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L’eterno dilemma: voti o giudizi?

Avanzato, intermedio, base, in via di prima acquisizione, oppure voti decimali? Qual è il metro di giudizio più adeguato?

Di Fabio Scrimitore

Abstract
L’avvenuta abolizione, nella scuola primaria, della valutazione effettuata con voti numerici, contestualmente alla reintroduzione di quella espressa mediante giudizi descrittivi, può apparire un’operazione meramente nominalistica; infatti, sia l’una che l’altra non aiutano molto  gli insegnanti a rendere chiaro e trasparente alle famiglie degli alunni il percorso logico che le sottende.

Un attento lettore, uno degli insegnanti che hanno avuto la ventura di poter lasciar la pur amata cattedra per limiti d’età prima che i suoi colleghi venissero chiamati a fare l’inattesa ed impegnativa esperienza della didattica a distanza, ha molto apprezzato l’invito che il prof. Ernesto Galli della Loggia ha rivolto, dalle pagine del Corriere della sera di sabato, 20 febbraio 2021, al prof. Patrizio Bianchi, neo-Ministro dell’Istruzione.

Con la prosa elegante ed estremamente chiara che gli deriva anche dalla lunga professione di cattedratico d’ateneo e di editorialista,  il prof. Galli della Loggia ha pregato il neo-Ministro di convincere i redattori dei documenti normativi del suo dicastero a

ragionare con i piedi per terra, ed a parlare e scrivere in italiano ”.

L’incipit della lettera dell’insegnante in pensione ha fatto riemergere dagli anfratti  meno frequentati della memoria di lungo periodo la serie di interventi con i quali la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha tentato di svolgere, nei confronti dei dirigenti e dei funzionari preposti alla redazione dei testi normativi generali (leggi, regolamenti, ordinanze, circolari, ecc.), l’eminente funzione che la benemerita Accademia della Crusca espleta  dal XVI secolo per tener la lingua italiana al riparo dalle incertezze lessicali e semantiche, preservandone la purezza e, allo stesso tempo, facilitandone il doveroso adattamento alla evoluzione delle relazioni che il succedersi degli anni generano nella società. Da quell’angolino della memoria è emersa la Circolare n. 1 del 2 maggio 2001, con la quale la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha fornito una “Guida alla redazione dei testi normativi”, che non rappresenta né il primo né forse l’ultimo tentativo per dare alle leggi, ed alla generalità dei testi contenenti norme, la forma chiara e semanticamente corretta.

Ma è improbabile che, con il suo invito al Ministro Bianchi, l’autorevole editorialista del Corriere della sera intendesse riferirsi alla sola correttezza formale dei testi ministeriali.

In verità, il lettore che si è rivolto alla rivista si è chiesto se il focus dell’apprezzato editoriale del prof. Galli della Loggia fosse effettivamente rappresentato dalla  censura che  egli ha rivolto all’uso ossessivo di gergalismi e termini inglesi, con cui i redattori ministeriali “infarciscono i propri interminabili documenti, mettendo con ciò in chiara evidenza il

drammatico scollamento che, a proposito dell’istituzione scolastica, esiste in Italia fra il Paese legale ed il Paese reale”.

Attesterebbe tale scollamento la constatazione, sempre del prof. Galli della Loggia,  che tutti gli italiani, di qualunque orientamento ideologico, ma proprio tutti continuerebbero a chiamare scuola elementare il primo grado del primo ciclo dell’istruzione, quel tanto apprezzato ordine scolastico che i funzionari ministeriali di viale Trastevere continuano invece a chiamare scuola primaria.

Ulteriore e, forse, più eclatante prova del proclamato scollamento fra Paese legale e Paese reale sarebbe costituita dalle tacitiane parole con le quali il Ministero di viale Trastevere ha cercato di definire i quattro livelli di apprendimento che hanno sostituito i voti in decimi usati nella scuola primaria sino all’anno scolastico 2019/20.

Pur tenendo conto che la ricerca della chiarezza semantica dei testi normativi è un’esigenza che riveste la massima importanza per i cittadini, specialmente quando si tratti di norme che lambiscono, anzi toccano profondamente, gli interessi di larghissime fasce della popolazione, come accade per le norme generali dell’ordinamento scolastico, l’autore della lettera si è fatto cogliere dal dubbio che la censura, rivolta dal dal prof. Galli della Loggia alle forme espressive dei testi redatti in viale Trastevere, sia il falso scopo del suo editoriale, il cui reale intento sarebbe invece quello di muovere un’impietosa critica alla soppressione, nel documento di valutazione della scuola primaria, dei voti numerici, disposta lo scorso anno dal Parlamento su proposta dell’ex Ministra Azzolina, oggi tornata a sedere sul suo scranno di deputata, contenta della pronuncia del Consiglio di Stato che ha confermato la regolarità del concorso, superato il quale, è diventata Dirigente scolastico; il prof. Galli della Loggia probabilmente avrebbe preferito che si fosse continuato a chiamare “pagella” il criptico “documento di valutazione”. 

