Letteratur (e) Rerum vulgarium fragmenta
Al principio della confusione – Al tempo degli argini smottanti – Il profondo Novecento – Per salvarci dall’apparenza – Dove tutto quello che può avvenire è già avvenuto – Quando sognare da soli non basta – Soltanto una faccenda di casa – L’indispensabile inutilità del classici – La libertà del dilettante – Quella cosa chiamata passione – La perfetta rassomiglianza
di Antonio Errico
Ciascuno di noi pensa che ci sia qualcosa che possa cambiare il mondo. Ciascuno di noi pensa qualcosa di diverso da chiunque altro o, se pensa la stessa cosa di un altro, comunque la pensa in modo diverso.
C’è qualcuno che pensa che il mondo possa essere cambiato dalla letteratura, per esempio. C’è qualcuno che per un pensiero del genere prova quasi un moto di sdegno. C’è qualcuno che ci crede fino ad un certo punto e poi ci crede di meno e poi non ci crede più. C’è qualcuno che fino ad un certo punto non ci crede e che da quel punto in poi comincia a crederci più o meno astrattamente, più o meno concretamente.
Ma tanto quelli che ci credono quanto quelli che non ci credono dovrebbero compiere l’impresa di attraversare le pagine delle Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov. Per smentita o per conferma, quale che sia la cosa che pensano.
Ho ripreso quel libro: con le sottolineature a matita e a penna, con gli appunti a piè di pagina che si decifrano a stento. Ho cominciato a leggere dalla fine, dall’ultima pagina, dal congedo. Scoprendo la straordinaria coerenza del libro con la condizione culturale di questi tempi. Se Nabokov lo avesse scritto oggi, probabilmente non avrebbe cambiato niente, non avrebbe avuto bisogno di cambiare niente. Forse perché la letteratura trascende i tempi, sconfina da quelli ai quali appartiene geneticamente per trovare un’appartenenza trasversale, ulteriore, sempre nuova e sempre differente.
Congedandosi dagli studenti, dunque, Nabokov dice che i romanzi analizzati con loro nel corso delle lezioni non possono insegnare niente di applicabile a un qualunque problema della vita. Non aiutano in cucina, in caserma, in ufficio. Non servono a capire l’economia, e neppure i segreti del cuore di un giovane o di una donna. Forse possono soltanto insegnare a sentire la pura soddisfazione che offre un’opera d’arte ispirata e precisa. Niente più di una soddisfazione.
Quelli che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e quelli che invece non ci credono dovrebbero rifletterci un poco. Perché forse, sia in un caso che nell’altro, sbagliano completamente prospettiva, attribuiscono o negano alla letteratura un valore che non ha e non pretende di avere, suppongono che possa essere utile a qualcosa di pratico, immediato, comunque funzionale al presente, che abbia una finalità predeterminata, un obiettivo preciso. La confondono con la realtà. Ma la letteratura rappresenta il contrario della realtà. Quando si confronta con essa e di essa si serve, lo fa per superarla, per distaccarsene, qualche volta per contraddirla, per confutarla.
Così lascio la fine del libro e vado all’inizio, saltando le lezioni su “Mansfield Park” di Jane Austen, “Casa desolata” di Charles Dickens, “Madame Bovary” di Gustave Flaubert, “Il Dottor Jekill e Mister Hyde” di Stevenson, “La strada di Swann” di Proust, “La metamorfosi” di Kafka, “Ulisse” di Joyce.
Vado direttamente al punto in cui Nabokov dice che la letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un grosso lupo alle calcagna; è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui.
Non ha nessuna importanza, aggiunge Nabokov, che il ragazzino, per aver mentito troppo spesso, alla fine sia stato divorato da un lupo. L’importante è che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande frottola c’è un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, è l’arte della letteratura.
Quelli che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e quelli che credono che non possa cambiare assolutamente niente adottano un metro che condiziona il loro giudizio, alterandolo.
La letteratura non è di questo mondo. E’ di un mondo completamente inventato, falso, finto, truccato, artificioso.
La letteratura racconta delle storie, ma non è la Storia. Non serve a comprendere il passato perché di esso le arrivano soltanto figure opache, e non serve a comprendere il presente perché, mentre lo sta osservando e si sta sforzando di decifrarlo, è già passato.
La letteratura non è il mondo, non è la realtà. Ma quando è davvero letteratura, prefigura la realtà che dovrà essere, preannuncia il mondo che dovrà venire.
E’ questa la funzione terribile della letteratura con cui quelli che credono che possa cambiare il mondo e quelli che non ci credono sono costretti a confrontarsi, più o meno consapevolmente. Quando sembra che stia parlando del passato, sta bleffando: il passato le serve per una riconfigurazione e per una proiezione, ne prende gli elementi fondanti per manipolarli e trasformarli in forme che nascondono condizioni di futuro.
La letteratura dice: il lupo finto della fiaba può trasformarsi in lupo vero e può sbranarvi. Dice: se nella fiaba vi racconto di un lupo finto, è comunque dalla realtà che lo sto prendendo. Dice: non illudetevi che possa restare finto per sempre, che possa restare per sempre nella fiaba.
La funzione della letteratura consiste nel mostrare quello che non esiste, ma di cui non si può escludere un’esistenza futura.
Di conseguenza, se non serve a cambiare il mondo, comunque può servire a rappresentarne il possibile cambiamento e quindi ad aprire gli occhi a tutti coloro che, con cose diverse dalla letteratura, possono cambiarlo.
Coloro che possono cambiare il mondo con cose diverse dalla letteratura possono farlo in meglio o in peggio. Per esempio, la scienza, la tecnica, la tecnologia possono cambiarlo in meglio o in peggio.
La letteratura forse dice quali sono i metodi e i mezzi per cambiarlo in meglio o in peggio. Solitamente dice quali sono quelli per cambiarlo in peggio, in maniera tale da lasciare ogni possibile immaginazione del contrario.
La letteratura non serve a niente e a nessuno, non insegna, non cambia il mondo. Molto semplicemente racconta delle storie su come il mondo potrebbe diventare. Su come ciascuno di noi può farlo diventare.
Al principio della confusione
Ogni tempo pretende un racconto che in qualche modo lo rappresenti, che scopra ed esponga quelle che sono le sue ferite superficiali e profonde, che ne riveli le farse e le tragedie, le coerenze e le contraddizioni, le fortune e le sfortune, le vanità e le miserie, le realtà e gli immaginari, gli entusiasmi, le paure, le illusioni, le virtù, i vizi, le finzioni, i volti degli uomini e le maschere sotto cui i volti si nascondono.
Se le vicende del tempo sono prevalentemente lineari, se si dispiegano con un principio e una fine, se le loro trame e i loro intrecci hanno strutture ordinarie, allora sono possibili le grandi narrazioni: quelle storie possenti come cattedrali, con personaggi marcati e robusti, esemplari che interpretano l’epoca e i progetti. Se gli eventi che accadono risultano semanticamente accessibili con logiche interpretazioni, si rivela anche agevole tessere allegorie del sociale, rappresentazioni della realtà nel suo trasformarsi e diventare Storia.
Ma se i fatti, le circostanze, gli avvenimenti si presentano come groviglio, intrico, continua complicazione, se la decifrazione di quello che accade è sempre dubitabile, precaria, soggetta al sospetto di improbabilità, se la realtà si propone come coacervo di frammenti per cui risulta difficile e comunque incoerente tentare di introdurre un ordine nella confusione perché il principio regolatore è costituito proprio dalla confusione, dalla frammentarietà, dall’incoerenza, dal travaglio, dalla fluttuazione dei significati, dall’assenza di nessi e dalla disgregazione, allora non si può fare altro che raccontare per frammenti, per microstorie, attraverso disarticolazioni delle ampie strutture, delle macrostorie. Non si può fare altro che muoversi in piccole stanze, analizzando gli strati di polvere depositati sui mobili.
Molte narrazioni del Novecento hanno fatto i conti con questa condizione, ne hanno elaborato innumerevoli figurazioni, ed è stato un poeta a formularne l’essenza, la natura intima. Mario Luzi dice: “Non più lunghi poemi, suppongo./ L’anima brucia rapidamente la sua scorza,/la mente divora la metafora,/ il significato è fulmineo”.
