Lezioni virtuali al tempo del Coronavirus
Abstract
Cronaca delle lezioni tenute un lunedì in una classe virtuale di scuola media, che dimostra come la passione educativa degli insegnanti che si sono alternati sia riuscita a riprodurre, tra i tinelli domestici, l’atmosfera dell’aula reale, pur negli attuali limiti della tecnologia della didattica a distanza.
Di Fabio Scrimitore
La maggior parte degli intervistati (59 %) di un campione di 1900, tra Dirigenti, insegnanti e dipendenti scolastici delle diverse qualifiche d’ogni ordine, ha dichiarato che è notevolmente cresciuto il numero di studenti stanchi per imparare e che si sono moltiplicati i problemi relativi alla sfera comportamentale.
Si apprende che la digitalizzazione distrae molto gli studenti, limitandone la capacità di concentrarsi nello studio.
Ma il 43 % degli studenti intervistati non è dello stesso avviso della maggior parte di chi partecipa alle lezioni a distanza e pensa che gli smartphone, i tablet ed i personal computer migliorino tanto le attività di insegnamento quanto quelle di apprendimento.
Un lunedì di didattica a distanza di Filippo, alunno di seconda media o, come più correttamente si deve dire oggi, di scuola secondaria di primo grado, ha elevato di un’unità quel 43% di studenti che sono convinti dell’efficacia delle lezioni impartite a classi virtuali. Se ne può dar conto raccontando la rielaborata cronistoria delle tre ore di lezione, alle quali la classe di Filippo ha partecipato a distanza.
Alle 10 antimeridiane di uno dei lunedì vissuti con le aule reali vuote, dall’invisibile altoparlante del computerino materno giunse forte il segnale bitonale della chiamata di gruppo di Skype. Interrompendo il suo lavoro quotidiano in modalità smartworking, la mamma inviò a Filippo il segnale convenuto; con non eccessivo entusiasmo, il ragazzo interruppe il gioco sulla playstation e sedette di fronte al videoterminale, collegandosi con la sua classe per la lezione di Antologia, che la professoressa avrebbe tenuto nella prima ora di lezione del giorno.
Al centro dello schermo del televisore da trentadue pollici, che Filippo teneva stabilmente collegato al computerino con una presa HDMI, comparve il volto sorridente della professoressa di Italiano, che aveva alle spalle un piccolo crocifisso bianco e l’immagine di Sergio Mattarella, col suo timido e rasserenante sguardo di affettuoso nonnino. Sulla fascia superiore dello schermo del televisore Filippo poteva vedere i volti dei suoi compagni di classe, poteva leggerne gli sfuggenti e compunti sorrisi e sentirne le voci che la non collaudatissima tecnologia del suo collegamento wireless di tanto in tanto distorceva
Introibo ad altare Dei, esordì la professoressa, riprendendo l’incipit dell’Ulisse che James Joyce pone in bocca al solenne e paffuto Buck Mulligam. Poi, all’informale saluto iniziale sapientemente fece seguire alcune considerazioni di cauto ottimismo sull’andamento della pandemia di Covid-19, basate sulle dichiarazioni ufficiali rilasciate la sera precedente dal Responsabile della protezione civile. Quindi, prima ancora di avviare la lezione, fece una sorta di prologo introduttivo, incoraggiando gli alunni a dire in maniera molto spontanea, quasi amicale, se fossero sorti in loro dubbi o incertezze sulla lezione precedente, nel corso della quale avevano parlato della vita di Giovanni Pascoli e di alcune sue tenerissime poesie. Pregò, però, i suoi ventidue alunni di spegnere le fonti di distrazione che avessero avuto vicine, come i telefonini.
Sul video di Filippo, preceduto da un brevissimo segnale sonoro, uno dei cerchietti con il volti dei compagni si slargò in un rettangolo che aveva l’altezza pari a quella dello stesso video e la larghezza d’un quinto dello schermo; al centro del rettangolo compariva il volto d’una disinvolta alunna, con sullo sfondo il rosa della sua cameretta, dei peluche e un gruppo di fotografie; la ragazzetta disse che le era molto piaciuta la poesia Romagna del Pascoli perché le ricordava il paesino dove vivevano i nonni, un piccolo, assolato borgo vicino al mare, dalle cui terrazze, nei giorni di maestrale, si potevano vedere i monti dell’Albania e dove la sua famiglia, d’estate, andava in vacanza. Alla domanda che la professoressa le rivolse perché spiegasse ai suoi compagni quali versi della poesia Romagna le avessero rievocato il paesino dei nonni, l’alunna rispose d’essere stata attratta dallo scorcio di vita rustica tratteggiato nei versi: “E s’abbracciava ad uno sgretolato/ muro un folto rosaio a un gelsomino”; quelle parole le rammentavano una vecchia masseria diroccata, che distava poche centinaia di metri dalla casa dei nonni; in quella masseria lei e Livio, suo fratello maggiore, nei pomeriggi del solleone, andavano a piluccare qualche grappolino d’uva primitiva.
Dopo qualche minuto, le fece eco la voce di una compagna di classe, che quasi d’ impeto, disse che prediligeva un’altra poesia del Pascoli, la Cavallina storna, perché i suoi versi le erano restati impressi nella mente allo stesso modo in cui vi rimanevano quelli della melodia ritmata d’una delle tante canzoni di cui suo padre canticchiava il ritornello, quando si radeva; con la loro rima baciata, quei versi, aggiunse la ragazza, le ricordavano un po’ quelli delle filastrocche di Gianni Rodari, che tante volte aveva recitato al tempo della scuola primaria.
Si aggiunse poi la voce di un compagno dalla chioma simile a quella di Lucio Battisti, il quale, riallacciandosi a quel che aveva osservato la compagna che l’aveva preceduto, disse, sì, che la Cavallina storna gli era piaciuta, ma che gli era sembrato un po’ strano, e quasi ingenuo, che la cavallina avesse risposto con il suo alto nitrito alla domanda che la mamma del Pascoli le aveva rivolto, stando mestamente appoggiata con il gomito sulla sua calda greppia. Neppure Argo, il ben più intelligente ed intuitivo cane di Ulisse, aggiunse facendo sfoggio di cultura classica, sarebbe riuscito a tanto, se non fosse morto per l’emozione nel rivedere il volto del suo antico padrone, dopo vent’anni di assenza.
Con didattica sapienza la professoressa pensò che le diverse considerazioni che i due alunni avevano espresso sulle due poesie del Pascoli le offrivano una buona occasione per parlare alla classe, in termini molto generali ed altrettanto discorsivi, di quel che si può intendere per poesia.
“Nella poesia – cominciò la professoressa -, la lingua è liberata dalle funzioni di comunicazione fra le persone che ha quando viene usata nei comuni rapporti sociali. Il vero poeta, generalmente, non si propone di far conoscere più o meno accuratamente ai suoi lettori fatti, oggetti o particolari aspetti della vita, come, per esempio, fa il Manzoni il quale, immaginando di aver trovato per caso un manoscritto, con analitica precisione descrive nei Promessi Sposi come si viveva in Lombardia nel 1600. Né chi compone poesie intende descrivere una teoria scientifica, come fa Galileo Galilei nel Dialogo sui due massimi sistemi del mondo: Tolemaico e Copernicano.
