanto se si riesce a penetrare nella stratificazione di significati che il tempo custodisce nei simboli dell’antico. Forse per questo compose il Nabucco.
Omero è antico. Però, se si vuole comprendere com’è che lentamente si conformano i destini e com’è che improvvisamente si deformano, che quello che accade intorno a noi è sempre accaduto intorno agli altri, è con quell’antico Omero che bisogna fare i conti. Se si vogliono capire i furori incontenibili delle battaglie, i miraggi strabilianti dei viaggi, la paura e l’attrazione dell’ignoto, la disperazione smisurata dei naufragi, se si vuole riportare la propria nostalgia in una categoria, e il proprio desiderio di ritorno in un’altra, perché una categoria consente di comprendere la rassomiglianza che hanno le emozioni, è con l’antico Omero che bisogna fare i conti.
Forse si potrebbe anche dire che l’antico rappresenta un modello.
Se è anche così che si può dire, allora bisogna chiedersi se il progresso ha bisogno di modelli, e poi se oggi, noi, abbiamo bisogno di modelli per compiere il nostro progresso.
Probabilmente le risposte potrebbero essere davvero molte, in relazione all’idea che ciascuno ha di progresso e di modello.
Tra le tante, si può accettare anche quella che non esiste nulla che non abbia un modello, un riferimento, un archetipo, un prototipo, un esemplare. Non esiste nella scienza e non esiste nell’arte, nella tecnica, nella tecnologia. Forse non esiste nemmeno in natura. Certamente non esiste nelle faccende della cultura né in quelle che riguardano le forme, le articolazioni, le espressioni della società. Ogni fatto, ogni fenomeno, ogni storia hanno sempre un’origine, e l’origine è sempre antica.
Se si procede senza un modello, con molta probabilità ci si perde lungo la strada, oppure si giunge ad un esito che risulta confuso e di conseguenza improduttivo.
Ogni progresso è lo sviluppo, il perfezionamento di un modello. Il linguaggio, per esempio. L’evoluzione della specie.
Ma il modello è sempre antico: viene prima; è precedente, preesistente.
Allora, per realizzare un progresso, si ha bisogno di ripristinare i significati dell’antico, di rifondarli, rielaborarli, rigenerarli. Questa rigenerazione si può verificare soltanto attraverso una conoscenza profonda. Ma non ci può essere profondità della conoscenza se si limita lo sguardo alla contemporaneità, in quanto la contemporaneità rappresenta l’ultimo strato di una costante o incostante, ma comunque ininterrotta, sovrapposizione di elementi. La contemporaneità ha sempre un’origine antica.
Così, se si vuole comprendere quello che adesso accade nel Paese, in Europa, sul Mediterraneo, nel mondo, se si vuole comprendere perché accade, se in ogni contesto si vuole determinare un progresso di idee e di prassi e di esistenze, è necessario, indispensabile perforare gli strati, indagare i motivi e i moventi: giungere fino all’antico.
L’antico si può chiamare storia, per esempio, e la storia non si può ignorare, non può essere indifferente. Si deve conoscere e interpretare. Ogni progresso matura nella conoscenza della storia. L’altro, quello che non matura nei campi della storia, è materia che non dura.
Ogni contemporaneità arriva sempre ad un punto in cui deve decidere che cosa vuole che resti della sua esperienza e che cosa vuole scaraventare nel pozzo senza fondo dell’oblio.
Il tempo che attraversiamo forse sta arrivando al punto in cui si ritroverà a dover decidere.
Alcune delle storie che ci accadono intorno derivano dal niente. Altre, e forse molte, derivano dall’antico, anche se talvolta non ne abbiamo consapevolezza.
Se questo tempo deciderà di salvare quelle che derivano dal niente, la storia non potrà fare altro che registrarlo con le definizioni di vacuo, superfluo, inconcludente.
Se deciderà di riconoscere e di salvare quelle che derivano dall’antico, che si sviluppano su strutture sociali, culturali, semantiche vigorose, probabilmente la storia lo registrerà con le definizioni che si adottano per i tempi di progresso.
Allora non sarebbe affatto ozioso farsi tornare in mente, di tanto in tanto, quella frase di Giuseppe Verdi: tornate all’antico, sarà un progresso.
La memoria non si può insegnare
In una pagina della sua Ultima lezione, Zigmunt Bauman sostiene che la memoria del passato gioca un ruolo decisivo nel dare forma al presente individuale e collettivo.
Si dice che un presente senza memoria è un tempo senza forma e senza identità. Si dice che, senza una memoria, non c’è possibilità di conoscenza significativa delle storie e delle esperienze che si vivono, che non ci può essere confronto fra sistemi di pensiero, visioni del mondo, condizioni di esistere, che non ci può essere fondata cognizione della ragione per la quale una civiltà si presenta con una determinata fisionomia, e non con un’altra. Si dice che tutto quello che passa lascia una traccia che costituisce l’indicazione per la direzione che si deve seguire o che si deve evitare nel corso del cammino verso il futuro. Secondo Paul Ricoeur, è nella misura in cui torniamo alle nostre origini e in cui ravviviamo il nostro passato che possiamo essere, senza scontentezza, gli uomini del progetto. Ma in questa tensione verso il progetto, il passato ci interpella continuamente.