Ora sono passati più di vent’anni anni dal principio di questo secolo nuovo, di questo nuovo millennio, e forse la situazione si è oltremodo complicata. Il presente si è fatto ancora più frammentato, ancora più difficilmente decodificabile, l’interpretazione si ritrova inevitabilmente insidiata dalle turbolenze della complessità, tutte le teorie e tutte le prassi sembrano superate, inadeguate alle forme dei paesaggi che mutano in continuazione, alle improvvise svolte del tempo, alle figure dell’umano che agiscono sulle scene dell’esistere.
Talune volte si ha finanche l’impressione che il presente non abbia una significanza tale da motivare la narrazione, che non meriti il racconto.
Dieci anni prima che il secolo si concludesse, nella premessa a La chimera, Sebastiano Vassalli sosteneva di aver capito che nel presente non c’è niente che meriti di essere raccontato. Il presente è rumore, diceva: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme e in tutte le lingue, cercando di sopraffarsi l’una con l’altra. Per cercare le chiavi del presente, diceva, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore, andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla.
Sebastiano Vassalli un po’ aveva ragione e un po’ sbagliava.
E’ vero che il presente è rumore, ma forse è proprio quel rumore che esprime – invoca – una domanda di racconto.
Però aveva ragione considerando che, per comprendere il presente, bisogna uscire dal rumore per addentrarsi nella notte: nel silenzio che ricopre e a volte difende la memoria, la Storia, che attribuisce la riconoscibilità alle forme e alle figure.
Probabilmente intendeva affermare, coerentemente con la sua poetica, l’indispensabilità di un confronto del racconto con la Storia, con le sue riverberanze, con le sue implicazioni, ma anche con i suoi codici.
Si pensa solitamente che un elemento di identificazione dei fatti storici sia costituito dalla trama. Così il rapporto che la narrazione stabilisce con la Storia molto spesso è caratterizzato da questo elemento.
Ma dal Novecento in poi la relazione fra narrazione, Storia e trama si è frantumata, specularmente alla frammentarietà che connota il tempo.
Ancora una volta è stato un poeta, Giorgio Caproni, a darne una formula significativa: “Leone o Drago che sia, / il fatto poco importa. / La Storia è testimonianza morta. / E vale quanto una fantasia”.
Qualche tempo fa, parlando del più e del meno, una persona mi diceva che nei romanzi di un certo scrittore è quasi totalmente assente la trama. Mi diceva che a volte ne abbozza una ma poi ci rinuncia, si ritrae.
Ho letto i romanzi di quello scrittore man mano che venivano pubblicati. Il suo primo lavoro, uscito qualche anno prima della fine del secolo, era un libro di racconti: frammenti, dunque. I personaggi erano figure che cercavano di costituirsi come rappresentazione di destini. Niente trama, perché i destini non hanno una trama. Poi ha continuato con romanzi che usavano la Storia come pretesto. Anche in questo caso nessuna trama, perché la Storia quasi sempre è determinata dal caso.
Non l’ho più riletto, ma sulla base di quello che ricordavo, ho cercato di dire alla persona amica che con molta probabilità l’assenza di una trama voleva intenzionalmente significare l’impossibilità da parte del narratore di governare quello che narrava, allo stesso modo in cui nessuno può governare la propria esistenza e meno ancora l’accadere dei fatti, se non limitatamente a minuscole e sostanzialmente ininfluenti circostanze.
Forse l’assenza di una trama significava che in ogni tempo, e in questo più che in ogni altro, noi non andiamo da nessuna parte, che siamo trascinati da un vento che non sappiamo neppure da dove venga, che meno che mai sappiamo dove ci sta portando.
Forse soltanto questo vento, oggi, possiamo raccontare. Forse soltanto questo trascinamento, quest’incognita. Forse non possiamo raccontare altro che una domanda sui destini che ci toccano, nient’altro che la consapevolezza che la risposta non potrà mai darla nessuna narrazione, nessuna filosofia, nessuna scienza.
Al tempo degli argini smottanti
Dice di essere una contastorie, di credere nel potere delle storie, nella magia delle parole, perché le parole creano connessioni, ci rendono più consapevoli, più umani, più compassionevoli. Dice che i libri possono guidarci, ispirarci, svegliarci; a volte anche salvarci. La letteratura ci aiuta a rimetterci in contatto con gli altri esseri umani in modo molto più profondo, attiva la nostra immaginazione, il pensiero, riunisce le emozioni.
Così dice la scrittrice turca Elif Shafak in un suo articolo sulla “Stampa” di qualche tempo fa.
Accade, a volte, che si dia per acquisita, per indiscutibile la rilevanza che la letteratura assume nella dimensione esistenziale di ciascuno e in quella di una civiltà. Accade anche, a volte, che si dia per acquisito esattamente il contrario, che si consideri la letteratura del tutto irrilevante nei processi di sviluppo e di progresso sociale e personale.
Forse, sia l’una che l’altra considerazione provengono da una stratificazione concettuale che non si lascia penetrare da sospetti di errore. Chi crede che la letteratura serva a molto, a moltissimo, che sia ad ogni livello essenziale, non è disposto a cambiare idea neanche davanti a prove ipoteticamente inconfutabili che ne dimostrano l’inutilità; la stessa cosa accade a chi ritiene che la letteratura non possa servire a niente, a nessuno, per nessuna ragione: non c’è argomento che possa convincerlo che invece in qualche caso e a qualcosa può servire.
Non c’è alcun dubbio che uomini senza un rapporto con la letteratura siano vissuti, vivano e vivranno tranquillamente, e forse anche più tranquillamente di quegli altri che con la letteratura hanno avuto, hanno ed avranno un rapporto sistematico, che per alcuni aspetti ne conforma la personalità.
Però non c’è alcun dubbio neanche sul fatto che gli uomini senza letteratura non potranno sapere mai come avrebbero vissuto, come vivrebbero, se la letteratura avesse accompagnato o accompagnasse in qualche modo i loro giorni. Certamente non sarebbero più felici e neanche meno infelici, non sarebbero più o meno sapienti; non avrebbero più sentimento e neanche di meno, probabilmente non avrebbero neppure meno idee, neanche meno sogni, neanche meno parole. Probabilmente la sola cosa in più che avrebbero avuto, che avrebbero, se fossero stati o se fossero uomini con letteratura, sarebbe stata e sarebbe la conoscenza di una rappresentazione un po’ reale e un po’ fantastica della profondità dell’esistenza. Che è quella conoscenza di cui forse, in questo tempo, abbiamo più bisogno. Perché questo tempo non consente più, non tollera più il lusso della superficialità. Quel lusso abbiamo potuto permettercelo fino ad un certo punto. Adesso non più. Adesso abbiamo bisogno di scendere fino ad arrivare al lievito delle storie che attraversiamo, alla radice semantica dei fatti che accadono vicino a noi, lontano da noi, dentro di noi. Abbiamo bisogno, come dice Elif Shafak, di rimetterci in contatto con gli altri esseri umani in modo molto più profondo, perché soltanto scandagliando le profondità possiamo capire il nostro essere umani. Le emozioni si generano nella profondità. Le passioni, le paure hanno la loro residenza nella profondità. La letteratura ci insegna a cercare nella dimensione della profondità. Con la sua ambivalenza, con le sue metafore, con la sua carica metonimica, con i suoi giochi di specchi, con i riflessi, con la sua finzione, ci insegna a cercare l’essenziale di ogni esistenza custodito dalla profondità. Anche quando sembra che voglia svagare, che voglia distogliere dagli affanni, che intenda semplicemente intrattenere, ci sta insegnando ad essere più consapevoli, più umani, più compassionevoli.
Non ad altro che a questo è sempre servita la letteratura, sostanzialmente: ad esprimere l’indispensabilità della prossimità delle esistenze, a rappresentare il valore della diversità delle esperienze, a disegnare volti nei quali cercare rassomiglianze e differenze. A proporre un catalogo dei destini.