Il poeta oggi non informa e non comunica, non lancia messaggi chiari, ma legge dentro di sé le sensazioni e le intuizioni che possono balenargli d’improvviso nel suo intimo con la fulminea estemporaneità del pensiero, come stelle cadenti, e le traduce in simboli, cioè nelle parole del linguaggio alfabetico, che riporta poi in versi. Lo fa allo stesso modo in cui il pittore traduce le analoghe sue sensazioni emotive nei simboli propri del linguaggio pittorico, che è fatto di colori e di forme, di luci e di ombre. Similmente il musicista realizza le medesime traduzioni delle immagini della sua mente utilizzando i simboli puntiformi delle note musicali, che colloca a suo piacimento sui righi e fra gli spazi del pentagramma, come il poeta dispone le parole nei versi.
E, così come non vi è un codice perennemente valido che imponga al pittore modalità invariabili perché riporti sulla tela forme e colori, ed allo stesso modo in cui non vi può essere una categorica grammatica musicale che suggerisca al compositore come si debbano disporre sul pentagramma le minime, le crome e le biscrome, similmente non vi può essere alcuna Accademia della Crusca che prescriva al poeta l’osservanza di leggi ferree per la traduzione delle sue immagini mentali in parole, in versi ed in strofe, cosa che, all’opposto, la stessa Accademia è chiamata a fare per indicare al narratore, ai giornalisti agli insegnanti, e soprattutto agli alunni, le regole che essi debbono seguire se vogliono comporre senza errori temi, cronache ed elzeviri, riassunti, parafrasi di poesie, oppure saggi o racconti.
Con queste mie parole – volle precisare l’insegnante – non intendo dire che il poeta si può sentire autorizzato a non tenere in alcun conto le regole grammaticali quando compone una poesia. Non si perdonerebbe neppure al Manzoni se avesse concluso l’ultimo settenario della prima strofa del Il cinque maggio con le parole: “la terra al nunzio stà”, cioè mettendo l’accento sulla parola “sta” perché anche per i grandi poeti vale la regola di grammatica che vuole che non si ponga l’accento sulle parole formate da una sola sillaba. Si perdonerà, invece, al grande creatore di Renzo e Lucia d’aver scritto nella sesta strofa della sua Ode Nui/ chiniam la fronte al massimo/ Fattor che volle in lui, perché consideriamo tollerabile il piccolo errore ortografico che, per evidenti esigenze di rima, il Poeta ha commesso scrivendo nui invece che noi, concedendosi, così, quella libertà che a scuola chiamiamo licenza poetica e che il Manzoni si è concesso per ricordare ai suoi venticinque lettori che, come non aveva espresso facile plauso a Napoleone al tempo della sua gloria imperiale (di mille voci al sonito/ mista la sua non ha), alla stessa maniera lasciava ai posteri il giudizio storico, nel tempo della disgrazia del primo imperatore dei Francesi.
Si vuol dire soltanto – concluse la professoressa – che il genio del poeta si deve sentir libero di dare alle singole parole i significati che a quelle parole attribuiscono i vocabolari della lingua corrente, perché le parole della lingua scritta e parlata, per coloro che scrivono e parlano, non hanno i medesimi significati che per i matematici ed i fisici hanno i numeri. Per chi vive impegnandosi a fare calcoli e risolvere equazioni, ogni numero ha uno ed un solo significato; per esempio, il numero 1729 rappresenta sempre la somma del cubo dei numeri 10 e 9, oltre che la somma del cubo dei numeri 1 e 12, sia a Roma che a Cambridge o ad Hosaka.
Le parole della lingua, invece, hanno quasi sempre più d’un significato: basta aprire un qualsiasi dizionario per constatare che il verbo atterrare, per esempio, può significare: gettare a terra un uomo, oppure avvilire una persona, oppure ancora toccar terra con le ruote di un aereo. Gli strumenti espressivi che consentono al poeta di tradurre in forme originali le sue intuizioni sono proprio i diversi significati che nel corso dei secoli le parole assumono nel parlato e nello scritto di una comunità. Non vi dovete meravigliare, perciò, se il poeta vi fa leggere, nelle sue poesie, parole nuove oppure dà significati nuovi a parole vecchie; questo accade quando nel vocabolario egli non trova termini che traducano fedelmente in parole le sue idee, i suoi pensieri.
Cari ragazzi, quelli di voi che desidereranno approfondire gli studi letterari nelle classi del secondo ciclo di istruzione o all’ università avranno modo di verificare quante volte i poeti hanno creato parole a noi ignote. Dante Alighieri è stato un maestro insuperabile in questo, al punto che Pietro Bembo, il grande letterato ed umanista del nostro Rinascimento, lamentava spesso l’eccesso nell’uso di parole nuove che Dante ha fatto nella Divina Commedia, dove voi troverete voci verbali come indìa, indige, indova, per conoscere il cui significato qualche aiuto ai dizionari, almeno la prima volta, dovrete pur chiederlo, se non ve lo daranno le note di commento che si leggono nelle antologie.
Ma anche poeti a noi più vicini hanno seguito questo stile letterario molto creativo; viene in mente, a questo proposito, la bella poesia Miramar, che Giosuè Carducci compose per decantare la bellezza dell’omonimo castello di marmo bianco che domina il golfo di Trieste, … le cui bianche torri attediate per lo ciel piovorno.
Il poeta quasi si giustifica per l’uso dell’aggettivo piovorno, che oggi i migliori vocabolari definiscono aggettivo poetico, ma che sembrava non esistere nella lingua italiana al tempo del Carducci; l’autore di Miramar, però, lo conosceva bene: l’aveva trovato, anche se espresso nella forma contratta di piòrno, nel Purgatorio di Dante, con il significato vicino a quello dell’aggettivo piovoso. Immaginiamo che piovorno potesse essere il cielo che Carducci vedeva denso di quei vapori che preludono all’imminente pioggia, mentre piovoso è il cielo d’una giornata di pioggia battente.
Il senso di quel che vi ho detto, forse annoiandovi un poco – aggiunse la professoressa -, lo potrete vedere sintetizzato nelle parole con le quali Robin Williams, il compianto protagonista del bel film L’attimo fuggente, il geniale professore al quale i suoi entusiasti alunni si rivolgevano in aula con le romantiche parole Oh capitano, mio capitano!, invitò i suoi studenti a strappare la prima pagina del libro di testo di letteratura nella quale si descriveva ciò che dovesse intendersi per poesia”.
Un momento di silenzio seguì all’appassionante spiegazione della professoressa.
La mano alzata d’ un altro alunno apparve su uno dei cerchietti che occupavano la fascia superiore del video del televisore di Filippo; il ragazzo pregò la professoressa di spiegare quale interpretazione si potesse dare all’ultimo verso della Cavallina storna, che potesse sembrare più accettabile di quella che chiunque darebbe a quel verso della poesia che sembra proprio diretto a convincere il lettore che la cavallina dal manto grigio con chiazze bianche, con il suo alto nitrito, avesse voluto proprio dire: sì, è vero, la schioppettata al povero papà è partita dalla persona citata un attimo prima dalla mamma.
Sistemandosi meglio al centro della cattedra per essere ben vista sui video dei suoi ventidue alunni, la professoressa rispose dicendo che quell’ultimo endecasillabo della forse più nota poesia del Pascoli doveva essere liberamente interpretato da ogni lettore con un suo personale sforzo di immaginazione. “Qualcuno di voi – continuò la docente – potrà pensare, per esempio, che in quel suo verso conclusivo il Pascoli abbia voluto sottolineare quanto per lui fosse stata inaccettabile la morte violenta, per mano ignota, del povero padre; qualcun altro potrà vedere in quelle parole una richiesta di aiuto morale che il poeta rivolgeva alla società, per scuoterne le coscienze. L’interpretazione della poesia è un atto di libertà che ciascuno compie, servendosi dei mezzi culturali di cui dispone”.