Si dice questo, si dice altro. E’ tutto vero. Si dice da sempre e da tutti. Per cui non sarebbe affatto necessario pronunciare parole ulteriori sull’essenzialità della memoria nel processo di conformazione del presente e di prefigurazione del futuro.
Tutto quello che si è detto e che si conosce potrebbe bastare. Ma la smemoratezza dei tempi racconta che forse non basta. Certi fenomeni del sociale fanno venire il sospetto che occorra costantemente rinnovare il senso profondo della memoria nei contesti di una civiltà.
La rapidità con cui si consumano concetti che sono fondamentali nella convivenza degli umani lascia supporre che agli umani sia necessario insegnare a ricordare.
Ma la memoria non si può insegnare. E’ una delle poche cose che non si possono insegnare, insieme alla saggezza, o alla bellezza, o alla libertà. Però si insegna tutto il resto perché si possano avere gli strumenti per poterle conoscere, comprendere, farle proprie.
La memoria si insegna attraverso tutto il resto, perché non c’è disciplina che non abbia relazione con la memoria, che non si fondi – e non si sviluppi – sulle dinamiche di questa relazione. Non c’è arte, non c’è scienza, non c’è sapere senza stratificazioni concettuali, e le stratificazioni sono memoria.
Poi, per ogni genere di conoscenza, esiste un ambito del sapere che in qualche modo si propone come prevalente.
Per la memoria, l’ambito del sapere è quello della storia.
Allora, se è vero che la memoria non si può insegnare, è altrettanto vero che la storia si può, e si deve, insegnare in un modo che possa rappresentare lo strumento attraverso il quale comprendere il valore essenziale della memoria.
I tempi non sono tutti uguali. Ne vengono alcuni che forse hanno meno bisogno di memoria, e quindi meno bisogno di storia.
Ne vengono altri che hanno un bisogno più forte di memoria, e quindi anche di storia.
Probabilmente, questo è un tempo che ha esigenza, necessità, urgenza di memoria e di storia.
Sarà per il fatto che si tratta di un tempo di passaggio di secolo, di millennio; sarà perché si proviene da un Novecento ribollente, sublime e feroce, nobile e meschino, che ha stretto in sé tutte le espressioni dell’umano, ogni coerenza e ogni contraddizione, ogni entusiasmo e ogni disperazione; forse secolo breve, come sosteneva Eric Hobsbawm, forse secolo interminabile, come dicono altri. Comunque, il secolo di due guerre mondiali, terribili. Della bomba atomica, dei Lager, dei Gulag, dell’uomo che arriva sulla luna, delle scoperte scientifiche formidabili e del progresso straordinario, dei conflitti tribali e della violenza cieca, della nascita e della fine delle grandi ideologie, dei contrasti che bruciano ancora. Cronologicamente concluso, culturalmente ancora aperto, discusso, oggetto di dialettiche forti.
Sarà per questi motivi, sarà per altri, per molti altri, ma il fatto è che si ha bisogno di memoria e di storia. Perché si ha bisogno di comprendere le cause e gli effetti e le prospettive di quello che accade tutti i giorni; si ha bisogno di stabilire connessioni, correlazioni, di confrontare quello che è con quello che è stato, e, considerando quello che è e quello che è stato, di ipotizzare quello che potrà essere.
Se potrà essere bene o male, dipenderà dai nostri comportamenti, e i nostri comportamenti dipendono, per buona parte, dalla conoscenza che si ha di quello che hanno prodotto i comportamenti di coloro che sono venuti prima.
Alcuni di essi hanno prodotto bene, benessere, sviluppo, emancipazione, progresso; altri hanno prodotto male, malessere, sciagura, tragedia, macerie. Quindi è necessario conoscere quello che è stato. Conoscere quello che è stato significa avere memoria: personale, collettiva, diretta o mediata culturalmente. La memoria personale, diretta, ha una possibilità relativa. La memoria collettiva, mediata culturalmente, ha la possibilità di codificarsi, di stabilire punti di riferimento, di elaborare contesti di appartenenza.
Se non si conosce quali sono state le conseguenze di certi comportamenti, si possono adottare quegli stessi comportamenti, provocando le stesse conseguenze. Se si conoscono, si adottano quelli opposti, che provocano conseguenze opposte.
Il Bene e il Male sono scritti nella storia. La conoscenza della storia consente di scegliere.
Nella storia è scritto anche che in ogni tempo c’è sempre stato chi ha scelto il Male. Poi c’è scritto che coloro che hanno scelto il Bene erano di più, oppure che erano di meno ma che sono riusciti a prevalere sui più che avevano scelto il Male.
Poi, si può anche arrivare a pensare che nessuno può scegliere il Male perché ciascuno ha almeno una persona che ama. La storia dice che fino a questo momento non è mai accaduto. Ma si può sempre pensare che da questo momento in poi si può scrivere tutta un’altra storia.