Ma in questo tempo di complessità, di complicazione, di garbuglio, probabilmente serve, soprattutto, ad insegnarci una maggiore consapevolezza di quello che siamo, delle nostre possibilità e impossibilità, a procurarci una più esplicita sensibilità nei confronti dell’altro, ma anche nei confronti di noi stessi e della nostra esperienza di esistere, a rinvigorire il sentimento della compassione, della passione condivisa.
Certo, della letteratura si può fare a meno, senza che il farne a meno provochi l’apocalisse. Però, senza letteratura ci si ritrova più soli: si ritrova più solo un uomo; si ritrova più sola una civiltà. Forse siamo arrivati ad un tempo in cui bisogna scegliere. Di solito i tempi in cui bisogna scegliere sono quelli delle mutazioni antropologiche, delle riformulazioni radicali che coinvolgono i codici con cui si rappresentano i sistemi sociali. Solitamente i tempi in cui si rivela urgente scegliere sono quelli che vengono definiti della crisi, o comunque delle riconsiderazioni particolari e generali. Sono i tempi in cui gli argini sembrano smottare o smottano veramente.
Molte condizioni e molti segni dicono che noi, ora, qui, stiamo attraversando un tempo così: di crisi, riformulazioni, riconsiderazioni. Anche di smottamenti delle certezze.
Allora questo è un tempo che richiede, che forse impone di fare delle scelte. Fra le tante, anche quella di sentirci più o meno soli, come uomini e come civiltà.
Il profondo Novecento
Nelle prime righe del prologo delle Storie di Giacobbe, Thomas Mann fa esplodere, come una mina, questa affermazione e questa domanda: : “Profondo è il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile?”.
Forse non tutto il passato ha la stessa profondità. Forse il passato può essere più o meno profondo, e la profondità è determinata dai fatti, dalle circostanze, da quello che si è riusciti a comprendere di quei fatti e di quelle circostanze, da quello che resta incompreso, indecifrato.
Forse il Novecento è un passato dalla profondità abissale. Forse perché è ancora troppo poco passato. Forse perché non è ancora finito. Costituisce ancora il riferimento essenziale per molte conoscenze, per molte esperienze. Il Novecento si ripresenta, a volte in modo leggero, a volte in modo invadente, nella nostra esistenza, ogni giorno. Perché veniamo tutti da lì, da quegli anni di storie intrecciate, talvolta complicate. Vengono da lì anche quelle creature che adesso hanno vent’anni, che una parvenza di Novecento la incontrano sui libri di storia. Vengono dalla sua scienza, dalla sua tecnica, dalla sua letteratura, dalle passioni, dalle contraddizioni, dai grovigli, dalle sue ambiguità, dai suoi chiaroscuri. Anche quelli che adesso hanno vent’anni vengono dalle bellezze e dalle tragedie del Novecento, dalle lacerazioni, dalle ansie, dalle tensioni, dagli entusiasmi, dalle disperazioni che lo hanno attraversato, da tutto quello che ha promesso e che ha mantenuto, da quello che ha promesso e che ha disatteso, dal progresso di cui ci ha fatto dono e dalle esasperazioni di quel progresso che alle volte ci turbano. Veniamo tutti da lì e ci portiamo dietro, dentro, i significati giganteschi che abbiamo acquisito e la tristezza per tutto quello che non siamo ancora riusciti a capire.
In quegli anni si è delineata la nostra identità soggettiva e collettiva, è maturata la nostra appartenenza a qualcosa, a qualcuno, si sono conformate le nostre categorie di pensiero; in quel tempo abbiamo costruito le certezze alle quali ci affidiamo e si sono insinuate le incertezze con le quali ci ritroviamo a fare sempre i conti.
In un saggio che s’intitola Oltre il Novecento, Marco Revelli sostiene che il Novecento è finito, e tuttavia la sensazione che la sua fine comunica è quella di un falso movimento, di un arresto, o di una inspiegabile difficoltà a procedere. “Come nell “Angelo sterminatore” di Buñuel, anche noi stiamo immobili al di qua d’una soglia già cronologicamente infranta, forse ormai fuori con le nostre fiammanti tecnologie e l’effimera mutevolezza delle nostre mode, ma mentalmente prigionieri d’un secolo che ci trattiene con la forza spenta delle sue antitesi non risolte. Con la potenza impalpabile dei suoi fantasmi non placati”.
Il Novecento pretende che si discenda nelle sue profondità per scoprirne le meraviglie e i relitti.
Ma durante la discesa, ad un certo punto ci ritroveremo sempre, inevitabilmente, davanti allo sbarramento di quella frase di Thomas Mann: “Profondo è il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile?”.
Ad un certo punto, davanti a quello sbarramento, avremo l’istinto di abbandonare la discesa, di risalire alle nostre rassicuranti superfici, di limitarci alle cose che vediamo e che passano, che ascoltiamo e che si disperdono, alle storie lineari, con un incipit ed un explicit che non ci confondono, non ci impensieriscono.
Allora, a quel punto, per non rinunciare al tentativo di comprensione, forse avremo bisogno di una sintesi essenziale. Forse, a quel punto, avremo bisogno della letteratura: di quell’universo di finzione che però rappresenta un catalogo del tempo e delle storie e delle creature di quel tempo.
Avremo bisogno di quella condizione che ci consente la possibilità della riflessione, dell’analisi, del confronto. Certo, il territorio è sterminato. Bisognerebbe fare selezioni, e le selezioni sono sempre arbitrarie. A limitarsi soltanto alla letteratura italiana, si potrebbe dire Gozzano e Montale. Per esempio. Si potrebbe dire Buzzati, Svevo, Tozzi, Moravia. Il Calvino della Resistenza. Pirandello, Pratolini, Pavese, Pasolini, Stefano D’Arrigo e Primo Levi. Fenoglio, certo: Fenoglio. Ma sono solo esempi. Nomi fatti a caso. Elsa Morante. Quasimodo. Ungaretti. Giovanni Comisso, Ignazio Silone, Italo Svevo e, indubbiamente, Gabriele D’Annunzio, Piero Jahier. Forse, prima di tutti, verrebbe quella riflessione che un ragazzo di trentuno anni scrisse pochi mesi prima di morire in combattimento sul Pogdora, il 20 di luglio del 1915. Si chiamava Renato Serra, e il libro è l’ Esame di coscienza di un letterato. Davvero solo esempi; solo nomi a caso.
Ma la profondità del Novecento è nella letteratura. In quel luogo si manifestano, o si celano, i significati essenziali; allora è in quel luogo che occorre cercare. Poi, anche la letteratura che si è sviluppata in questi primi vent’anni di secolo, dice sostanzialmente, quasi esclusivamente, del Novecento, a dimostrazione che, per avventurarsi nella dimensione del presente, è indispensabile risolvere prima i problemi con il passato, capire tutto quello che è possibile capire, anche che esistono accadimenti di cui si possono soltanto intuire, ipotizzare, immaginare le ragioni, ma di cui probabilmente non si potrà avere mai una compiuta conoscenza.
Certo, la letteratura esiste per scagliare domande, non per concedere risposte, per insinuare dubbi, scardinare certezze.
Però, forse è con le domande scagliate dalla letteratura, con i dubbi che insinua continuamente, che si può tentare di scendere nel pozzo profondo del passato. Con la consapevolezza che quel pozzo resta insondabile comunque.
Per salvarci dall’apparenza
La letteratura serve a poco, serve sempre di meno, forse non serve più a niente. Non sappiamo che farcene dei profili di esistenza, delle configurazioni di destini, delle storie profonde, complesse, degli interrogativi, dei dubbi, dei ragionamenti a cui ci costringe. Noi adoriamo la linearità, la superficie. Anche il vuoto. Non vogliamo risposte perché non abbiamo e non vogliamo domande. La letteratura che frequentiamo, casualmente e per spassatempo, pensata e prodotta per i nostri brevissimi intermezzi, non deve implicare il pensiero, non deve complicare la vita, non ci deve richiedere di soffermarci a pensare, perché quello che pensiamo ci basta ed avanza, perché abbiamo tanto da fare e andiamo in fretta. Ma poi, il suo universo è ormai superato, consumato nei suoi significati, nelle sue metafore. E’ un universo di opaca nostalgia. Ne abbiamo altri, adesso, di universi. Risplendenti, stralucenti, che proiettano forme e sostanze adeguate ai tempi. In questi universi l’esperienza di esistere è collettiva, senza differenze di felicità e di angoscia. Siamo tutti felici e angosciati all’identico modo. Soddisfatti da un’esteriorità che trascura o ignora la dimensione interiore.