A tal proposito, quasi rivolta a se stessa e non ai suoi alunni, come fosse stata attratta dal balenar d’un ricordo, la professoressa aggiunse: “ Mi piacerebbe sapere quali sensazioni suscitano in voi i versi d’una famosa terzina che mi torna in mente nel tempo del solleone, quando, alle prime luci dell’alba, dal balconcino della mia casetta al mare, guardo il mare, E’ una delle terzine del primo canto del Purgatorio e suona così: L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina; il ricordo di questi versi continua ad evocarmi immagini d’una serenità inesprimibile”.
Era trascorso molto più del tempo che, in verità, la professoressa avrebbe dovuto riservare all’introduzione alla vera e propria lezione, programmata per parlare del genere letterario del giallo poliziesco, genere che riteneva particolarmente indicato al tempo della forzata didattica a distanza, per il non eccezionale approfondimento che alcuni degli autori di antologie dedicano a tale genere di prosa narrativa.
Avrebbe avuto in animo di parlare ai suoi alunni della vita e dei libri di Agatha Christie, la regina del delitto letterario, che nei suoi 86 anni di vita, fra romanzi, libri gialli e sceneggiature, aveva scritto tanto, proprio tanto, da essere risultata la scrittrice inglese più prolifica della letteratura poliziesca e l’autrice di Sua Maestà britannica più tradotta al mondo, seconda soltanto a William Shakespeare.
La professoressa si concesse soltanto il tempo di spiegare per grandi linee agli alunni la ragione per cui il valore artistico che i circoli accademici assegnano alla narrativa giallo-poliziesca non sia considerato ancora allo stesso livello di quello che essi assegnano ai generi letterari della narrativa classica. Ricordò, al riguardo, che in questo genere di letteratura rientrano, per esempio, le tragedie di autori come Shakespeare, Corneille e Racine, le commedie di Aristofane, Plauto, Terenzio, Jean Baptiste Poquelin, alias Molière, Goldoni, i romanzi storici, come Guerra e Pace di Lev Tolstoj, Memorie di un italiano di Ippolito Nievo, Débâcle di Emile Zola e gli stessi Promessi Sposi.
“Le opere di questi scrittori classici sono entrate da secoli in quella specie di enciclopedia virtuale che noi a scuola chiamiamo canone e che annovera opere che sono considerate immortali, perché ne sono stati tratti, e se ne possono ancora trarre, insegnamenti che, si ritiene, possano rendere l’umanità del futuro migliore di quella del passato. Così, i libri che vi sono inclusi vengono chiamati canonici perché orientano le persone a studiare quelle opere letterarie come se fossero vere e proprie leggi, allo stesso modo in cui i bianchi fari svettanti sulle scogliere delle coste d’ogni nazione un tempo orientavano di notte i marinai nella navigazione pericolosa”.
La docente fece un esempio, al riguardo, citando il più grande poeta tedesco, Wolfgang Goethe, il Dante Alighieri della Germania, autore di tante grandi opere, quali il Faust ed il romanzo dal titolo Le affinità elettive. Con questo appassionante romanzo, il poeta intendeva dimostrare quanto sia difficile liberarsi dall’angoscia che sopravviene nelle persone quando esse vengono chiamate dagli impeti del cuore a fare scelte di vita che contraddicano gli obblighi e gli stili comportamentali imposti dalle convenzioni sociali. Goethe, disse l’insegnante, non aveva scritto quel libro soltanto per i suoi contemporanei, ma per tutti coloro che, in ogni tempo, sarebbero stati chiamati ad assumere comportamenti che la generalità delle persone considera sconvenienti moralmente.
“Voi, ragazzi – aggiunse la professoressa – pensate che Herman Melville, l’autore di Moby Dick, che certamente molti di voi avranno già letto, abbia voluto soltanto attrarre l’interesse dei ragazzi sulle ardimentose avventure nei pericolosi mari del Sud del vendicativo capitano Achab? O non pensate, piuttosto, che egli abbia scritto la sua Balena Bianca per parlare ai suoi lettori adulti dell’eterna lotta che l’uomo d’ogni tempo può essere chiamato a sostenere, senza possibilità alcuna di successo, quando si opponga con velleitario ardimento alla potenza delle forze incontrollate della natura, di quelle forze che già l’Antico Testamento ha descritto nell’immagine mitica del Leviatano, il mostro che tormentò anche il paziente Giobbe, forze che si possono manifestare anche nell’eruzione distruttiva di un vulcano d’un’isola dei mari del Sud, in un’ improvvisa valanga primaverile o nella forza travolgente d’un’inimmaginabile balena bianca?
Pensate, invece – continuò l’insegnante – che gli autori dei romanzi che appartengono ai diversi sottogeneri della letteratura gialla siano soliti proporsi obiettivi come quelli che si sono proposti gli autori dei classici appena citati ?
Quando sarete più grandi, nelle vostre letture del tempo delle ferie, potrete constatare che molti di coloro che si impegnano nella scrittura di romanzi gialli si propongono obiettivi meno ambiziosi di quelli degli autori dei libri classici appena citati; essi cercano, in realtà, di intercettare gli interessi della maggior parte delle persone del loro tempo, particolarmente di coloro che chiedono agli scrittori narrazioni veloci, fluenti, lineari, di situazioni e di storie inventate, espresse in forme linguistiche che siano immediatamente comunicative, che non si avvalgano, cioè, degli espedienti descrittivi o delle figure retoriche che abbiamo già studiato, di cui tanto si servivano gli autori classici, quali, per esempio, la similitudine, tanto amata da Omero, da Virgilio e da Dante, la sineddoche, che permette al grande Cervantes di scrivere che Don Chisciotte impugnò il ferro invece che la spada, o la preterizione, che consente di affermare di non voler dir nulla, mentre si sta dicendo qualcosa.
Gli autori di gialli sanno bene che il loro lettore medio vuole sbrigarsi nel leggere e non compra libri che contengano lunghi periodi, pieni di proposizioni subordinate e di coordinate, come le bellissime pagine della Ricerca del tempo perduto, nelle quali il grande scrittore francese Marcel Proust, quasi riavvolgendo negli occhi le immagini di tanta parte della vita vissuta sulle spiagge della Normandia e sui Pirenei, descrive con particolare nostalgia i giorni trascorsi con l’affascinante Albertine.
Più che dall’ impegnativa lettura del Principe del Machiavelli, o dell’elegante romanzo epistolare del Foscolo Le ultime lettere di Jacopo Ortis, la noia del pendolare che, per lavorare, deve trascorrere quotidianamente una o due ore in treno, potrà essere elusa dalla lettura d’uno dei libri del genere di quelli che Fabio Volo compone con frasi brevi, se non brevissime, il cui significato balza evidente alla prima, pur distratta lettura, anche di chi non vede l’ora che finisca il suo viaggio.
Ma la nostra Agatha Christie – continuò la professoressa – si è elevata ben al di sopra della generalità degli scrittori del genere poliziesco, perché ha superato i limiti stilistici dei gialli più in voga, e si è inserita autorevolmente tra gli autori che hanno lasciato tracce molto vive nella storia della letteratura più vicina a noi, per la genialità delle creazioni narrative e per l’originalità del carattere dei personaggi delle sue opere.