In definitiva, l’insegnante che si è rivolto a Scuola & Amministrazione confessa che avrebbe voluto sapere se, a giudizio del rinomato editorialista del Corsera, il drammatico scollamento fra il Paese legale e il Paese reale, denunciato da quell’articolo di fondo, sussista anche in materia di criteri di valutazione del profitto degli alunni della scuola primaria, dando così per scontato che né ai genitori, né agli alunni sarebbe sembrata valida la tutt’altro che originale idea, nata in viale Trastevere,  di sostituire i voti decimali con i livelli di apprendimento (avanzato, intermedio, base, in via di prima acquisizione). 

Che la sostituzione dei voti numerici con quella sorta di epigrafici giudizi, rappresentati dai quattro livelli di apprendimento da riportare nel documento di valutazione, non sia affatto apprezzata dal più che stimabile editorialista del Corriere della sera lo deduce facilmente chiunque non trovi difficoltà a liberare accortamente le proposizioni letterarie dal velo dell’ironia, con il quale gli scrittori di vaglia riescono a dar vivacità alle loro narrazioni, inducendo il lettore a non farsi deviare dal significato apparente delle parole e delle proposizioni. Proposizioni del tipo

I numeri, giudicati didatticamente troppo sommari e psicologicamente deprimenti, furono sostituiti con i giudizi verbali, adeguatamente personalizzati e quindi democratici”

difficilmente riescono a nascondere il giudizio di disapprovazione che il loro autore dà a quell’innovazione legislativa concernente la valutazione nella scuola primaria.   

E’ pienamente coerente con la storia personale, accademica e professionale dell’autore dell’editoriale, al quale ci si sta riferendo, il fatto evidente che egli non apprezzi più di tanto la rivoluzione  che la citata ex Ministra Azzolina ha operato nella scuola primaria, avviando l’iter legislativo che si è concluso, in tempo di pandemia , con l’entrata in vigore del Decreto-Legge n. 22, che ha abolito i voti numerici. Chi ha avuto modo di impegnare le lunghe ore dell’ozio crepuscolare delle ferie estive del penoso 2020 nella lettura meditata del bel libro “L’aula vuota “, ed. Marsilio, dello stesso Galli Della Loggia, potrà riscontrare facilmente che il giudizio negativo, che l’editorialista dà all’avvenuta sostituzione del voti numerici nella scuola primaria con i quattro livelli di apprendimento, è perfettamente coerente con il pensiero di chi si è assunto la responsabilità intellettuale di sostenere che

Per anni  non ci siamo accorti di come, pezzo dopo pezzo, venivano smontate e gettate via parti decisive di quella scuola dove la maggior parte di noi è cresciuta e si è formata. Parti che venivano sostituite con materiali fasulli, conditi di propositi tanto altisonanti quanto in sostanza vuoti, che ogni volta lasciavano le cose un po’ peggio di prima”. 

L’autore della lettera si è preoccupato di far presente d’essere ben lungi dalla velleitaria intenzione di contrapporre sue proprie argomentazioni alle eleganti tesi del prof. Galli Della Loggia. Si vuol pensare che il nostro lettore avrà inteso soltanto sapere se il rinomato professore di storia contemporanea presso l’Istituto di scienze umane (SUM) e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano abbia maturato la convinzione che le famiglie degli alunni delle scuole primarie italiane siano sostanziamente convinte, al pari dell’editorialista, che la sostituzione dei voti numerici con i quattro livelli di apprendimento non sia stata una buona idea. La risposta affermativa a tale domanda consentirebbe di considerare più che fondata la tesi, esposta dal cattedratico-editorialista, che in Italia  vi sarebbe davvero  lo scollamento fra il “Paese legale,  identificato dal Prof. Galli nella legge che ha soppresso i voti in decimi,  ed il  Paese reale, ravvisabile nella maggioranza delle famiglie degli alunni della scuola primaria, che non gradirebbero veder scritto nelle pagelle dei figli, in corrispondenza delle diverse discipline del curriculum, al posto di 10 o di 9 decimi, avanzato; in luogo di 8 o di 7, intermedio;  invece di 6, base e, infine, invece di insufficiente, in via di prima acquisizione.