Però, di tanto in tanto qualcuno insinua un dubbio: si avventura nel dire che stiamo perdendo o abbiamo già perso autenticità, identità, pensiero. Dice che abbiamo perso la parola che significa, che vale.
Di tanto in tanto qualcuno insinua dubbi.
All’inizio di una conversazione fra Zigmunt Bauman e Riccardo Mazzeo, proposta in un libro che s’intitola, semplicemente, Elogio della letteratura, Mazzeo sostiene che, se si vuole rispettare la complessità e l’infinita variegatezza dell’esperienza umana così come viene percepita e vissuta intimamente, è evidente che non si possono ridurre gli individui a “homunculi” identificabili o descrivibili in termini di schemi e statistiche, di dati e fatti oggettivi, e la letteratura è per sua stessa natura ambivalente, metaforica e metonimica, capace di rendere la solidità e la liquidità, l’omogeneità e la pluralità, il liscio della continuità ma anche l’agro, il ruvido, il crocchiante che abitano le nostre esistenze. Non solo siamo carenti delle parole per dire chi siamo e che cosa vogliamo, ma siamo finanche imbeccati, rimpinzati e saturati di parole tanto vuote e inerti quanto luccicanti e attraenti e adescatrici. Sono le parole chiave che ci vengono ripetute dalle sirene dell’ entertainment, dei nuovi sbalorditivi dispositivi tecnologici, dei sempre nuovi irresistibili prodotti di culto che ci consentono di apparire in società come gli altri si aspettano.
Ecco, dunque. Forse viviamo in una bolla colorata che in qualche caso si dissolve, e quando si dissolve ci lascia nella solitudine più assoluta e nella totale irriconoscibilità di noi stessi.
Non abbiamo parole per dirci, raccontarci, per esprimere le nostre paure e le nostre speranze, se non quelle false registrate in un dizionario del mercato al quale facciamo ricorso per ogni evenienza.
Allora, forse avremmo bisogno di ricercarci nella letteratura: in quella realtà di finzione che però rappresenta un catalogo dei tempi e delle creature, in quel linguaggio che nella forma dell’ artificio cela la sostanza della naturalezza, della sincerità.
Ne avremmo bisogno a livello soggettivo e a livello di civiltà. Per non farci travolgere, singolarmente e collettivamente, dalla valanga della vacuità e dell’indifferenza, per non ridurre le nostre esistenze ad immagine e somiglianza di robot.
Forse la letteratura è ancora una delle poche condizioni che ci consentono la possibilità della riflessione, dell’analisi, del confronto. Ma forse è proprio questa la ragione che ci induce, consapevolmente o inconsapevolmente, a sbarazzarcene. Perché vogliamo pensare sempre di meno. Vogliamo indagarci sempre di meno. Comprenderci sempre di meno. Vogliamo allontanarci dalla nostra congenita complessità, metterci al riparo dalla sassaiola di domande che altri potrebbero farci, che più probabilmente noi stessi potremmo farci. La moltitudine di strumenti che abbiamo a disposizione, e di cui ci siamo circondati, ci ha fatto capire che possiamo fare a meno di cercare risposte dentro di noi perché abbiamo a disposizione sistemi che danno immediatamente risposte comode, compiacenti, che non ci scuotono, che non ci incomodano, che non ci inquietano. Che ci illudono sempre, non ci deludono mai.
Non vogliamo parole e rappresentazioni con le quali dirci chi siamo, veramente, di che cosa abbiamo paura o desiderio, veramente. Stiamo bene sotto la grande, immensa galleria della luminaria che attraversiamo continuamente e non vogliamo conoscere il sottosuolo, non vogliamo neppure il buio che ci permette di vedere le stelle. Ci piace la luce innaturale.
Non si vuole fare nessun riferimento all’antica questione della funzione sociale della letteratura. Però viene spontaneo affermare che, forse mai come in questo tempo, la letteratura si carica di una funzione essenziale per l’espressione dell’unicità della condizione umana. Perché il rischio che si possa arrivare a non saper pronunciare neppure il proprio nome si deve mettere nel conto.
Probabilmente l’affermazione risulta esagerata. Però talune volte accade che le esagerazioni si costituiscano come previsioni. Nessuno lo vorrebbe, certamente.
Se questo tempo ha bisogno della letteratura più di quanto ne abbiano avuto i tempi passati, probabilmente lo si deve alla circostanza che mai come in questo tempo i prodotti creati dall’uomo possono finire con l’assoggettarlo.
Così quella letteratura che serve proprio a poco, che serve sempre di meno, che non serve quasi a niente, forse rimane ancora la sola situazione in grado di raccontarci non solo come siamo stati e come siamo, ma anche come sarà il mondo domani, domani l’altro, come saranno coloro che lo abiteranno. In modo da poterci regolare sul da farsi.
Dove tutto quello che può avvenire è già avvenuto
Quando i tempi sono, o sembrano, lineari, sbrogliati, distesi, armonici, regolari, per comprendere quello che accade può essere sufficiente anche solo osservare.
Quando, invece, i tempi sono aggrovigliati, complessi, multiformi, confusi, complicati, per comprenderne i significati non basta osservare. Bisogna guardare oltre quello che appare. Rintracciare differenze e analogie con altri tempi. Individuare figure che rappresentano i significati. Probabilmente il territorio che più di ogni altro è in grado di proporre figure che rappresentano i significati è la letteratura. Anche la storia, senza alcun dubbio. Ma la letteratura un po’ di più. La Commedia di Dante presenta figure che oltrepassano la storia e si costituiscono come riferimenti per gli accadimenti di ogni tempo. E’ solo un esempio.
Dicono i dizionari che la letteratura è l’insieme delle opere scritte relative a una civiltà, a un’epoca, a un genere, a un Paese.
E’ quest’insieme di opere scritte che consente di comprendere la Storia e le storie, l’immaginario dell’epoca, le forme di una civiltà, l’identità di un Paese. E’ la letteratura che restituisce, attraverso la finzione che è la sua natura, il senso del tempo, le passioni e le ragioni, l’essenza dei fatti accaduti. Soltanto la letteratura può fare questo. Non c’è altra disciplina, non c’è macchina, né enciclopedia che riescano ad esprimere le condizioni, le emozioni, le paure, le contraddizioni, le speranze, le tensioni del tempo. Non c’è disciplina che come e quanto la letteratura possa ricostruire la mentalità, il sentimento religioso, il profilo esistenziale, il sistema simbolico- culturale, la dimensione inconscia e archetipa, la vita affettiva e psicologica, il linguaggio, le idee, quella che potremmo chiamare la Weltanschauung, la visione del mondo e della vita di un’epoca.
Ma in quest’opera di restituzione del senso del tempo, la letteratura va oltre, consentendo la trasferibilità dei suoi significati, proponendo una conoscenza ed un’esperienza dei fatti del mondo che non sono mai assolute, né ultime, definitive, irreversibili, inevitabilmente compiute. Raccontando di un solo uomo, riesce a rappresentare la sorte di tutti gli uomini, o comunque di molti, la loro sapienza e la loro follia, il disincanto e lo stupore per il terreno e l’ultraterreno, il visibile e l’invisibile, a dare conto dei destini che si cercano o che si rifiutano, che si rincorrono o che si allontanano, che si contemperano o che si dilacerano; riesce a figurare la confusione che spesso si verifica fra il reale e l’irreale, il verosimile e l’inverosimile, il probabile e l’improbabile, il vero e il falso.