Accostandosi con pari genialità a Sir Arthur Conan Doyle, – il padre putativo di Sherlock Holmes, il più noto fra i detective degli ultimi due secoli, che forse voi ricorderete nel suo quotidiano rapporto di accattivante ironia inglese con l’elegante alter ego, dottor Whatson, cui usa rivolgersi con “Elementary, my dear Watson!! -, Agatha Christie ha creato due personaggi che hanno raggiunto grande notorietà: il primo, monsieur Poirot, vispo personaggio dal busto inamidato e dai nerissimi baffetti arrotondati come volute di capitello jonico, che è stato trasposto sugli schermi da attori famosi, fra i quali il grande Peter Ustinov, regista, drammaturgo, oltre che attore eccellente di colossal holliwoodiani. Forse ancor più originale appare l’altro personaggio, nato dalla fervida fantasia di Agatha Christie, Miss Marple, con il suo vestito di broccato nero, i guanti di pizzo nero ed la cuffia di pizzo nero e i folti capelli bianchi, protagonista di ben dodici romanzi gialli e di tredici racconti.
Il successo editoriale di Agatha Christie ha spinto alcuni ricercatori accademici ad analizzare le trame della gran parte dei suoi libri per scoprire se, all’origine degli intrecci narrativi dei diversi libri dell’autrice, vi siano schemi di base comuni a tutte le sue trame. Si è constatato, così, che quasi tutti i delitti commessi da donne avvengono in residenze di campagna; se una donna viene presentata all’ inizio del romanzo con profili caratteriali negativi, probabilmente sarà lei l’autrice del delitto; se l’omicidio è dovuto a veleno, verosimilmente l’autore sarà una donna; se i personaggi del romanzo si servono di barca o di aereo per il loro spostamenti, è probabile che l’autore del delitto sia un uomo; se una donna si serve di un’auto, altrettanto prevedibilmente l’autore del crimine sarà lei. Come tutti gli autori di gialli, nella gran parte dei suoi racconti Agatha Christie cerca di non far scoprire l’autore del delitto sin dalle prime pagine, ma dissemina quasi casualmente ile tracce lasciate dall’omicida, in modo da dare al lettore la possibilità di far delle ipotesi probabili sulla soluzione dell’enigma; lei consente sempre al lettore di individuare l’autore del delitto non proprio alla fine del racconto, ma con discreto anticipo, quasi per dargli un senso di autocompiacimento per aver saputo azzeccare acutamente la soluzione del giallo”.
Un segnale tritonale del computer fece illuminare di un sorriso il volto di Filippo e di pochi altri compagni della classe virtuale, segnalando che l’unità oraria di letteratura stava per terminare. L’insegnante ne occupò l’ultima parte dicendo agli alunni che avrebbero potuto trarre dalle pagine del registro elettronico il tema di una ricerca, da svolgere ed inviarle on line, su qualcuno dei romanzi o dei racconti gialli di Agatha Christie.
Ma, prima ancora che venisse disattivato il collegamento, un’ alunna pregò la professoressa di autorizzarla a svolgere la ricerca di antologia non sulla scrittrice inglese, ma su Georges Simenon, del quale aveva spesso sentito parlare da suo fratello, studente universitario di lingue, che stava preparando la tesi di laurea proprio su Simenon, autore questo che, secondo lui, aveva scritto molti più libri gialli di Agatha Christie, fra i quali la lunga serie del Commissario Maigret, trasmessa in televisione e interpretata dal vecchio attore Gino Cervi, tanto amato in famiglia per la simpatia che aveva saputo creare nelle vesti di Peppone, il sindaco filocomunista, sempre in lite con l’irruente don Camillo, il parroco che parla con il Crocifisso. La professoressa non potè non accogliere la motivata richiesta della ragazzina.
Filippo spense il televisore, aderendo con piacere alla consegna di allontanarsi dagli schermi per almeno 10 minuti fra due successive ore di lezione, assecondando quella norma, nata per il mondo del lavoro, che ha riconosciuto il diritto alla disconnessione; e Filippo approfittò di quel diritto per bere in cucina un succo d’arancia, mangiare una manciata abbondante di corn-flakes e togliersi i pantaloni del pigiamino, per poi rilassarsi con la sua playstation, in attesa che la professoressa di matematica iniziasse su Skype la sua lezione di geometria.
Assumendo il tono distensivo che esige la didattica a distanza al tempo del Covid-19, l’insegnante di matematica salutò con un largo ed accattivante sorriso i suoi alunni, guardandosi bene dall’avviare subito la lezione con l’impegnativa spiegazione di qualche nuovo teorema sui poligoni regolari.
Forse riandando con la mente agli indimenticabili studi universitari di logica, cercò di ravvivare con gradualità l’attenzione generale parlando ai suoi alunni d’uno dei tanti enigmi che filosofi e matematici dell’antichità classica concepivano come paradossi, cioè come espressioni contrarie al senso comune, e che proponevano agli apprendisti filosofi per impegnarne le menti giovanili. E cominciò così.
“Epimenide, filosofo e matematico, cittadino di Cnosso, famoso centro urbano dell’isola di Creta, dove, credo che lo ricorderete, il re Minosse aveva fatto erigere dal geniale architetto Dedalo ed dallo sfortunato figlio Icaro il Labirinto, per rinchiudervi il Minotauro, nel VI secolo avanti Cristo, scrisse sulla lavagna di terracotta della sua scuola la frase seguente: Tutti i cretesi sono bugiardi. Il filosofo cretese chiese, poi, ai suoi allievi se quella frase fosse vera oppure falsa”. Come si fa con il copia e incolla, la professoressa girò quella stessa domanda ai suoi alunni.
Dopo alcuni minuti di riflessione, il più vivace di loro avanzò una sua coraggiosa congettura: rispose che quella frase non poteva essere vera perché era stata scritta sulla lavagna da una persona, cioè da Epimenide, che viveva a Creta e che, proprio perché cretese, poteva dire soltanto bugie. Quindi, concluse coraggiosamente l’alunno compiacendosi con un sorriso per la sua evidente arguzia, che quel che era scritto sulla lavagna era falso.
Il sorriso del geniale studentino si spense, però, quando la professoressa, conservando la pacatezza dei suoi tratti abituali, fece notare al suo bravo interlocutore, come anche a tutta la classe, che non si poteva mettere in dubbio che l’espressione scritta sulla lavagna dal filosofo Epimenide fosse una proposizione concreta, cioè reale, e che non poteva, perciò, essere considerata falsa: tutti gli allievi ne avevano potuto controllare la realtà con i loro occhi.
Dal televisore di Filippo si sentì un brusio, una specie di diffuso rumore di fondo, che faceva trasparire chiaramente il disorientamento generato, nei componenti della classe virtuale, dall’affermazione dell’insegnante. “Ma, professoressa! – intervenne finalmente una delle 13 alunne presenti sul video -, come possiamo dire che quella frase di Epimenide fosse vera, quando sappiamo che chi che l’aveva scritta era un bugiardo, per il fatto d’essere nato a Creta?”.
Poi, preoccupata d’aver contraddetto l’amata insegnante, le chiese se fosse possibile che una frase scritta sulla lavagna fosse, nello stesso tempo, vera e falsa.
