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L’afflato omerico di Corrado D’Elia e Mario Perrotta

 

a cura di Vincenzo Sardelli

 

L’Iliade e l’Odissea sono capolavori assoluti della letteratura mondiale, che hanno codificato i caratteri del genere epico.

I testi omerici sono attraversati da temi e forme comuni. La forza, l’astuzia, l’ingiustizia e il valore prevalgono in maniera alterna, così come le tragedie del dolore, della separazione, dell’esilio e della morte.

 

L’epica classica è esaltazione delle virtù eroiche, ma anche della pietà, della fedeltà, dell’amicizia. Questi valori si concretano in grandi individualità (Achille, Ettore, Ulisse), assurte a caratterizzare eterni tipi umani e il destino di interi popoli. L’eroe è un individuo eccezionale dotato di carisma e forza fisica, virtù guerriera e spiccato senso dell’onore. Attraverso le sue azioni, l’eroe sviluppa il senso d’appartenenza e di coesione sociale, e poi funge da tramite fra l’umano e il divino. Egli incarna i modelli di comportamento e i valori emblematici della comunità di riferimento. Costituisce un esempio da seguire perché è forte, coraggioso, intelligente al di sopra degli altri, anche se ha, come tutti gli appartenenti al genere umano, difetti e debolezze.

 

Di qui l’inestimabile valore documentario dei poemi omerici, che descrivono in maniera concreta e «totale» la società ellenica nelle sue caratteristiche decisive: il culto sacro dell’ospitalità, l’amore per la virtù e la bellezza, il gusto delle arti (canto, danza, pittura, poesia), il senso della natura legato all’importanza delle attività agricole e pastorali, lo spirito d’avventura promotore dei viaggi e del commercio.

La grandezza della poesia omerica supera i confini di un genere o il valore pur grande di testimonianza storica. L’armonia ampia e solenne del verso, la forza di rappresentazione, la molteplicità dei toni (realistici, elegiaci, comici, favolosi) si prestano alla teatralizzazione, a operazioni di rifacimento anche molto distanti tra loro, però vicine alla sensibilità del pubblico.

È il caso dell’Iliade di Corrado d’Elia, che ha chiuso la stagione 2015/16 del Teatro Libero di Milano. O dell’Odissea del leccese Mario Perrotta, che di recente ha fatto tappa all’Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini per la rassegna milanese  Da vicino nessuno è normale.

 

D’Elia dà il meglio di sé quando si siede su uno sgabello sul palco con poche luci, un leggio, una buona storia da raccontare. Qui è il suono della risacca del mare a introdurre uno spazio mitico. La scena minimalista dà risalto all’autore e alla parola, ripulita di quel surplus di teatralità, per ribadire il potere del gesto e dell’evocazione. Come un antico aedo ospite di riguardo, d’Elia emula Odisseo nel palazzo di Alcinoo. Racconta di pestilenze e profezie, di gesti empi contro padri e sacerdoti, di atti eroici, vendette e rancori. Narra la guerra, la sua forza distruttrice, la bestia umana assetata di sangue, ma anche atti di coraggio, pietà e clemenza.

 

Corrado d’Elia ridisegna gli episodi cruciali del capolavoro omerico. Definisce con tecnica a sbalzo i grandi personaggi, tratteggiati con umanità ed empatia: Achille sdegnoso e invincibile; Agamennone superbo; Crise umile; Menelao vanaglorioso; Paride efebico e pavido; Patroclo idealista; Ettore valoroso; Priamo fragile padre canuto.

La scelta spartana delle luci tende a scarnificare il concetto stesso di rappresentazione. Punta alle emozioni semplici, al segno incisivo che rifugge dall’estetismo.

Gli eroi narrati usano la stessa koiné degli spettatori. Gli dei sono ridimensionati, messi al servizio della storia. Gli spettatori condividono con d’Elia il palco. Le variazioni sono nelle sonorità emesse dalla voce, negli occhi, negli sguardi. Un racconto intimo e concitato, rapido, con iterazioni che danno risalto alle pause. È un flusso di emozioni, confessioni sommesse e sfoghi di rabbia. L’accompagnamento musicale è ritmo immaginifico. Sono sonorità anatoliche naturalistiche, che spaziano dal frastuono del mare ai tamburi di guerra, amplificando i sentimenti, pulsando le suggestioni e i colori della storia.