Vero è che l’esperienza che, nei primi giorni del febbraio scorso, si è potuta fare nei vivaci corridoi delle scuole primarie, osservando le mamme ed i papà in attesa delle pagelle del primo quadrimestre dell’anno scolastico in corso, non manca di incontri di genitori che si confidano reciprocamente un certo disorientamento nel non vedere più riportati i tradizionali voti in decimi in corrispondenza delle discipline del curriculum. E, probabilmente, un voto di 4 decimi in matematica, che fosse stato letto sulla pagella della disinvolta figlioletta, avrebbe sconfortato la mamma più della sintetica, nebulosa espressione in via di prima acquisizione. Al contrario, il papà che avesse letto sulla pagella del figlio il generico aggettivo avanzato, apposto sulla riga riferita alla stessa disciplina di Euclide, non se ne sarebbe rallegrato tanto quanto gli sarebbe accaduto se vi avesse letto un bel 10. Similmente, forse la giovane nonna, che avrà visto riportato  sulla pagella della nipotina il poco significativo aggettivo intermedio, avrà interpellato la mamma di qualche altra ragazzina perché le spiegasse a quale voto in decimi corrisponde quell’aggettivo.

Bisognerebbe dare atto che, come i cittadini d’Europa hanno dovuto fare un lungo tirocinio fra supermercati, mercerie ed edicole di giornali per adattare la loro capacita di computo spicciolo ai nuovi valori della moneta unica europea, introdotta  il 1° gennaio del 2002, allo stesso modo nonne e nonni, più di quanto potrà accadere a mamme e papà, avranno bisogno di percorrere qualche incerto tratto di strada per adattarsi ai criteri che la legge del 2020 ha imposto agli insegnanti per verificare, con criteri per quanto  possibile obiettivi, la validità dei loro metodi di insegnamento. 

Comunque, sembra che persista ancora in qualche frangia della società del terzo millennio l’antica convinzione che considera la valutazione scolastica alla stregua di un giudizio definitivo, che la scuola verrebbe chiamata a pronunciare sulle attitudini dell’alunno, sulla sua propensione all’impegno nello studio, sul suo modo d’essere, sul suo stile di vita, in definitiva, sulla sua personalità; un tale modo di intendere la valutazione scolastica integra la specifica funzione didattica del docente con competenze d’indole eminentemente psicologica.

In qualcuna di quelle frange sociali fatica a farsi strada il dubbio che l’insufficiente apprendimento scolastico possa avere una qualche, pur blanda, relazione con la metodologia che il docente adotta autonomamente, grazie al principio costituzionale che garantisce la libertà dell’insegnamento. Ne è pienamente consapevole ogni insegnante che, preoccupato di non farsi condizionare da quella sorta di aberrazioni della valutazione scolastica che, un tempo, nelle aule della SSIS venivano denominate effetto edipico della predizione, effetto alone,  equazione personale, chiama accanto a sé l’alunno, per compiacersi con lui dei suoi successi, oppure per renderlo consapevole dei motivi che non gli avranno consentito di raggiungere pienamente i traguardi del processo di insegnamento-apprendimento, cui il ragazzo avrà partecipato in classe. Esiste forse qualche insegnante che non cerchi in tutti i modi di evitare che la valutazione del profitto e del comportamento dei suoi alunni non si risolva in un autoreferenziale, quanto insindacabile,  giudizio di merito ? E non cerchi di dimostrare agli alunni le ragioni dei loro errori, realizzando il fondamentale principio della trasparenza del processo di valutazione voluto dalla legge e, prima ancora, suggerito dall’esperienza fatta  sul campo?

Proprio l’esperienza in tema di trasparenza nella valutazione, maturata  nelle aule e nei corridoi delle scuole primarie, attesta che il voto di 7 decimi in matematica, riportato in pagella, non rende obiettivamente trasparente né all’alunno, né alla sua famiglia, il complesso processo didattico che avrà seguito il docente nell’assegnare quel voto; quel voto numerico non potrà apparire più trasparente di quanto potrà esserlo un semplice aggettivo, come “intermedio”; l’uno e l’altro sono puri simboli che esprimono uno dei gradi non marginali di due diverse scale di significanti, i cui significati, però, sono indeterminati, e, in definitiva, arbitrari, nel senso che non sono affatto oggettivabili in una scala di parametri universali. 

Leggendo sul tabellone degli  scrutini di fine d’anno che l’unica alunna della classe ritenuta degna della media di 10 decimi è stata sua figlia,  la mamma forse si sarà sentita gratificata pensando che quel voto rappresentasse il massimo livello consentito dalle possibilità di apprendimento della ragazza; oppure avrà si sarà sentita orgogliosa apprendendo che la figlia fosse risultata la prima della classe? 

Parafrasando l’Umberto Eco, semiologo, scrittore e regista cinematografico, si potrà sempre ricordare, a proposito del valore dei simboli e, quindi, dei nomi:

Stat rosa pristina nomine: nomina nuda tenemus”.

È certo che le modalità  con cui gli insegnanti devono  valutare il profitto e il comportamento dei loro alunni –  siano esse giudizi o voti –  avranno sempre e comunque un valore relativo.

In conclusione, quella di esprimere la valutazione mediante giudizi descrittivi, anzichè con voti numerici, può esser considerata un’operazione meramente nominalistica. 

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