La professoressa abbozzò un sorriso, quindi tranquillizzò il suoi disorientati alunni dicendo loro che lo scopo dei paradossi era proprio quello di creare dissonanze logiche, cioè, imbarazzo mentale negli studenti di oggi, come nei discepoli dei filosofi d’ogni tempo. “Quel paradosso – aggiunse – è una delle formule con la quale i filosofi dimostrano che nessun linguaggio simbolico umano è perfetto. In ogni lingua si trova sempre qualche proposizione che può sembrare, nello stesso tempo, vera o falsa.
Il vostro compagno ha pienamente ragione quando dice che la frase sulla lavagna di Epimenide è falsa perché Epimenide non può dire il vero, perché è di Creta.
Ma è altrettanto logico affermare che quella stessa frase è vera, perché è uno scritto reale, impresso con il gesso sulla lavagna, che voi vedete e potete anche toccare, oggi in modo soltanto virtuale, per via del Covid-19.
Il problema che vi ho proposto, che è conosciuto anche come il paradosso del bugiardo – affermò l’insegnante avviandosi alla conclusione -, si risolverebbe se ammettessimo che a Creta, insieme con Epimenide, fosse esistita almeno una persona che non fosse bugiarda. Ma neppure questa ipotesi ci tranquillizzerebbe perché dimostrerebbe che quella medesima frase conterrebbe una dichiarazione non vera, cioè, che tutti i Cretesi sono falsi. E il problema continuerebbe.
E’ comunque vero che il problema non sarebbe sorto se Epimenide fosse vissuto in Egitto qualche millennio prima, cioè al tempo in cui nelle scuole intorno al Nilo ci si esprimeva con i geroglifici, non con il linguaggio alfabetico.
Voi sapete, infatti, che quella dei geroglifici è una scrittura ideografica, cioè non fatta di parole, ma di ideogrammi, ognuno dei quali, in sostanza, è il disegno stilizzato dell’oggetto che vuole indicare.
Dovete tener presente che il nostro linguaggio verbale è fatto di simboli, cioè di vocali, di consonanti e di sillabe che noi mettiamo insieme per indicare qualche cosa o qualche idea, ma, come dicono i filosofi del linguaggio, il significato che ha un simbolo è una pura invenzione, un atto creativo, stabilito arbitrariamente dai componenti di una comunità di parlanti. Capirete perciò – aggiunse la professoressa – che nessuna persona, nessuna popolazione può imporre ad altra persona, o a una popolazione diversa, quale significato debba avere quel simbolo.
Non è arbitrario, invece, il simbolo della mela perchè, nel linguaggio geroglifico degli Egiziani, rappresentava qualcosa paragonabile alla fotografia della stessa mela colta realmente dall’albero. Mai e poi mai Epimenide avrebbe potuto disegnare sulla lavagna della sua scuola di Cnosso un geroglifico che esprimesse il paradosso del bugiardo, che resterà sempre la prova dei limiti insuperabili del linguaggio alfabetico.
“Ora che vi siete quasi rilassati – disse sempre sorridendo l’insegnante di matematica -, passiamo alla nostra cara geometria”.
Sullo schermo apparve la lavagna interattiva, sulla quale era stato tracciato un triangolo equilatero; accanto al triangolo si leggeva la cifra 34,7 decimetri, che indicava l’altezza del triangolo. Agli studenti si chiedeva di calcolare il perimetro e l’area del triangolo.
Le immagini che si potevano vedere nei riquadri e nei cerchietti del televisore di Filippo mostravano volti che denotavano incipiente perplessità, penne a sfera che accarezzavano lentamente labbra che esprimevano inquietudine, occhi vaganti verso l’alto dell’aula alla ricerca di qualche illuminante idea deduttiva, mani conserte, come fossero di persone in silenziosa preghiera rivolta verso le nebbie dei due gioghi del monte Parnaso, alla ricerca ispiratrice di Urania, la Musa della matematica.
Immaginando di passare fra i banchi della sua classe virtuale, la professoressa di matematica intuiva le ragioni del silenzio dei suoi alunni. Il cordiale rapporto di fiducia che aveva instaurato già dall’anno scolastico precedente con loro le faceva ritenere che non stessero cercando soccorso ai loro smartphone per la soluzione del problema proposto, e che non stessero chiedendo ai genitori nessun, peraltro improbabile, suggerimento.
Filippo fissava il suo smartphone, forse pensando alla possibilità di etero-soccorso offerto da qualche generoso motore di ricerca.
“Se l’unico dato dell’altezza del triangolo equilatero, il numero 34,7, non vi sembrerà sufficiente per trovare perimetro ed area – avvertì la professoressa – potrete tentare di immaginare se il triangolo equilatero che vedete sullo schermo, con rotazioni o con accostamenti potrà generare, o richiamare, qualche altra figura geometrica piana, nella quale l’altezza del triangolo equilatero, che voi conoscete, potrebbe esservi utile per ricavare qualche sua altra dimensione, senza la quale non potrete risolvere il problema.
Non è la prima volta – aggiunse la professoressa – che noi abbiamo usato in classe questo metodo di soluzione dei problemi di geometria. Del resto, nella scuola secondaria di primo grado, lo studio della geometria, come quello dell’aritmetica, non viene proposto agli alunni per farne dei geometri o degli ingegneri, ma, essenzialmente, per abituarli a ragionare, cioè a raggiungere una conclusione logica, partendo da alcuni dati certi. Ora, vi assicuro che il problema che vi ho assegnato può essere risolto con una certa facilità da chi abbia studiato le leggi di geometria di cui ci siamo già occupati; altrimenti non ve lo avrei dato; quindi, conoscendo la sola altezza di un triangolo equilatero, non è impossibile trovarne il perimetro e l’area.
Adesso vi indirizzerò su d’una delle strade che si possono percorrere per risolvere il problema.
Se qualcuno di voi si rivolgerà al generosissimo Google, vedrà che più d’una delle sue pagine suggerisce la formula che permette di trovare il lato di un triangolo equilatero partendo dall’altezza. La formula dice che basta moltiplicare per 2 l’altezza del triangolo (nel nostro caso, 34,7 per 2 darà 69,4); si dovrà, poi, dividere il prodotto così ottenuto, cioè 69,4, per la radice quadrata di 3. La calcolatrice del vostro smartphone vi dirà che la radice quadrata di 3 corrisponde al numero 1,73205; troverete così che il lato del triangolo equilatero sarà pari a dm 40,12. Una volta conosciuto il lato, sarà facile ottenere il perimetro e l’area.
Ma questo procedimento non è quello che vi consiglio, perché la sua applicazione richiede la conoscenza di cose un po’ complicate: bisognerebbe che vi spiegassi il perché della chiamata in causa della Ѵ3, ora vi posso solo anticipare che vi è interessato il teorema di Pitagora.
C’è, però, una via più semplice per voi ragazzi. Vediamo se riusciamo ad individuarla.
Voi sapete che la somma degli angoli interni di un triangolo, in geometria piana, è di 180 gradi. Sapete pure che nel triangolo equilatero non sono uguali soltanto i lati, ma anche gli angoli, ognuno dei quali, quindi, è di 60° gradi. Questa misura di 60° dovrebbe indurre qualcuno di voi a ricordare che un angolo di 60° è la sesta parte dell’angolo giro e che, quindi, il triangolo equilatero potrebbe richiamare l’idea dell’esagono regolare, unendo sei triangoli equilateri per uno dei loro tre vertici.