Si tratta di un’aspirazione ideale, forse anche di credulità. Va bene. Però, se la memoria dell’accaduto, elaborata attraverso la storia, potrà servire a ridurre la percentuale di coloro che scelgono il Male, allora l’umanità avrà realizzato la sua conquista più grande.
Senza memoria. Senza narrazione
Talvolta si dice che questo tempo non abbia più memoria, che aderisca esclusivamente al presente senza riconoscere i significati fondamentali del passato. Si dice che sia diventato ormai irreversibile il processo prodotto dalle incursioni dell’oblio, che non c’è nulla che viva oltre l’istante in cui avviene, nulla che resista, che si costituisca come modello, esperienza di riferimento. Si dice così, talvolta, forse spesso, e non si può escludere che ci sia qualcosa di vero, come non si può neppure escludere che ci sia qualcosa di falso. Probabilmente, come molte delle faccende che riguardano l’umano, è un po’ falso e un po’ vero nella stessa misura e allo stesso tempo, ma in ogni caso è sempre soggetto ad una interpretazione individuale e collettiva, che, in quanto interpretazione, muta in relazione alle circostanze che intervengono su di essa, che ne determinano l’orientamento, la conformazione, la consistenza.
Ma non si può neanche escludere la possibilità di una ulteriore considerazione, cioè che questo tempo abbia completamente trasformato tanto le forme della memoria quanto il rapporto che stabilisce con essa. Non si può escludere che sia mutato lo stesso concetto di passato e conseguentemente quello di memoria.
Può essere vero, può essere falso, può essere qualcosa che va al di là del vero e del falso, può essersi verificata una mutazione profondissima che ha coinvolto i concetti di memoria e di passato, dunque. Quello che però può essere accettato senza troppa difficoltà è il mutamento che si è verificato nei metodi di elaborazione, di costruzione della memoria. Soprattutto in quello che da sempre è stato il metodo, se non esclusivo, comunque predominante, che è la narrazione: il racconto di un’esperienza che qualcuno fa ad un altro, con qualsiasi forma, con qualsiasi linguaggio, ma in una relazione che mette insieme la fisicità di chi racconta e di chi ascolta.
A questo punto, la conclusione sarebbe, o sembrerebbe, abbastanza facile: il tempo che attraversiamo ha perduto la memoria perché durante l’attraversamento noi abbiamo perduto l’interesse o il desiderio o il bisogno di raccontare in una condizione di prossimità. Forse abbiamo creduto che qualcosa di diverso da noi, uno strumento diverso dalla nostra voce, dalla nostra scrittura, dalla nostra parola, potesse farlo al nostro posto, e abbiamo rinunciato a raccontare, ce ne siamo rimasti in silenzio. Non siamo soli, durante l’attraversamento. Abbiamo sempre qualcuno davanti a noi, accanto, dietro di noi, ma facciamo tutti silenzio. Davanti vanno quelli che hanno cominciato il viaggio prima di noi, e restano in silenzio. Accanto ci sono coloro che hanno cominciato il viaggio insieme con noi, ma restano in silenzio loro, e restiamo in silenzio noi; dietro vengono quelli che hanno cominciato il viaggio dopo, ma non fanno domande, non sperano risposte.
Nessuno racconta più. Dopo la scomparsa delle grandi narrazioni, si è verificata la scomparsa anche delle piccole narrazioni: di quelle quotidiane, essenziali, per frammenti. Aveva già visto e compreso tutto Walter Benjamin, già a metà degli anni Cinquanta, in quello straordinario saggio sul narratore contenuto in quello straordinario libro che è Angelus Novus. L’arte del narrare si avvia al tramonto, diceva. Diceva che capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare. E’ come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: quella di scambiare esperienze.
Allora la conclusione è facile. La memoria è scomparsa perché è scomparsa la narrazione.
Però potrebbe venire il sospetto che la narrazione non sia scomparsa, che invece sia mutata, e che di conseguenza sia mutata la memoria trasmessa attraverso la narrazione.
Probabilmente si racconta ancora perché è impossibile non raccontare. Ma si racconta in maniera diversa, con forme diverse, con linguaggi diversi. Per cui diversa risulta la costruzione della memoria e la sua rappresentazione.
Con molta probabilità, una funzione determinante nel processo di mutazione della narrazione e della memoria viene assunta dalla tecnologia. Perché la tecnologia ha cambiato e continua a cambiare in modo vertiginoso le forme della narrazione. Fino ad un certo punto, il racconto si è realizzato esclusivamente attraverso la voce e la scrittura. Poi la tecnologia di massa ha proposto nuove forme di racconto, più rapide, sintetizzate, essenzializzate all’estremo. Forse si tratta di forme che hanno coerenza con il tempo e dunque frammentarie, discontinue, disarticolate. In fondo, la narrazione appartiene al tempo, è parte del tempo, lo rappresenta, si fa traduzione dell’esperienza di vivere il tempo, e il tempo presente ci consente soltanto esperienze frammentarie, discontinue, disarticolate. Sono esperienze continuamente interrotte da altre, costantemente distratte. Così, anche all’interno di un racconto si verificano le fratture.