La letteratura è quel luogo della cultura dove tutto quello che può avvenire è già avvenuto. E’ il catalogo di tutte le possibili esistenze. Tutto quello che può accadere ad un uomo, a una donna, è già accaduto in una pagina di romanzo, nel verso di una poesia, in una scena di teatro. Almeno nella sua natura essenziale, nel suo nucleo di senso, nel suo lievito sostanziale. Per esempio, ancora: nella tragedia greca c’è il grumo semantico di ogni possibile vicenda. I personaggi sono archetipi che costituiscono il riferimento ineludibile per una comprensione profonda del manifestarsi dei sentimenti.
In una conferenza sugli esuli tenuta a Vienna nel dicembre del 1987, Josif Brodski disse che la letteratura “ è un dizionario, un compendio di significati per questo o quel destino umano, per questa o quella esperienza. E’ un dizionario della lingua nella quale la vita parla all’uomo”.
Quando i tempi sono complicati, per comprendere bisogna scavare. Questo è un tempo complicato, per cui bisogna scavare se si vuole comprendere il senso che si porta dietro, dentro. Bisogna scavare nei luoghi che custodiscono i significati essenziali, quelli che servono a definire la relazione tra il presente e il passato, a delineare orizzonti di futuro. Bisogna scavare in quei classici che rielaborano i fatti delle storia, indubbiamente. Ma bisogna anche scavare nel tempo con un diverso linguaggio, con un altro metodo, con diversi argomenti, forse anche con uno stile diverso, con un diverso rapporto con la realtà e con quella finzione che, si diceva, costituisce la condizione che connota la letteratura.
Forse bisogna pensare e praticare una nuova letteratura: una nuova narrativa, una nuova poesia. Forse occorre rifondare strutture, rielaborare forme espressive, rimodulare gli stili, aderire alla realtà più di quanto si è fatto finora, finalizzare la finzione diversamente da come si è fatto finora. Forse occorre condurre in maniera diversa l’indagine nella memoria soggettiva e collettiva, rappresentare diversamente la dimensione del lontano e del vicino, del presente, del passato, del futuro.
Poi, si sa, la letteratura è quella strana cosa che molto spesso non si lascia per nulla coinvolgere dalle previsioni e nemmeno dalle intenzioni. Sfonda i confini delle previsioni; ignora e oltrepassa le intenzioni. Impone le direzioni da seguire e che, probabilmente, è conveniente seguire perché, se non conducono alla verità, forse si avvicinano a qualcosa che in qualche modo le rassomiglia.
Quando sognare da soli non basta
Durante una conversazione tra Edoardo Albinati e Walter Siti, alla domanda su “perché la letteratura?” Siti risponde così: “Per la stessa ragione per la quale si sogna”, riferendosi al sognare come necessità fisiologica. Poi dice: “Quando uno viene tenuto sveglio molto a lungo, deperisce non tanto perché non dorme ma perché non sogna”.
Forse ci si potrebbe domandare se questo tempo ha fisiologicamente bisogno di sogni: di sogni soggettivi e di sogni collettivi; se il sogno di tutti e di ciascuno può determinare il progresso della nostra condizione di umani.
Forse si potrebbe considerare che vengono tempi e si giunge a certi punti in cui il sogno soggettivo non è più sufficiente, che si ha bisogno di sogni da fare in comune. Allora inevitabilmente ci si chiede di quali sogni da fare in comune si ha bisogno. Una risposta immediata, soltanto appena pensata, non elaborata, non concettualizzata, potrebbe essere che si ha bisogno di un sogno di progresso: forse di un progresso diverso da quello al quale abbiamo sempre pensato, che abbiamo conquistato – con fatica, con molta fatica – , al quale ci siamo abituati e non avremmo dovuto abituarci perché il progresso non si deve mai dare per scontato. Poi, seguendo il dipanarsi delle domande, ci si dovrebbe chiedere in che senso, in che misura, per quale motivo la letteratura può contribuire, significativamente, a generare e a conformare quel sogno collettivo, quello che recepisce e rielabora i sogni di ciascuno.
Probabilmente, questa domanda costituisce la linea di confine, il nodo da sciogliere, perché inevitabilmente ne accende un’altra anche più complicata che si può formulare così: ma davvero la letteratura, il prodotto di una finzione, la proiezione di una fantasia, la combinazione di realtà e di immaginazione può contribuire alla formazione di un nuovo concetto di progresso, alla sua realizzazione? Semplicisticamente, le risposte possono essere due. La prima: non può. La letteratura non ha mai predisposto e determinato un agio. Al contrario, ha sempre creato disagio. La letteratura esiste per mettere a disagio, per far mancare la terra sotto i piedi, per insinuare dubbi, scombussolare certezze, per mettere in crisi, confondere, depistare.
La seconda risposta è che sì, la letteratura può diventare strumento per la ricerca di un progresso che sia coerente con i tempi, che risponda alle esigenze e a volte anche alle pretese dei mutamenti culturali, economici, sociali. La letteratura esiste per generare crisi che a loro volta, se governate sapientemente, generano progresso.
Allora forse si potrebbe dire che la letteratura può rappresentare i sogni collettivi di progresso anche quando racconta le crisi della civiltà.
A pensarci rapidamente, senza soffermarsi a riflettere, si potrebbe anche sostenere che, per esempio, tutta la letteratura europea dell’Ottocento e della prima metà del Novecento non ha fatto altro che raccontare la crisi profonda di una civiltà, figurando le possibili condizioni di un progresso.
Quelli che viviamo sono tempi di crisi costante, strutturale: crisi della ragione, dei sentimenti, della conoscenza, dell’esperienza, dei sistemi, dei criteri, dei modelli, di quelli che si chiamano i valori, di quelli che si considerano riferimenti.
Allora, senza neppure il minimo accenno all’antica questione della funzione sociale della letteratura, viene spontaneo sostenere che, forse mai come in questo tempo, la letteratura si carica di una funzione essenziale per l’elaborazione di una condizione esistenziale nuova.
Forse questo tempo ha bisogno della letteratura più di quanto ne abbiano avuta i tempi passati. Non perché abbia un maggiore bisogno di sogni, ma perché ha bisogno di strumenti capaci di attribuire ai sogni dei tempi passati significati nuovi da combinare ed armonizzare con sogni che prima non sono mai stati sognati.
Il compito e il destino della letteratura consistono nel creare metafore. Forse si potrebbe dire che ogni metafora è, sostanzialmente, la rappresentazione del sogno di una trasformazione. Un pensare di andare oltre l’esistente. Un immaginare significati nuovi. Sono molti, moltissimi, innumerevoli forse, i sintomi sociali e culturali che esprimono il desiderio ansioso che ha questo nostro tempo di trasformarsi più di quanto costantemente si trasforma, di proiettarsi in un sistema di significati nuovi o comunque rinnovati, ricomposti, rifondati, rigenerati, riconfigurati. Sono moltissimi i segni che riferiscono il bisogno di fare sogni nuovi. Ecco, allora, che forse il conto torna: se la ragione della letteratura è quella stessa per la quale si sogna, di conseguenza si ha bisogno di una nuova letteratura che racconti sogni nuovi ai quali riferirsi, nei quali riconoscersi, ai quali affidarsi. Certo, ognuno sogna per se stesso; è normale che sia così. La letteratura sogna per conto di tutti. Fino a questo punto è stato così. Si spera che continui ad essere com’è stato.
Soltanto una faccenda di casa
Quell’autore misterioso che è Elena Ferrante ha un’idea suggestiva, forse anche emozionante, di letteratura. Probabilmente è un’idea che in taluni casi può corrispondere alla verità, a condizione che la letteratura sia una faccenda in cui si crede: in cui si crede veramente, senza infingimenti, senza riserve. Dice dunque Elena Ferrante che “una poesia, un romanzo, un racconto sono colpi di dado e, per quanto tutto il corpo si concentri nel lancio, per quanto assommi in sé con molto studio tutta l’energia e tutta la perizia letteraria stipata nelle biblioteche, il lancio deve fare i conti con la fortuna”. Dice che scrivere è un gioco d’azzardo e che raramente si vince. L’azzardo dello scrivere riusciva raramente già quando i libri parevano scritti in cielo, “figurati adesso che nessun dio fiata”.