Ora, osservandolo con un po’ d’attenzione l’esagono così composto, vi accorgerete che l’altezza del nostro triangolo equilatero è diventata l’apotema dell’esagono, dalla quale potrete facilmente risalire alla lunghezza del lato dell’esagono stesso; basterà soltanto dividere l’apotema, pari a dm. 34,7, per il numero fisso dell’esagono 0,866, che noi conosciamo molto bene sin dallo scorso anno.
Avrete così ottenuto la dimensione del lato dell’esagono, che è anche il lato del triangolo equilatero, pari a dm. 40,12, che voi state cercando.
Vi sarà facile, infine, trovare il perimetro e l’area del triangolo equilatero, che mi invierete, come sempre, on line, entro giovedì prossimo.
Ora, vi prego di dirmi se avete qualcosa da chiedermi prima di chiudere il collegamento”.
Dal cerchietto vicino al vertice destro del video la voce di una studentessa riferì alla cortese professoressa che le era rimasto nella mente il numero 1729, citato all’inizio della lezione, ma che lei non sapeva proprio cosa rappresentasse.
Evidentemente compiaciuta per l’apprezzabile curiosità della sua alunna, l’insegnante spiegò il significato del numero 1729 con la giovialità discorsiva con la quale, nelle sere fredde e scure la nonnina del tempo in cui Berta filava rispondeva ai tanti perché dei nipotini, seduti intorno al caminetto acceso, o meglio, in cerchio intorno al braciere.
“In un lettino d’uno degli ospedali della Londra degli anni ’20 del secolo scorso, lottava contro una resistentissima infezione, contratta sulle rive del grigio Tamigi, Srnivasa Ramanujan, un matematico indiano che l’altro grande matematico inglese, Sir Godfrey Harold Hardy, aveva chiamato presso il King College di Cambridge perché potesse farvi maturare il suo più che eccezionale talento per i numeri, che egli non aveva potuto affatto mettere a frutto in patria, per le condizioni di estrema indigenza in cui la sua famiglia viveva.
Il prof. Hardy andò a trovare il suo giovane amico matematico in ospedale una mattina del marzo del 1920.
Al primo, affettuoso saluto dell’illustre cattedratico seguì un imbarazzante silenzio, per rompere il quale il debilitato Ramanujan cercò di sollecitare il suo composto mentore con una frase piuttosto banale: Che mi dici di nuovo, caro Godfrey?. Non saprei proprio… – rispose il prof. Hardy – l’unica cosa che posso dirti è che son venuto qui con un taxi, del quale ricordo soltanto il numero, il 1729, un numero… insignificante!”. Come fosse stato inaspettatamente sorpreso dalle parole del baronetto inglese, il febbricitante Ramanujan sobbalzò nel letto, esprimendo la sua meraviglia con queste parole: Ma che dici Godfrey ! Dimentichi che il 1729 è il più piccolo dei numeri che si possono ottenere, alternativamente, con la somma di due numeri elevati al cubo ? “.
Perché non restassero dubbi nella vivace mente della studentessa ed in quelle dei suoi compagni, la professoressa ripeté la spiegazione dell’algoritmo intuito da Ramanujan: “Se si elevano al cubo i due numeri 9 e 10, si otterranno i numeri 729 e 1000, la cui somma dà il nostro 1729; la stessa cifra darà la somma del cubo dei numeri 1 e 12, pari a 1 e 1728”.
Il segnale tritonale del televisore di Filippo segnò la fine dell’unità didattica di geometria e la professoressa salutò con un sorriso la sua altrettanto sorridente classe virtuale.
Dopo i dieci minuti canonici di pausa, grazie a Skype, il computer di Filippo si rianimò con il volti ancora vivaci dei 25 studenti della sua classe virtuale.
Era il tempo dell’ora di geo-storia, che il professore aveva pensato di dedicare ad una sorta di sintesi, a grandissime linee, della storia universale; pensava che l’interesse per la grande storia avrebbe potuto sollecitare l’interesse e l’attenzione, che la didattica a distanza talvolta può fare affievolire, specialmente nei preadolescenti.
“Ho avuto modo di dirvi in qualche altra lezione – esordì il professore – che l’universo è nato 13 miliardi e 500 milioni di anni fa.
L’idea che l’universo sia nato 13 miliardi e 5 milioni di anni fa potrà non restarvi stabilmente impressa nella mente, perché lo studio della storia ci ha abituati a familiarizzare con periodi di tempo molto, molto più brevi di quelli scanditi in milioni o miliardi di anni. Le date che leggiamo sulle pagine dei libri di storia, infatti, non risalgono ad avvenimenti di molti millenni anteriori all’era cristiana, le cui vivende ci appaiono relativamente vicine alle nostre esperienze quotidiane. Noi, infatti, non ci sentiamo troppo lontani dai tempi della Roma repubblicana e da quelli della Grecia di Solone e di Pericle, né avvertiamo troppa distanza dalle più antiche civiltà dei Faraoni o da quelle fiorite nel Vicino e nel Medio Oriente, che ci hanno dato le prime forme di scrittura.
In quei contesti, siamo ancora nel tempo della storia, nel tempo, cioè, nel quale l’uomo ha aggiunto alle sue abilità anche la scrittura. Siamo abituati, quindi, a riflettere su fatti storici andando indietro per pochi millenni – continuò il professore . Pensate quali difficoltà la vostra mente incontrerebbe se dovesse risalire la storia, anzi, la preistoria, per milioni di anni o addirittura per miliardi di anni.
Occhi come i nostri, se venissero rivolti a quelle antichissime ere, potrebbero generare nella nostra mente sensazioni simili a quelle che la persona d’un paesino adagiato sulla costa dell’ultima provincia italiana proverebbe se guardasse le grandi strade newyorkesi dall’alto dell’86° piano del Building Empire State o, meglio ancora, se osservasse il vastissimo ed indecifrabile paesaggio che gli si aprirebbe dalla quota di crociera di un Jumbo Jet. Dall’attico del sesto piano della vostra abitazione cittadina, potreste stimare in metri, con buona approssimazione, l’altezza del vostro appartamento, ma non riuscireste certo a stimare a vista, in metri né in decametri, l’altezza dell’86° piano del famoso grattacielo newyorkese. Quando le distanze, tanto quelle di tempo quanto quelle di luogo, sono molto grandi, si può perdere il senso della realtà, e ci si può sentire in una sorta di spazio infinito, come quello che avvertì Giacomo Leopardi nell’Infinito, scrivendo: In questa immensità si annega il pensier mio.
Vi sto parlando così, proseguì il professore, affinché voi possiate trovare il modo di fissar bene nella mente, associandola a qualche altra vostra idea stabile, la data che gli scienziati hanno chiamato Big Bang, il grande scoppio, cioè il momento che ha visto il sorgere della materia e dell’energia, da cui tutto è nato”.
A quel punto, il professore di geo-storia, lasciò la cattedra al collega di tecnologia, con il quale gestiva l’ora di lezione in compresenza.
Il nuovo docente proseguì la lezione senza far avvertire alcuna interruzione nella narrazione e con il medesimo tono da caminetto usato dal collega.