La memoria di questo tempo si riguarda allo specchio della narrazione, dunque e, come essa, si ritrova frammentaria, discontinua, disarticolata. Priva di sequenze logiche, cronologiche. Disorientata perché non può rintracciare il punto da cui comincia, non è in grado di riconoscere le direzioni che ha seguito, non può ripercorrere le strade che ha percorso.
Allora, forse la memoria non è scomparsa, non è scomparsa la narrazione. Dalle bisacce che ci portiamo dietro nel corso del cammino tiriamo fuori uno strumento con il quale raccontiamo, attraverso frammenti di immagini e parole, com’è il paesaggio che si apre intorno, forse anche che cosa stiamo pensando in quel momento, forse anche l’emozione che stiamo provando. Lo raccontiamo così, con una modalità che ha abolito i tempi di mediazione, che ha modificato le strutture del racconto. Lo raccontiamo a quelli che camminano davanti a noi, a quelli che ci camminano accanto e a quelli che vengono dietro.
Lontanissimi anche nella vicinanza. Senza prossimità, senza i significati che vengono portati da una pausa, uno sguardo, un sospiro che provocano l’attesa di un ulteriore racconto.
I ricordi che ci vengono incontro
Aurelio Agostino, vescovo di Ippona, filosofo, teologo, fatto santo, è uno dei più grandi scrittori di ogni tempo, capace di sciogliere in semplicità di espressione i concetti più complessi, di elaborare immagini di intensità straordinaria, di radunare in una sintesi essenziale significati provenienti da processi di pensiero diversi.
Per esempio, nelle Confessioni ci sono pagine sulla memoria che raggiungono profondità eccezionali, che anticipano la più avanzata psicologia.
C’è un punto, nel decimo libro, in cui Agostino scrive degli “ampi ricettacoli della memoria”, dove si trovano accumulati innumerevoli tesori di immagini.
Quando entro in quei ricettacoli, dice, basta che io chieda quel che voglio trarne. Alcune impressioni emergono subito, altre bisogna ricercarle più a lungo, come se si dovessero cavar fuori dai ripostigli più segreti, altre ancora si affollano tutte quante insieme mentre si cerca o si vuole cosa diversa, e balzano in mezzo come per dire “ siamo forse noi?”. Con un atto di volontà – continua – le allontano dalla visione del ricordo, fin quando non si snebbia quello che io voglio e non viene fuori, chiaro, dal fondo. Poi ci sono altre impressioni che si snodano con facilità e con ordine perfetto, secondo il richiamo. Le prime cedono il posto alle seconde, e, quando si ritirano, tornano nel loro nascondiglio, pronte a riapparire ad un cenno della mia volontà. Il che avviene quando narro qualcosa mnemonicamente.
Il passo di Agostino attribuisce una rilevanza assoluta alla memoria soggettiva e volontaria, alla possibilità e alla capacità dell’uomo di richiamare i ricordi e di organizzarli, di governarli, di dare ad essi un ordine, di finalizzarli ad un’intenzione, ad un percorso di esistenza che di conseguenza trova nella memoria una condizione sostanziale e fondamentale.
A volte viene da considerare che, in fondo, non esiste nessuna cosa che si possa pensare, nessun comportamento, nessuna espressione della nostra personalità che non abbia un legame con la memoria, che ad essa non faccia, implicitamente o esplicitamente, riferimento. Probabilmente non esiste neppure una sola parola pronunciata che non si leghi in qualche modo ad un’altra parola, percepita magari anche in un tempo lontano. Perfino la nostra immaginazione si fonda sulla memoria. Qualsiasi fantastica configurazione, qualsiasi costruzione immaginaria trova il proprio impulso nel filamento di una radice della memoria. Poi la si trasforma, la si proietta in un altrove semantico, ma l’impulso è nel fondo della memoria.
Quando non li cerchiamo, i ricordi ci vengono incontro, comunque. A volte inaspettatamente. Ci sorprendono con immagini che si erano inabissate in qualche punto e che improvvisamente riemergono, qualche volta nitide, qualche volta confuse, come fossero avvolte da una nebbia fitta che di esse lascia intravedere soltanto sagome scontornate, sospese nel niente.
Con la memoria ci confrontiamo, facciamo i conti, costantemente. Con serenità oppure con inquietudine, ma inevitabilmente, che ci faccia piacere o dispiacere.
Sappiamo perfettamente che non può essere diversamente da così.
E’ in quelli che Agostino chiama ricettacoli della memoria, oppure la stanza immensa della memoria, è nel luogo di dentro dove si viene incontro a se stessi, si ricorda se stessi, dove sono depositate tutte le esperienze, il punto in cui risiede il senso radicale della nostra esistenza.
Probabilmente è sempre stato così anche per la memoria collettiva, quella di una civiltà, determinata dalla integrazione e dalla interazione delle memorie individuali.
E’ sempre stato così, probabilmente, fino ad un certo tempo, che, con molta approssimazione e senza nessuna certezza di elementi, si potrebbe individuare nella prima metà del Novecento.