Così dice, dunque, Elena Ferrante in un articolo su “La lettura” del Corriere della sera.
Questa è la sua idea di letteratura, che probabilmente, qualche volta, forse raramente, corrisponde alla realtà. Noi qualcuno lo abbiamo conosciuto. Qualcuno che ha vissuto la letteratura come un gioco d’azzardo, che ci ha creduto in modo assoluto, lo abbiamo conosciuto.
Erano creature che sapevano perfettamente che quella cosa chiamata letteratura chiede molto, costa troppo, pretende in modo sproporzionato e non restituisce mai niente di quello che pretende e che si prende. “Sì, qualche volta l’ebbrezza/ d’esser vicini a qualcosa/ ma in che rari momenti/ e a che prezzo/ d’insofferenze, di rotture/ d’ogni più delicata trama d’affetti”. Così scrisse una volta Vittorio Bodini.
Salvatore Toma, per esempio. E’ un grande poeta perché ci ha creduto. Credere significa anteporre il pensare e l’essere poeticamente a qualsiasi altra cosa. Anche alla vita. Totò Toma antepose: senza nessun dubbio, senza nessun ripensamento.
Ci ha creduto. Estremamente. Fino in fondo. Fino all’ultimo respiro. Fino all’ultima goccia di flebo che gli passò nelle vene in quel marzo nevoso, lì, giù giù, nell’ospedale di Gagliano. A Finibusterrae. Sono passati trentaquattro anni.
Scriveva: un grande poeta si riconosce soprattutto dalla paura che si fa.
Antonio Verri, per esempio. Faceva fogli di poesia che vendeva a cento lire per le strade di Lecce. Si ostinava a pensare che la poesia dovesse stare tra la gente, che dovesse sprofondare nella storia per poi riemergere e attraversare il presente, ogni giorno che chiariva e che scuriva. Pensava che la poesia potesse cambiare le cose che dovevano essere cambiate attraverso la bellezza e lo stupore, e tanti gli dicevano che era un illuso, e lui rispondeva provateci un po’ a vivere senza un’illusione per vedere l’effetto che fa.
Diceva che fare letteratura, fare poesia, significa che quando si fa il conto, come lo fa un uomo, di tutto quello che si è scritto, rimangono soltanto lo stupore, le svuotate parole, i propositi di volo; rimane solo il gioco, la ripetizione, il bisticcio.
Diceva che fare poesia, fare letteratura, non possa essere altro che un correre stolto, e un correre continuo, verso il solito albero d’oro, verso il solito vecchio profumato eldorado.
Spesso ci si chiede a che cosa serva la letteratura, oppure se abbia ancora senso in un tempo di tracotanza, di superfluità, di mitologie sgretolate, di dei seppelliti, di utopie svaporate, di tecnologie prevaricanti, in un tempo arrogante, borioso, indifferente, sotto l’impero dei mercati, nel contrasto vergognoso di opulenze e di miserie. Ma forse è proprio in un tempo che si mostra con una fisonomia deformata che serve la letteratura, che serve una parola autentica e profonda, lontana da qualsiasi convenzionalismo, opportunismo, manierismo, artificio, accondiscendenza, autoreferenzialità, ambizione.
La letteratura (quella vera, perché esiste anche la letteratura falsa, l’esercizio formale senza alcun significato, il libro scritto per divertissement) è sempre stata un’esperienza di liberazione e di libertà. E’ questo che deve indispensabilmente continuare ad essere, provocando il pensiero, l’indignazione, la rabbia, conformandosi ai volti innumerevoli dell’Altro, ascoltandone le voci e i respiri, urlando contro le ingiustizie, le sofferenze, i qualunquismi, contro ogni sopruso, contro ogni ipocrita silenzio. Ma forse c’è una condizione che in questo tempo assume un’importanza straordinaria. Forse in questo tempo la letteratura è la possibilità che l’esistenza si concede per sottrarsi alla massificazione, al livellamento, al conformismo e all’uniformità, all’appiattimento, alla misura standard per tutto, per tutti, per riconquistare un’intimità di tempo e di spazio, per ritrovare un sentimento di appartenenza a se stessi.
Di Elena Ferrante non si sa niente.
Forse è una(o) che resiste al richiamo della mondanità e della gloria. Forse è uno(a) che ha già una sua presenza consolidata nella cosiddetta società letteraria e si gode lo spettacolo come spettatore. Ma sarebbe bello che fosse una donna di mezza età che, dopo aver sistemato le faccende di casa, si mette a scrivere soltanto perché scrivere le piace, soltanto perché quando scrive si sente bene. Poi ritorna alle faccende di casa. Ma a pensarci: in fondo, la letteratura non è altro che una faccenda di casa. Niente di più e niente di meno di una assai seria faccenda di casa.
L’indispensabile inutilità del classici
I classici possono anche non servire a niente. Per esempio, i classici non servono a niente quando non si riesce a fornire risposte alle loro domande. Perché i classici non danno mai risposte; scagliano sempre domande, insegnando che innumerevoli e costanti e assedianti sono le domande e che non si può evitare di cercare le risposte. Poi succede, e anche abbastanza di frequente, che risposte non se ne trovino. Però bisogna cercarle. Forse un classico è quel libro che pone sempre la stessa domanda sfidando gli uomini che abitano ogni tempo. Pone sempre la stessa domanda alla quale ciascuno dà la propria risposta, senza che mai si possa capire quali siano le risposte giuste e quali le risposte sbagliate, oppure se siano tutte giuste, se siano tutte sbagliate. I classici possono anche non servire a niente. Accade che non servano a niente quando non si riesce a sentire il rombo silenzioso delle loro domande, quando i personaggi, il linguaggio, gli accadimenti che raccontano restano lontani, quando i significati ci risultano estranei. I classici non servono a niente quando ci lasciano indifferenti. Ma è proprio a quel punto, dentro quella condizione di indifferenza, che probabilmente dovremmo farci la domanda più difficile ma forse anche più necessaria; è in quell’assenza di consonanza che ci dovremmo chiedere per quali motivi non riusciamo a percepire le domande, a sentire i significati ed a reagire emotivamente, razionalmente. Dovrebbe essere quella indifferenza a farci domandare come mai se per secoli gli uomini si sono confrontati con i significati di quei libri, in questo nostro tempo il confronto non avviene più, o si è fatto più raro, comunque culturalmente meno significativo.
Qualche volta sopravviene l’impressione che la mutazione antropologica provocata dalla tecnologia di massa abbia determinato una visione del mondo che non riesce a comprendere i significati elaborati dai classici. La tecnologia di massa ha cambiato le logiche, le categorie, le configurazioni del nostro pensiero, le nostre percezioni, le nostre modalità di acquisizione delle conoscenze, il nostro immaginario, i significati che attribuiamo alle nostre esperienze, per cui ci risulta difficile comprendere le strutture semantiche elaborate dai classici.
Certo, si continua a studiarli. Ma studiarli non significa “sentirli”, avvertire una corrispondenza, scoprire un’appartenenza. Quei libri sono lontani, appartengono ad un mondo finito, che non esiste più. Anzi, costituiscono la testimonianza della scomparsa di una cultura.
Se ne deve prendere atto. Ma bisogna anche prendere atto che, senza la comprensione dei significati dei classici, non può esistere una comprensione dei significati profondi dell’essere e dell’esistere. Bisogna anche prendere atto che, senza l’esperienza di ricerca delle risposte alle domande che i classici scaraventano come pietre di fionda, ci si deve inevitabilmente fermare alla superficie, all’apparenza delle cose, dei fenomeni, delle storie. Senza quell’esperienza di ricerca, non si può indagare, non si può scoprire che cosa c’è sotto, dietro, dentro, non si possono percepire i riflessi, rintracciare i riferimenti, individuare le cause e gli effetti. I classici dicono sempre quello che accadrà raccontando quello che è accaduto; dicono il futuro che se ne sta sempre acquattato in un angolo nascosto del passato. E’ per questo che attraversano i tempi e le generazioni, riproponendo sempre le stesse domande, ma pretendendo sempre risposte diverse. Le domande sono sempre le stesse perché sono le domande che interessano e coinvolgono il destino di tutti e di ciascuno. Le risposte sono sempre diverse perché i tempi richiedono un diverso confronto con i destini.