“Proprio 13 miliardi e mezzo di anni fa – raccontò il professore – sono, quindi, emersi, non si sa se dal nulla o da qualcos’altro, gli elementi che hanno impegnato i professori di fisica delle scuole e delle università d’ogni tempo e luogo, a cominciare dai filosofi pre-socratici, che hanno preceduto il tempo del padre di tutti i filosofi, sino al Nobel per la fisica Peter Higgs – lo scopritore del bosone che ha generato la materia dell’universo -, passando per Galileo Galilei, Isaac Newton, Ernst Rutherford, Albert Einstein, Niels Bohr, Werner Heisemberg, Enrico Fermi e Carlo Rubbia e la geniale Fabiola Gianotti, che oggi dirige le migliaia di fisici, di ingegneri e di scienziati che operano presso il grande acceleratore di particelle subatomiche sotterraneo di 27 Km di diametro che ha sede a Ginevra”.
Il piccolo altoparlante del computer di Filippo ripeté una serie di bip-bip per segnalare all’insegnante che un alunno della classe aveva chiesto di intervenire; ricevutane l’autorizzazione, il ragazzo chiese al docente in quali modi i fisici siano potuti riuscire a provare che il Big Bang sia avvenuto alla inimmaginabile distanza di 13 miliardi e 500 milioni di anni fa (Dopo la lezione, lo studente avrebbe confessato al compagno di classe e di giochi on line, Filippo, che quella domanda gli era stata suggerita dal papà, il quale stava ascoltando da un angolino del tinello domestico, ben defilato rispetto alla telecamera del computer del figlio, fatto, questo, molto poco apprezzabile perché la presenza non autorizzata dei genitori nell’aula, anche se virtuale, viola la privacy degli alunni e quella del docente).
Piacque molto la domanda al professore perché gli permise di dare alla sua lezione il tono discorsivo che si adatta molto bene allo stile con cui gli alunni d’una classe virtuale riescono a trarre profitto dalle lezioni a distanza, durante le quali il controllo visivo dell’ insegnante non può avere l’efficacia che ha nell’aula reale.
Col tono persuasivo proprio di Piero Angela, il professore fece una premessa, che dichiarò necessaria, parlando del termine serendipity, che il vocabolario inglese-italiano traduce come “serendipità” e che indica la graditissima fortuna del ricercatore che, quasi per caso, fa una scoperta molto importante.
“La storia della scienza – esordì il professore – conosce molti di questi casi di ricerche fortunate, fra le quali, una delle più note è certamente quella che ha portato alla scoperta della penicillina; scoperta, questa, che dobbiamo alla fortunata distrazione del batteriologo Fleming il quale, andando in vacanza nel 1928, aveva lasciato incustodito sul balcone del laboratorio un vasetto di vetro con una coltura di batteri, esattamente di stafilococchi, batteri che possono generare malattie anche gravi. Fleming si proponeva di condurre un esame sugli stafilococchi non appena fosse rientrato nel laboratorio. Tornato dalla vacanza, notò con grande sorpresa che nel vasetto non c’era più traccia alcuna di stafilococchi, in compenso vi era un fungo, che probabilmente era stato il responsabile, famelico divoratore di quei batteri patogeni. Il fungo che aveva compiuto la strage degli stafilococchi era la penicillina, che avrebbe permesso di curare tante malattie e che fruttò l’ assegnazione del Nobel al prof. Fleming”.
Aggiunse, però, il professore, che il caso più eclatante di serendipity restava la scoperta dell’America, che Colombo fece il 12 ottobre del 1492 mentre cercava di raggiungere la Cina, convinto com’era che la sfera terrestre avesse una dimensione ben più piccola di quella che era riuscito a calcolare il matematico greco Eratostene 200 anni prima di Cristo, verificando le ombre degli gnomoni delle meridiane solari di Alessandria d’Egitto e di Assuan. “Lo gnomone – precisò il docente – è l’asta collocata al centro della meridiana, la cui ombra, proiettata dal sole, scandisce le ore del giorno”. Il professore si preoccupò anche di completare l’interessante informazione aggiungendo che “la parola serendipity deriva dall’antico nome dell’Isola di Ceylon, oggi Sry-Lanka, che si trova immediatamente a sud dell’India. Fra le leggende delle popolazioni vi è quella che ricorda, di generazione in generazione, che i figli di un antico re dell’isola, nel corso dei loro viaggi, scoprirono, del tutto per caso, molte cose utili ed importanti che non stavano affatto cercando, come piante, animali e pietre preziose”.
La conclusione della leggenda indiana consentì al professore di entrar nel vivo della spiegazione richiesta dal suo curioso alunno, che voleva sapere come mai si fosse riusciti ad essere certi che il Big Bang sia effettivamente avvenuto oltre 13 miliardi di anni fa.
L’insegnante parlò di due ingegneri americani, Arno Penzias e Robert Wilson, dipendenti della Bell Telephon, società telefonica del New Jersey.
“Nel 1963, i due ingegneri erano impegnatissimi in ricerche che avevano avviato già molto tempo prima per eliminare un sordo rumore di fondo che disturbava le trasmissioni telefoniche fra l’Europa e gli Stati Uniti. Pensarono, come ultima ipotesi, che il noioso disturbo provenisse dagli escrementi che gli uccelli marini lasciavano sulle grandi antenne telefoniche costruite sulla riva orientale dell’America del nord. Fatta un’opera di accuratissima bonifica delle antenne, i due ingegneri si accorsero che, nonostante le antenne luccicassero per la pulizia ricevuta, il vecchio rumore di fondo era sempre presente, come il peccato di Adamo ed Eva sull’incolpevole coscienza dell’uomo di ieri e di oggi.
Ipotizzarono, infine, che quei fastidiosi inconvenienti potessero provenire da zone molto distanti dalle antenne. Cercarono di individuarne l’origine, puntando i radio-telescopi della Società Bell Telephon in diverse direzioni e scandagliandole per 360 gradi.
Nulla da fare: la radiazione che, con il suo rumore di fondo disturbava le telefonate trans-oceaniche, restava costante, pur nella stessa tenuissima intensità, qualunque fosse la direzione del cielo scandagliata dai radiotelescopi.
Si lambiccarono il cervello per molto tempo i due ingegneri, sino a quando non ebbero la fortuna di parlare del loro problema con due fisici dell’Università americana di Princeton, dove, peraltro, aveva insegnato Einstein; costoro stavano conducendo ricerche per trovare delle prove sperimentali sulla fondatezza della teoria del Big Bang.
Le verifiche fatte dai due fisici e da Penzias e Wilson portarono alla conclusione che il fastidioso rumore che veniva captato dalle antenne telefoniche era un effetto residuo del Big Bang, cioè del grande scoppio che ha dato origine all’universo in cui viviamo.
Mi piacerebbe spiegarvi più in dettaglio il senso di quella eccezionale scoperta scientifica – affermò il professore -, ma non credo che ne avrò il tempo, anzi, penso che vi chiederei troppo, abusando della vostra pazienza.
Ora, perché la conclusione di Penzias e Wilson vi sia chiara, vi posso soltanto dire che il Big Bang non ha generato soltanto le particelle che hanno massa, quali sono gli elementi (i quarck) che si sono aggregati fra di loro, formando protoni, neutroni, elettroni e poi gli atomi, le stelle e le galassie, ma ha prodotto anche energia, fatta di particelle senza massa, i fotoni, che si irradiarono nello spazio, in forma di onde elettromagnetiche alla velocità della luce, pari a quasi 300.000 km al secondo. Una velocità enorme, che è la massima velocità che si può raggiungere nell’universo”.