E’ stato subito dopo quel tempo che si è aperta la crepa, si è creata la frattura. E’ stato subito dopo quel tempo che la memoria collettiva non ha rappresentato più una condizione di riferimento.
Abbiamo cominciato a pensare che si potesse ignorare tutto quello che era stato, che tutto accadesse per la prima volta, che noi fossimo quelli che scoprivano il mondo e l’arte e la scienza. Ma soprattutto, e più pericolosamente, che si potesse fare tranquillamente a meno di tutte le esperienze maturate fino a quel momento.
Poi è sopravvenuta la seduzione di una parola: globale. La memoria che costituiva l’identità delle comunità caratterizzate da sistemi simbolico- culturali è stata risucchiata, impastata dal globale. E’ diventato difficile, a volte impossibile, il riconoscimento dei tratti della memoria collettiva alla quale la memoria individuale appartiene. Quando la memoria soggettiva richiama la memoria collettiva, si ha la risposta di un flusso di immagini e rappresentazioni sovrapposte, confuse, indistinguibili. Quando è la memoria collettiva ad esercitare il suo richiamo, la memoria individuale si ritrova nell’universo informe del globale, non riesce a collocarsi in una struttura culturale, a rispecchiarsi in modelli, archetipi, significati.
Forse non è vero che questo sia un tempo senza memoria, che gli uomini di questo tempo siano senza memoria.
Forse, invece, è vero che sia un tempo di uomini dall’eccesso di memoria senza qualità.
Forse gli uomini di questo tempo rassomigliano drammaticamente al personaggio di una delle “Finzioni” di Jorge Luis Borges.
Ireneo Funes diceva di avere più ricordi, lui, da solo, di tutti gli uomini di tutti i tempi messi insieme. Diceva che la sua memoria era come un deposito di rifiuti. Era il solitario e lucido spettatore di un mondo vertiginoso e multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso, sovraccarico di immagini, di meticolosi dettagli concreti, eppure intangibili.
Rassomigliamo a Ireneo Funes. Siamo sovraccarichi di memoria, insidiati da una quantità smisurata di memoria prodotta da un mondo vertiginoso, multiforme. In questa quantità di memoria senza forma cerchiamo la chiave di una porta che ci consenta di rientrare nei luoghi e nelle storie che ci hanno fatti nel modo in cui siamo.
Dal trovare o non trovare quella chiave dipenderà il nostro ritrovarci oppure il nostro perderci, definitivamente.
Guardando avanti (e indietro)
Si dice che sia necessario, che sia indispensabile guardare sempre avanti, ed è vero. L’esistere si realizza nel vedersi sempre oltre il tempo in cui si è. I progetti si fanno guardando avanti, scrutando gli orizzonti, immaginando – fantasticando anche – quello che sarà, il modo in cui sarà il tempo a venire, il modo in cui saremo nel tempo a venire. Avanti è il luogo del desiderio, della promessa, del richiamo affascinante, seducente. Avanti è il tempo da esplorare, da conquistare, istante per istante.
Però, è inevitabile guardare anche indietro. Perché indietro è il luogo in cui si è realizzato quello che abbiamo, in cui è maturato il nostro essere come siamo. Indietro è la casa del padre, della madre. Quindi il luogo della storia. Indietro è il luogo in cui si è compreso quale fosse la strada da fare per arrivare al punto in cui si è arrivati, forse anche quale sia la strada da fare se si vuole ritornare al punto da cui si è partiti: perché talvolta accade che si voglia ritornare. Indietro è il tempo del racconto profondo e della parola essenziale, dell’entusiasmo e del sogno ad occhi chiusi e aperti. Forse indietro è anche il tempo della nostalgia, che però è ricompensata da una, come dire?, specie di soddisfazione per quello che si è riusciti a fare. Per l’altro, per quello che non si è riusciti a fare, non ci può essere nessuna nostalgia. C’è rammarico oppure indifferenza. Si dice: poteva andare diversamente da come è andata. Oppure si dice: è andata così. Basta.
Poi bisogna sapersi guardare anche intorno, nel luogo in cui si vive veramente, quel luogo a volte confuso, caotico, che sembra sconnesso, ambiguo, malridotto, che però è il luogo della concretezza, quello in cui accadono le cose con le quali ci si deve, volenti o nolenti, confrontare, il luogo che pretende il nostro impegno, il nostro dovere di umanità. Intorno è il tempo deciso da noi. Se è un tempo chiaro o un tempo scuro dipende soltanto da noi. Se è un tempo bello o un brutto tempo, un tempo di benessere o di malessere, un tempo di verità o di menzogna, dipende sempre da noi, da quanto noi si riesca a farlo essere chiaro o scuro, vero o falso, bello o brutto.
Intorno è il tempo dell’osservazione e dell’analisi. E’ un ponte gettato fra un passato e un futuro.
Allora, forse si può dire che non basta guardare sempre e solo avanti. La storia e l’analisi sono indispensabili per poter scegliere con consapevolezza la strada che conduce al futuro.
Senza questa consapevolezza, si corre il rischio del disorientamento. Forse anche della dispersione. Perché il futuro è un luogo e un tempo dell’incertezza. E’ stato sempre così. In questo tempo lo è di più. L’incertezza naturale si è fatta più complessa, complicata.