Ma la relazione con i classici degli uomini di questo tempo ha subito una frattura, si diceva. Però, se non si vuole consegnarsi in maniera definitiva alla superficialità come condizione dell’esistenza, occorre sanare la frattura, ricomporre la relazione, ricostituire la prossimità. Non è facile. Sono cambiati i linguaggi, le forme di espressione, i canali di comunicazione, le modalità della narrazione, i tempi e gli spazi della riflessione. Sono cambiati i modi di essere nel mondo, per cui diventa quasi impossibile riconoscersi ancora in certe identità, in certe storie, nelle vicissitudini, nelle aspirazioni, nei sogni, nelle passioni ai quali un classico dà forma. Forse è cambiato anche il nostro sentimento del tempo. Non è facile. Ma lo si deve fare. Si deve tentare una riconciliazione, che probabilmente può verificarsi soltanto attraverso una diversa e nuova interpretazione delle metafore che i classici proiettano. C’è un solo luogo in cui questa riconciliazione indispensabile può avvenire. E’ un luogo in cui si attribuiscono costantemente significati nuovi a saperi antichi. E’ un luogo che si chiama scuola. Se la riconciliazione non avviene in quel luogo, non può avvenire in nessun altro.
La libertà del dilettante
In un’intervista per il Corriere della Sera, a Paolo Di Stefano che chiede quali autori indicherebbe come irrinunciabili in un ideale canone degli anni Duemila, magari da proporre nelle scuole, il linguista Maurizio Dardano risponde che è difficile stabilire un canone degli anni Duemila e che, per quanto riguarda la narrativa contemporanea da proporre nella scuola secondaria, si dovrebbe evitare la letteratura di pura evasione. Maurizio Dardano ha buone ragioni per essere prudente. Lui sa perfettamente che i giovani non accettano canoni. Anzi, sa perfettamente che i giovani esistono per scardinare i canoni d’ogni genere: quindi anche quelli letterari. Non c’è stata generazione che, mentre il professore teneva la sua lezione su un certo classico, non abbia letto un libro completamente diverso sotto il banco. Ecco: è il rifiuto del canone, l’opposizione silenziosa alla maggioranza celebrante. Le cose vanno così, e c’è una bellezza nelle cose che vanno così, che intendono rinnovare, rigenerare, proporre nuovi contenuti, forme nuove.
In fondo, si legge per cercare significati nuovi o rinnovati. Si legge per ripensare, riconsiderare. Ci sono molte occasioni che conducono ad un ripensamento, ad una riconsiderazione. A volte anche la distrazione può essere una di queste occasioni perché, attraversando la condizione di distrazione e imponendosi poi di ritornare sui concetti, sulle storie con concentrazione, con attrazione, può accadere che si scoprano significati che aderiscono al nostro esistere in quel momento, che si conformano al nostro pensiero, alla visione del mondo che abbiamo in quel momento. E’ a quel punto che tutto viene riconsiderato, ripensato, rielaborato, riformulato, rivissuto, risignificato. E’ a quel punto che tutto quello che si pensava fosse una conoscenza acquisita e immodificabile si ripresenta come forma sconosciuta, generando il desiderio o l’interesse della conoscenza.
In questo tempo che macina le esperienze in pochi istanti e lascia di esse soltanto una insignificante poltiglia, forse la distrazione si può costituire come un’esperienza di senso, come un’occasione per un approfondimento dei significati con cui ci ritroviamo a confrontarci.
Ha buone ragioni Maurizio Dardano per essere prudente. Lui sa perfettamente che i giovani esistono per pretendere e per esercitare le loro libertà. Anche le loro libertà di lettori.
Nel Manifesto del libero lettore, quel libro che è un po’ saggio e un po’ racconto, Alessandro Piperno scrive che il libero lettore è colui che si lascia guidare dal capriccio, dalle sete e dalla necessità. Il libero lettore è un dilettante e, in quanto tale, aspira al diletto, è uno che si immerge in un’opera narrativa e non sta lì ad interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria, non si chiede se sia realista, vittoriana, modernista, tradizionale, sperimentale, se appartenga ad un qualche genere. Non gli interessa.
Il libero lettore legge e basta. Perché questo gesto gli dà libertà di pensiero, lo sottrae alle sovrastrutture degli schemi e delle categorie, dei canoni, delle classificazioni, dei modelli, delle predefinizioni.
Il libero lettore è anche colui che si prende la libertà di indugiare, di rallentare il ritmo, di sfilacciare il tempo, di congetturare, di lasciarsi insidiare dalla distrazione. Il suo rapporto con il testo è esclusivo e confidenziale e, in una dimensione confidenziale, la distrazione alle volte si acquatta in un angolo e se ne sta sempre pronta ad assalire. Quando assale, si può lasciare che si tramuti in disinteresse, oppure la si può contrastare e neutralizzare attraverso una nuova e più forte concentrazione.
Il libero lettore è convinto che la distrazione sia anche necessaria: perché costringe a ritornare indietro, a riprendere il filo, a ricomporre più fili che si sono sfilati dal rocchetto; perchè costringe a rinnovare l’attenzione, a cercare le condizioni per una diversa e nuova attrazione. Molte cose le abbiamo imparate in compagnia della distrazione. Tante di quelle battaglie, di cui sono stracolmi certi periodi della storia, le abbiamo imparate sotto l’assedio della distrazione. Certe pagine dei “Promessi sposi” ci hanno distratti in maniera spaventosa. Allora siamo tornati indietro, ci siamo imposti di leggere meglio, di capire di più, oppure soltanto di capire quello che comunque era indispensabile capire
Allora, forse, la necessità della distrazione nell’esperienza della lettura sta proprio nella continua ricerca, nella costante tensione ad un suo superamento. In fondo, è come quando si cerca di trovare in ogni giorno un nuovo senso, anche quando pare che le faccende di quel giorno siano identiche a quelle del giorno passato. Ma poi si riflette un attimo e si comprende che le faccende della vita sono ogni giorno completamente diverse. Forse le pagine di un libro sono come i giorni di una vita, le frasi come le ore, le parole come gli istanti. In certi giorni, in certe ore, in certi istanti, una cosa ci attrae, un’altra ci distrae. Come ci attraggono e ci distraggono le pagine, le ore, le parole.
Quella cosa chiamata passione
Dopo aver vinto lo Strega, Antonio Pennacchi disse che non riusciva più a scrivere. Il successo lo aveva distratto, frastornato, bloccato. Era come se la scrittura rifiutasse quella condizione nuova e sconosciuta. Forse questo accade quando ci si ritrova a confrontarsi con scritture autentiche, di quelle che richiedono, pretendono un consegnarsi ad esse senza condizioni, senza distrazioni.
Per vent’anni Stefano D’Arrigo scrisse e riscrisse Horcynus Orca. Cominciò negli anni Cinquanta; per tutti gli anni Sessanta corresse alcune parti, ne cambiò interamente altre. Il lavorio intenso, ossessivo, intorno ad una sola parola, un solo suono, lo racconta magistralmente Walter Pedullà in Il pallone di stoffa.
Horcynus Orca è un libro che non solo ha richiesto una dedizione assoluta a chi l’ha scritto, ma anche a chi ha inteso o intende leggerlo. Un capolavoro che non passerà mai di moda perché non è stato mai di moda.
Una sera, a Lecce, in occasione della presentazione di un suo libro, Vincenzo Consolo mi disse che a volte si dannava per intere settimane alla ricerca di una parola: perché doveva essere esattamente quella e non un’altra, non poteva essere un’altra, perché il pensiero, il suono, il ritmo pretendevano quella parola, insostituibile, assoluta. Consolo ha sempre avuto pochi lettori, eppure è tra i più grandi scrittori che il Novecento ha generato.
Di Joyce è proverbiale la lentezza nella scrittura. Si racconta che un amico, capitato un pomeriggio in casa sua, lo abbia trovato in stato di totale abbandono, con la testa riversa sul tavolino. Allora l’amico gli domanda cos’abbia. Lui gli risponde che ha scritto sei parole. Allora l’amico gli dice: ma come? Per te sei parole sono un record. E James: sì, ma non so in che ordine vanno.