Continuando, il professore disse che i fotoni non riuscirono ad espandersi nell’immensità dello spazio subito dopo il Big Bang; glielo impedì la compattezza della grande quantità di particelle dotate di massa, la cui energia di espansione era frenata dall’enorme forza di gravità che aveva il centro dell’universo alla sua origine.
“Son dovuti trascorrere 380.000 anni dal Big Bang perché l’energia di espansione degli elementi primordiali prevalesse sulla forza di gravità del centro del grande scoppio; solo allora i protoni, gli elettroni ed i neutroni cominciarono ad espandersi in tutte le direzioni dello spazio, consentendo ai fotoni di propagarsi anche loro nell’universo in tutte le direzioni a 300.000 Km al secondo, sotto forma di onde elettromagnetiche.
All’inizio della loro avventura, cioè, 380.00 anni dopo il Big Bang, la temperatura delle onde elettromagnetiche dei fotoni era altissima, dell’ordine di milioni di gradi.
Man mano che queste onde elettromagnetiche si propagavano, la temperatura si abbassava e la loro energia si affievoliva.
Ora, dovete sapere che i professori di fisica hanno formulato delle teorie, perfettamente verificate nella loro esattezza, che permettono di stabilire con la massima precisione quanto tempo è necessario perché l’onda elettromagnetica passi da una determinata temperatura ad una più bassa e, correlativamente, da una determinata frequenza ad una frequenza più bassa, cioè meno energetica. Il che è come dire che il fisico può calcolare con esattezza quanto tempo è trascorso dal momento in cui si è originata un’onda elettromagnetica nel momento in cui l’onda stessa sia stata captata da un’antenna.
Molto, molto approssimativamente vi sto dicendo che in questo modo Penzias e Wilson, in sieme con i fisici di Princeton, hanno potuto accertare che il fastidioso rumore captato dalle antenne della Bell Telephon era proprio causato dalle onde elettromagnetiche che poco più di 13 miliardi di anni fa si sono liberate dalla stretta e soffocante coltre di particelle di materia esplosa dal Big Bang.
Lo hanno potuto stabilire con certezza gli scienziati dopo aver verificato che il rumore di fondo, percepito dalle antenne telefoniche della costa orientale dell’Atlantico, era causato dalle onde elettromagnetiche provenienti quasi uniformemente da tutte le direzioni del cielo; la frequenza di queste onde era divenuta tanto bassa da corrispondere alla temperatura quasi vicina allo zero assoluto.
Vi dirò di più: il cosiddetto zero assoluto è una temperatura teorica, cioè rivelata da complesse equazioni dei matematici, che ne hanno fissato la cifra in 273,15 gradi sotto lo zero della nostra scala Celsius, che è il sistema di misurazione della temperatura usata nei nostri comuni termometri. Poichè è una temperatura meramente teorica, quella dello zero assoluto non potrà mai essere raggiunta nella realtà. A noi basterà sapere che, alla temperatura molto, molto vicina allo zero assoluto, gli atomi e le molecole sarebbero quasi completamente fermi, cioè praticamente senza energia.
La temperatura delle onde elettromagnetiche delle antenne, rilevata da Penzias e Wilson, corrispondeva a quella di – 273° Celsius. Ecco perché il rumore che quelle onde provocavano sugli impianti telefonici della società americana Bell era molto basso, molto più grave e cupo del suono che produce il primo degli 88 tasti d’un buon pianoforte a coda.
Se fosse ancora nel suo osservatorio astronomico di Trieste, Margherita Hack, l’amica delle stelle – questo è il titolo di un suo fortunato libro -, continuò il professore, la pregheremmo di spiegarci come lei ed i suoi colleghi astrofisici siano riusciti a calcolare in 13 miliardi di anni, o poco più, il tempo che hanno impiegato le onde elettromagnetiche, generate dallo scoppio del Big Bang, per giungere debolmente sino a noi, tanto debolmente da emettere soltanto un tenue e sordo rumore di fondo sulle antenne telefoniche di Arno Penzias e di Robert Wilson, i quali, sono stati premiati con il Premio Nobel per la fisica nel 1978.
Margherita Hack ci direbbe che quel rumore è l’impronta lasciata dal grande scoppio che ha dato origine all’universo; i fisici lo chiamano radiazione cosmica di fondo, ed è la seconda prova che convalida l’esattezza della teoria del Bing Bang; la prima prova, concluse il professore, la dobbiamo al genio di Edwin Hubble, il grande astronomo che, osservando per notti insonni, con il grande telescopio del Monte Wilson, il cielo stellato della California, intuì che le galassie stellari non sono ferme nel cielo, come si era creduto per tanti secoli, ma si allontanano fra di loro, allo stesso modo in cui si allontanano dal centro del palloncino colorato le stelline che vi sono dipinte, quando il bambino vi soffia per gonfiarlo.
La luminosità delle galassie si indebolisce con il passar dei mesi, passando dal violetto verso il rosso, allo stesso modo in cui si allontana, e si indebolisce, il suono bitonale della sirena dei vigili del fuoco che sfreccia davanti all’osservatore.
Se le stelle si stanno allontanando con velocità enormi le une dalle altre, vuol dire che l’universo si sta espandendo sempre di più”.
Prestando la sua voce al grande astronomo che aveva citato, il professore formulò l’ultimo corollario di quella affascinante teoria astrofisica: “Se le galassie stellari si stanno allontanando fra di loro, evidentemente ci sarà stato un momento in cui questo movimento verso l’esterno avrà avuto inizio. E l’inizio poteva essere soltanto il Big Bang.
Cari ragazzi – concluse il professore – vi chiedo scusa se vi ho fatto stancare e vi chiedo anche scusa se, invece di parlare, come vi avevo promesso, di storia universale, mi son fatto trascinare dal fascino della teoria dell’origine dell’universo.
Da tre millenni l’uomo cerca di conoscere l’origine del mondo e, quando mancavano ancora i telescopi e i calcolatori, ha cercato di riuscirci con la sola sua immaginazione, così come ha fatto Esiodo, il poeta greco del tempo della guerra di Troia, che nel poema “Teogonia” ha creato con il suo genio il mito della creazione del mondo, associandolo a quelli della nascita degli dei dell’Olimpo. Noi invece, ci siamo riusciti con la passione ed il genio degli astrofisici”.
La conclusione della prima parte della coinvolgente lezione venne affidata al professore di geo-storia, il quale, ritornato in cattedra, propose agli alunni, ormai stanchi, di rinviare al giovedì successivo il completamento della seconda parte della lezione.
“Faremo un salto abbastanza lungo, lungo – assicurò il docente -, per l’esattezza sarà di 9 miliardi di anni, e parleremo della formazione del nostro pianeta Terra, che è avvenuta 4 miliardi e mezzo di anni fa. Nella stessa tele-lezione tratteremo brevemente dell’inizio della biologia, cioè del tempo in cui sono apparsi gli organismi viventi sulla terra, che risale a 3 miliardi ed ottocento mila anni or sono.
Poi lasceremo le distanze calcolate in miliardi di anni e cominceremo a parlare di quel che è avvenuto soltanto 2 milioni e mezzo di anni fa, cioè, del tempo in cui l’evoluzione biologica ha visto l’uomo percorrere gli spazi dell’Africa centrale.
Pensate che l’evoluzione dell’uomo è stata tanto lenta che ha impiegato 2 milioni e trecentomila anni per poter generare l’Homo sapiens, la specie alla quale apparteniamo; quel tempo dista soltanto 200 mila anni da noi.
Non è meraviglioso sapere queste cose?”.