Il futuro è il tempo al quale rivolgiamo costantemente il nostro pensiero eppure è l’unico tempo che non ci appartiene. Se il passato ci appartiene totalmente e il presente ci appartiene nei suoi rapidissimi passaggi attraverso i quali si trasforma in passato, il futuro è un tempo estraneo, un luogo sconosciuto, che a volte richiama e a volte fa paura. E’ soltanto una condizione immaginaria, una figurazione, la speranza di una possibilità di cui però non possiamo fare a meno. Infatti non facciamo altro che proiettarci continuamente verso quella condizione immaginaria, quella figurazione, quella speranza. In ogni istante pensiamo a quello che faremo, che vorremmo fare nell’istante successivo. In ogni istante abbiamo una visione di futuro. Osserviamo noi stessi in un altro luogo o nello stesso luogo modificato; osserviamo noi stessi in un tempo che ancora non è venuto; ci vediamo esistere in quell’altro luogo, in quel tempo non ancora venuto.
Però, questa visione del futuro ha sempre una relazione sia con quello che stiamo facendo, sia con quello che abbiamo fatto. Una visione del futuro, che in qualche modo non si fondi sulla memoria, che attraverso qualche filamento di esistenza non sia collegata con la memoria e con quello che è, forse non esiste.
Il guardarsi indietro, il guardarsi intorno è un modo per attribuire una concretezza alla condizione di indeterminatezza del futuro. Un modo per rendere meno ambiguo il suo significato, per poter avere almeno l’illusione di sottrarlo all’enigma, al mistero, per avere la speranza di poterlo abitare.
Abitare il futuro comporta il conferimento di una ulteriore consistenza al proprio presente, in quanto spazio temporale aperto al divenire. Non solo. Significa anche collocarsi in modo positivo nella contrapposizione fra il tempo della fisicità e quello dell’interiorità; significa reagire in modo creativo all’inevitabile dominio che il tempo opera sugli esseri e sulle cose che ad essi appartengono.
Abitare il futuro comporta l’attribuzione di pregnanza semantica al proprio divenire nel tempo, rispetto tanto a se stesso quanto all’altro da sé. Perché, come non si abita solitariamente il presente, allo stesso modo non si abita solitariamente il futuro.
E’ probabilmente in questa dimensione che la relazione tra il guardare avanti e il guardarsi indietro e intorno assume un significato sentimentale. La figura, necessaria e indispensabile, dell’altro con cui ci pensiamo nell’abitazione del futuro ha la fisionomia di chi ha abitato con noi il passato e con noi abita il presente. Forse è questo che attribuisce al tempo una condizione di continuità, che in un certo senso, anche soltanto immaginario, ricompone le fratture.
Quello che chiamiamo sentimento del tempo e del nostro essere nel tempo è anche questo pensarsi nel futuro allo stesso modo in cui siamo stati nei giorni che abbiamo vissuto, in cui siamo nei giorni che viviamo.
Scienza o poesia. Scienza e poesia
Il mondo è pieno di mistero, dice il fisico Carlo Rovelli. “E’ pieno di emozioni di cui non riusciamo a parlare, di fenomeni complessi che non sappiamo spiegare, di galassie lontane in cui non sappiamo che cosa ci sia. Poeti e scienziati esplorano pezzetti del mistero e creano linguaggi per cercare di afferrarne dei pezzi. Poi i mezzi sono quanto di più diverso ovviamente, e soprattutto è diverso il modo di verificare l’efficacia di quanto si costruisce. Un poeta è efficace quando le sue parole ci toccano, ci emozionano, ci parlano. Uno scienziato è efficace quando le sue teorie permettono di prevedere il futuro, di costruire cose che prima non c’erano, eccetera. Ma la spinta è la stessa: andare verso il mistero”.
Probabilmente scienza e poesia cominciano sempre sulla soglia dell’incognita, scagliano il pensiero verso paesaggi sconosciuti, a volte soltanto immaginati, altre volte neppure immaginati, sognano di proiettarsi oltre la siepe, di giungere ad altezze dalle quali neanche la vertigine è più possibile, di perlustrare la profondità senza misura degli abissi, di spingersi fino al confine di impossibili deserti.
Al principio c’è sempre l’attrazione del mistero.
La Luna è sempre quella stessa Luna, in natura. Lontana e presente, ad un tempo solo. Misteriosa e familiare. Oggetto dello stesso desiderio, delle stesse interrogazioni, protetta dall’identico mistero.
Poi, una notte di gennaio del Milleseicentodieci, Galileo riesce ad approssimare lo sguardo alla luna; con il suo cannocchiale riesce a vedere cose che senza quello strumento non avrebbe mai potuto vedere.
Il 30 di gennaio, a Belisario Vinta scrive che il cannocchiale gli ha fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse e, “quello che eccede tutte le meraviglie”, quattro nuovi pianeti, e gli ha permesso di osservare i loro movimenti, “differenti fra di loro et da tutti li altri movimenti dell’altre stelle”.