Che cosa siano i libri di Joyce, è assolutamente inutile dirlo.
Disse una volta Giuseppe Pontiggia che, se la letteratura ha un senso, ce l’ha solo se si confronta con le cose essenziali che ci riguardano. Probabilmente è vero. La letteratura ha un senso solo se si confronta con i significati più o meno evidenti o più o meno nascosti delle storie, delle cose che appartengono al tempo, al terreno e all’ultraterreno, al reale e all’irreale, alla storia e all’immaginazione, al vicino e al lontano, alla superficie e alla profondità.
Probabilmente moltissime sono le ragioni per le quali uno scrive e un altro dipinge, e un altro scala montagne, compone melodie, gioca a pallone, vola a trecento chilometri all’ora su un’auto da corsa, sale sul palcoscenico di un teatro, sprofonda nel silenzio di un laboratorio.
Ma c’è una cosa, probabilmente, che costituisce la radice profonda di quello che si fa, senza la quale tutto diventa terribilmente banale. Questa cosa si chiama passione. A proposito della scrittura, in un saggio intitolato Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione, Duccio Demetrio dice che anche lo scrittore di professione ritorna sempre ad una naturale condizione amatoriale, incerta ed eccitante, inquieta e disponibile a lasciarsi stupire dalla vita, dalle persone, dai fatti, dal dubbio, dall’ignoto. Nessuno potrà mai essere uno scrittore autentico se avrà cessato di dare ascolto ai propri tormenti interiori, se di tanto in tanto non si ripassa quella frase di Simenon: “ Scrivere non è una professione ma una vocazione all’infelicità. Non credo che un artista possa mai essere felice”.
Certo, si potrebbe anche rovesciare questa posizione e dire che la scrittura può essere una vocazione alla felicità, che si scrive per corteggiare l‘illusione di essere felici. Ma come che sia, di sicuro c’è che la felicità o l’infelicità non dipendono dal successo, ma da quello che accade dentro.
Al di qua della soglia della passione c’è la mediocrità, il qualunquismo, il disimpegno, l’indifferenza, la distrazione verso quello che si fa, verso il proprio impegno, e l’attrazione verso altro, verso l’inappartenente, verso le tante sirene che cantano ed attraggono con le loro promesse di apparente prodigio e sostanziale nullità. Senza passione c’è il disinteresse, l’apatia, l’immobilità, l’abitudine, l’uggia.
Forse questo è un tempo che ha bisogno di passione soprattutto per le piccole cose, perché le grandi sono sempre il risultato di una tramatura di cose piccole, ordinarie. Ha bisogno di passioni quotidiane, costanti, tenaci, di passioni personali e di passioni sociali. Se qualcosa potrà salvare quello che c’è da salvare, non sarà la bellezza, ma la passione o, se si vuole, la bellezza della passione.
La perfetta rassomiglianza
“Credevo che non sarei mai arrivato in tempo”. “C’è ancora qualche minuto”. “Ho sentito la radio”. Anche per te ci sono novità”. “E’ una giornata di molte novità, per me e per te”. “Bene”. “E adesso?”. “Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”. “E questa?”. “Questa è finita”. “ Finita finita?”. “Finita finita”. “La scriverà qualcuno?”. “Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento”.
Atlante occidentale di Daniele Del Giudice finisce con questo dialogo.
Daniele se n’è andato a settantadue anni. Viveva in una casa di cura a Venezia, assediato dall’Alzheimer.
Forse non ricordava più nulla di sé, nulla della sua vita.
Forse non ricordava di aver raccontato qualcosa, una volta. Oppure ricordava di aver raccontato qualcosa, ma a quell’aver raccontato non dava nessuna importanza. Forse, se ricordava, dava un’inconscia importanza vitale ad una sensazione, un’emozione, una percezione, un trasalimento, un brivido. Dava un’inconscia importanza soltanto allo sfilacciato ricordo di un sentimento. Tutto il resto, tutte le pagine che aveva scritto, le sue storie, i suoi personaggi, si erano fatti infinitamente lontani. Era soltanto quella scaglia di inconsapevole memoria di vita vera che lo teneva in piedi.
Eppure, quel dialogo conclusivo di Atlante occidentale, oppure la pagina di un altro qualsiasi dei suoi romanzi, o una frase sola, o una parola sola, il più marginale personaggio al quale ha dato un’esistenza d’inchiostro, avranno più vita di quella che ha avuto il suo corpo.
Una beffa. Una lusinga. Una disperazione. Una consolazione. Una ricompensa. Forse ogni racconto che si fa è tutto questo insieme: beffa lusinga disperazione consolazione ricompensa. Tutto questo insieme e altro ancora, molto altro ancora; a volte, spesso, indipendentemente dal rapporto che ciascuno ha con il proprio racconto.
Daniele Del Giudice sapeva perfettamente che scrivere è difficile, che scrivere costa fatica e fa paura. Lo ha detto nelle bellissime righe che aprono una raccolta di saggi intitolata In questa luce.
Se non ci si vuole accontentare del primo pensiero che passa, della prima immagine che arriva, della prima parola, della prima frase, del primo personaggio che spande la sua ombra sul foglio, del primo luogo che vuole essere narrato, se non ci si vuole accontentare di se stessi, scrivere è difficile, costa fatica e fa paura. Se non si vuole riporre nessuna fiducia nel periodo che scivola leggero, nella frase morbida, nella modulazione armoniosa, se si pretende che per ogni parola non ci sia possibilità di sostituzione, che nessuna frase abbia possibilità di formulazione alternativa, che nessun periodo possa essere articolato in maniera diversa, scrivere è difficile, costa una tremenda fatica.
La storia è finita, dice il finale del romanzo, e probabilmente non ci sarà nessuno che penserà di scriverla. Ma scriverla non è importante; l’importante è averla vissuta, averne provato il sentimento.
La parola storia può essere sostituita con la parola vita: un sinonimo. Allora si può anche dire che raccontare la vita non è importante, che è importante, essenziale viverla, provare nei suoi confronti un sentimento e assaporare quel sentimento.
A volte ci si ritrova a dover scegliere tra l’esistenza e la scrittura, a meno che non si riesca a creare una condizione di coincidenza.
Qualche volta accade. Quando esistenza e racconto si rassomigliano a tal punto da non distinguersi più, quando l’esistenza ha bisogno del racconto per potersi dare una motivazione o almeno una giustificazione, allora accade.
Sì, qualche volta accade. Forse a Daniele Del Giudice è accaduto, e nessuno può sapere se non ne abbia avuto consapevolezza, in qualche istante. Chissà se in qualche istante di consapevolezza non gli sia tornata alla memoria quella pagina in cui diceva di certe frasi lanciate come reti per raccogliere tutto il resto, e che potevano essere tirate a riva e staccate dalla storia e portate via. Chissà se non abbia avuto ricordo di quel personaggio che dice: “Lui sapeva che non avrebbe più potuto accucciarsi tra le parole come un animale nella tana”.
Forse Daniele aveva trovato la coincidenza. Era riuscito ad arrivare al punto in cui la possibilità di esistenza è subordinata alla possibilità di scrittura. Forse aveva raggiunto quella condizione in cui la rassomiglianza fra vivere e scrivere diventa perfetta, e non si distingue più, non si può né si vuole distinguere più.
Chissà se non continuava a scrivere, Daniele Del Giudice: lì, nella casa di cura a Venezia. Chissà se non continuava a scrivere, anche senza fogli, anche senza biro, senza una tastiera. Come si fa a sapere se non scriveva ancora, tracciando e lasciando le parole nella sua mente, perché magari quando si raggiunge il punto di coincidenza, quando la rassomiglianza diventa perfetta, nessuno può cancellarla più: nemmeno l’Alzheimer. Come si fa a sapere se non si accucciasse tra le parole come un animale nella tana. Come si fa a sapere.
( Questo contributo riprende articoli apparsi in “Nuovo Quotidiano di Puglia”)