Ascoltare Iliade davanti ad un moderno cantore vuol dire ripercorrere quel filo che collega mito, epica, narrazione e presente. L’amore e l’odio che Omero cantava, le gesta dei grandi uomini, le loro passioni, sono i medesimi di oggi con la stessa potenza dirompente e il loro essere sentimenti assoluti.

 

È un Telemaco contemporaneo davanti al mare del Salento, affascinato da un padre assente ma mitico, quello che Mario Perrotta, autore, regista e attore leccese, propone ormai da alcuni anni in Odissea.

Perrotta, interprete mai banale del teatro-racconto, offre una versione particolare del poema omerico, centrata sulla figura del figlio. Telemaco, rampollo per antonomasia, è catapultato nel XXI secolo, avvilito da gente di paese che al bar della piazza mormora alle spalle sue e della sua famiglia.

Anche Penelope, madre reclusa, è presente in quest’alchemica contaminazione epico-salentina. Si chiama Speranza: è un’ombra nascosta dietro le persiane, anche lei perduta nella sua tela-isola.

L’Odissea di Perrotta mescola mito e quotidiano, Itaca e Salento, poesia colta e dialetto. L’attore si presenta da menestrello, giacca da varietà, viso di biacca. Lo accompagnano le musiche originali dal vivo eseguite da Mario Arcari (oboe, clarinetto e batteria – ha suonato anche per De André) e Maurizio Pellizzari (chitarra e tromba). Sono armonie di feste paesane, di processioni, echi amarcord alla Nino Rota.

Le luci si spargono rossastre sulle note dei musicisti, bianche sulla voce del narratore. Un bagliore lunare evidenzia i gesti delle mani. La voce di Perrotta è calda e spettrale, suadente e tambureggiante. Prendono forma giochi di parole, bisticci e strafalcioni verbali. Le mani disegnano geometrie di gabbiani. Gli sguardi scrutano l’orizzonte, nell’attesa atavica di qualcosa sempre sul punto di accadere. Ne nascono scenette ironiche da avanspettacolo, ma anche storie che narrano l’anima. È la voce di Telemaco, ma anche il delirante sogno del suo amico Antonio, lo scemo del paese, un pescatore che apre le cozze e le restituisce a quel mare mastodontico che percuote le coste, eppure è incapace di aprire una sola cozza. Il mare ricambia. Svela i suoi segreti a chi, come Antonio, sa ascoltare. Come le storie di Ulisse. Sono lotte ciclopiche, tempeste, diapositive che scorrono veloci sugli immaginari femminili. Sono richiami di Sirene, festini erotici – da Maga Circe – di  maschi potenti e donnicciole compiacenti. Sono danze, silenzi, guerre e pianti.

 

Il mito aiuta a comprendere l’oggi. Dà voce e immagine a situazioni e paure dell’animo. È la vicenda di Telemaco, delle sue attese, tensioni e fantasie. È la storia di Ulisse, delle sue peripezie. Ma qui la figura simbolica non è mai in discussione, e questo padre aiuta anche attraverso l’assenza il figlio a crescere e a diventare uomo, molto più di tanti padri disfunzionali presenti in carne e ed ossa. A tenere uniti padre e figlio è il mare, con i suoi colori e i suoi linguaggi.

Quello di Mario Perrotta è un lavoro epico e introspettivo, divertente e toccante. Affrontare il mito significa affrontare un percorso di conoscenza. I viaggi della mitologia greca sono viaggi verso la consapevolezza. Questo teatro-narrazione coinvolge con la verità storica e psicologica di quel che riferisce tramite la finzione. Diventa esperienza emotiva interiore, incontro relazionale con l’esterno e con il mondo.

 

 

ILIADE

progetto e regia di Corrado d’Elia

ideazione scenica e grafica Chiara Salvucci

assistenza tecnica Alessandro Veronese

foto di scena Angelo Redaelli

produzione Compagnia Corrado d’Elia

 

INFO: www.corradodelia.it

ETÀ: dagli 11 anni

 

 

ODISSEA

Teatro dell’Argine

scritto, diretto e interpretato da Mario Perrotta

musiche originali Mario Arcari e Maurizio Pellizzari

 

INFO: www.marioperrotta.com

ETÀ: dai 14 anni

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