Non importa se Leopardi abbia mai osservato la luna con un cannocchiale, anche se non è improbabile per uno che a quindici anni scrive una storia dell’astronomia. Ma che l’abbia fatto oppure no, è certo che luna e cielo gli furono sempre dolcemente e terribilmente vicini. Ne ha trascritto la parola e il silenzio. Ha parlato con essi e li ha ascoltati.
In una delle sue meravigliose Operette morali, immaginò un dialogo tra la Terra e la Luna; ad un certo punto la Terra, rivolgendosi alla Luna, dice che “un fisico di quaggiù, con certi cannocchiali, che sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto costì una bella fortezza, co’ suoi bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali”.
Allora la Luna le risponde: “Ma se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista de’ tuoi fanciulli; che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia”.
Ecco, dunque, che la Luna rimane lì, sospesa, nello spazio e nel tempo, nell’immaginazione e nel sogno, orizzonte della stessa tensione di conoscenza, coinvolta nella stessa ansietà di rivelazione.
Ma la scienza, con i propri metodi sistematici e i propri strumenti calibrati, segue un percorso di ricerca, e la poesia – l’arte – ne segue un altro con un metodo che si fonda su un costante rinnovamento dello stupore e con strumenti che rispondono quasi esclusivamente ai principi determinati dall’emozione filtrata dalla ragione.
Probabilmente la differenza è tutta qui: nei metodi e negli strumenti; non nelle finalità, non negli esiti, nemmeno nelle verità, se le verità in qualche modo esistono. La differenza è nelle modalità con cui si osserva la Luna, nei significati che s’intende attribuire alla conoscenza.
Però tra scienza e poesia non si dovrebbero spalancare fratture perché esiste quantomeno una condizione in comune, che è rappresentata dalla consapevolezza della provvisorietà di qualsiasi scoperta, di qualsiasi elemento di conoscenza raggiunto.
La scienza sa perfettamente che c’è sempre qualcosa al di là di quello che conosce, che c’è sempre un’altra soglia dalla quale mettersi a scrutare l’infinito. La poesia sa che c’è sempre una nuova emozione oppure una variante della stessa emozione con cui doversi confrontare e fare i conti.
Così l’una e l’altra si ritrovano, più o meno consapevolmente, in un accordo di senso, nella condizione di un sentimento che sospinge verso un costante superamento dell’acquisito.
L’una e l’altra non vogliono fare altro che illuminare appena appena il buio, proprio perché è il buio che le attrae; non vogliono altro che disvelare l’ignoto, perché è l’ignoto che le seduce.
Per scienza e poesia, quello che già si conosce ha un valore assolutamente inferiore a quello che non si conosce.
Se tutto fosse conosciuto, scienza e poesia non esisterebbero, oppure il loro significato non avrebbe l’importanza assoluta che ha sempre avuto.
Non ha alcun senso, dunque, perseverare, assurdamente, nelle contrapposizioni e, ancor peggio, nelle classificazioni delle priorità. Ha senso, invece, determinare o rinforzare la relazione, l’interdipendenza, la reciprocità, l’integrazione e l’interazione del sapere scientifico con quello umanistico.
Quando accade, è come un miracolo. Quando accade, è un incontro di universi. Per esempio, accade nel De rerum natura di Lucrezio. Per esempio, accade quando dice che nessuna sostanza ritorna nel nulla, ma tutte, dissolte, ritornano alle particelle elementari della materia. Accade quando dice che ogni cosa visibile non perisce del tutto perché la natura ricrea una cosa dall’altra, e non lascia che alcuna ne nasca, se non dalla morte di un’altra.
Come si fa a dire se durante il suo viaggio verso la luna, in qualche momento di riposo, Neil Armstrong non abbia riletto qualche pagina del Sidereus Nuncius.
Come si fa a dire se in qualche angolo dell’Apollo 11, lui e Buzz Aldrin e Michael Collins non avessero una traduzione inglese del “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”.
Mentre andavano verso il mistero. Come fa ciascuno di noi, ogni minuto.
La scienza di esistere
“ Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato”.
Finiscono così le Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli.
Con questa consapevolezza lucida per il poco che sappiamo; con l’attrazione per tutto quello che non sappiamo e che non potremo sapere mai del tutto.
Finiscono con la convinzione implicita che si resterà sempre sui bordi, insoddisfatti del nostro sapere e richiamati dall’oceano sterminato dell’incognito.
Si resterà sempre sui bordi, nonostante il loro continuo smottare, il loro continuo franare, con il desiderio di intraprendere il viaggio verso mondi nuovi e con la rassicurante certezza del lembo di terraferma di una conoscenza che abbiamo conquistato.
Ma la terra, il cielo, il mare reclamano un’esplorazione. Anche la mente dell’uomo, anche le storie dell’uomo richiamano o pretendono un’esplorazione.
Sappiamo che le nostre filosofie sono precarie, che lo sono le nostre psicologie, le nostre ragioni, le capacità di analisi, i metodi con i quali tentiamo di indagare, sappiamo che sono precari gli strumenti che abbiamo, il nostro tempo, la nostra memoria; che la nostra esistenza e precaria. Vorremmo che non lo fossero i nostri sentimenti, però anche quelli sono precari: mutano, svaniscono.
Ma la precarietà di tutto non scalfisce la tensione – la passione – per la conoscenza, né la lusinga che esercita il viaggio. Anche quando a volte ci si dice che, a conclusione di tutti i conti, fatto il pari e dispari che si deve fare, ogni conoscenza può essere inutile; anche quando ci si dice che le cose che riguardano il principio e la fine non si potrà arrivare a conoscerle mai compiutamente, anche in quei casi, l’ansia di conoscenza non smette di assediarci.
Restiamo sui bordi. Con le nostre certezze mai definitive, con le nostre incertezze sconfinate, con le conoscenze mancate e con quelle improbabili o impossibili. Restiamo sui bordi, con le inquiete speranze, con i dubbi profondi. Con le nostre idee di realtà che spesso non corrispondono alla realtà; con le nostre immaginazioni, figurazioni, con i disegni del futuro, con le ipotesi su come può essere l’oceano che non conosciamo, con le continue conferme e smentite. Con le inevitabili e irrisolvibili contraddizioni. Ma, come diceva Blaise Pascal, la contraddizione non è contrassegnata da falsità, né la coerenza è contrassegnata da verità.
Allora, noi abbiamo alcune verità che sono elaborate sulla base di quello che conosciamo, ma sappiamo che quello che conosciamo spesso è assolutamente relativo, è assolutamente incerto. Così ci chiediamo se nell’oceano dell’incognito ci possano essere altre verità che, una volta conosciute, potrebbero smentire quelle che abbiamo, sostituirle.
Questa ipotesi un po’ ci rapisce e un po’ ci impaura. Alle nostre verità noi siamo affezionati. A volte non ci interessa nemmeno che si tratti di vere verità; ci interessa che appaghino il nostro bisogno di verità.
Però, di tanto in tanto, ci si chiede se nell’oceano esistano altre verità e se possano essere migliori di quelle che abbiamo, se, per esempio, possano consolarci di più, darci un’altra idea dell’ora e del dopo, svelarci uno dei tanti misteri che attraversano l’universo, offrirci nuove possibilità, altri orizzonti, proporci un’altra bellezza più consistente, più intensa.
Restiamo sui bordi. Accerchiati da molte domande senza risposta, o alle quali diamo risposte ambigue, inadeguate, superficiali.
Restiamo sui bordi, incerti se avventurarci nell’oceano o se restare sul confine fra la terra conosciuta e l’incognita del mare.
Forse il senso profondo della relazione che noi abbiamo con il conoscere potrebbe anche essere quest’incertezza.
Ci sono circostanze in cui diciamo che ci basta quello che sappiamo, le grandi o piccole conoscenze che abbiamo; ce ne sono altre in cui quello che sappiamo ci sembra così insufficiente e misero, così banale.
Forse il processo di conoscenza comincia proprio nella circostanza in cui avvertiamo l’insufficienza, la miseria, la banalità di quello che sappiamo.
Il viaggio comincia a quel punto. Quando si è disponibili a staccarsi dalle certezze, da quelle che crediamo siano verità, dai sistemi che si costituiscono come riferimento, dagli assoluti, per confrontarci non solo con il nuovo, ma anche con la sua idea, la sua ipotesi, con la possibilità che esistano altre ragioni, altre storie.
Così il nostro conoscere è l’esito della coesistenza delle due condizioni di bisogno: quello di sentirsi dentro un universo di cui abbiamo esperienza e quello di esplorare universi di cui non abbiamo esperienza. Le sicurezze ci sono date da quello che sappiamo; le seduzioni provengono da quello che non conosciamo. Siamo sempre in una sospensione fra il bordo e il mare aperto, tra un punto di arrivo che coincide con uno di partenza, tra un entusiasmo di essere lì dove siamo e il richiamo insistente del mistero.
Probabilmente non è solo la scienza a strutturarsi su questo comportamento. Accade anche nel nostro esistere quotidiano, nel mestiere che facciamo, nel rapporto con gli altri. Restiamo sul bordo e contemporaneamente ci stacchiamo da esso ogni giorno. Ci sentiamo rassicurati dalle nostre certezze e richiamati da ipotesi di realtà di cui non abbiamo certezze, ogni giorno. Abbiamo, ad un tempo, curiosità e paura dell’ignoto ogni giorno. Ci chiediamo, ogni giorno, se i valori consistenti, le verità vere si trovino nei territori conosciuti o in quelli sconosciuti. Non è solo la scienza a procedere tra certezza e incertezza. Oppure potremmo dire che il nostro esistere quotidiano sia scienza. Forse è così, si potrebbe dire così: la scienza di esistere. Che poi è quella probabilmente più complicata, quella che, più di ogni altra, è determinata dal contrasto fra sapere e non sapere, fra la certezza del bordo di quello che sappiamo e il mistero affascinante di quello che non sappiamo, dalla bellezza di una cosa e dell’altra.
Forse è la scienza di esistere che ci lascia senza fiato.

