• domenica , 18 agosto 2019

Ragazzi, non siete speciali!

a cura di Enrica Bienna

Ragazzi, non siete speciali! E altre verità che non sappiamo dire ai nostri figli. Di David Mc Cullough, Jr. – Garzanti 2014 – pagg.242

Alla ricerca di letture stimolanti, vivacizzanti, energizzanti, da proporre ai ragazzi in fase di ripresa  scolastica, ha  attirato la mia attenzione il titolo :”Ragazzi, non siete speciali!” da pochissimi giorni apparso in libreria, che prometteva una ventata rivoluzionaria, o meglio una sferzata di antiretorica,  capace di scuotere le sonnecchianti  relazioni tra ragazzi e adulti dopo il letargo estivo e di riaprire e ravvivare un dibattito un po’ spento sulla scuola (che però in questi giorni il documento “La buona scuola” dovrebbe avere riacceso…).

In realtà, quel “Ragazzi non siete speciali”  esprime la sua dirompenza se colto  nel contesto sociale e scolastico particolare a cui è  rivolto: quello dei migliori licei frequentati dai figli appartenenti alle classi elevate della società americana, scuole d’élite il cui scopo e la cui funzione, come denuncia l’autore, si riducono essenzialmente  a  garantire l’accesso  alle più prestigiose università del Paese a giovani programmati, fin dalla nascita, verso il successo, scolastico prima, economico e sociale di conseguenza. A scapito della libertà, della cultura, della creatività personali, della felicità.

Un colpo duro quindi ai miti  e ai riti della  upper class  americana.

L’autore, DavidMc Cullough, professore di letteratura presso la Wellesey High School , è improvvisamente diventato famoso, complice You Tube, per il discorso di commiato tenuto alla cerimonia di consegna dei diplomi nel 2012, discorso che, appassionato e provocatorio nell’esortare i giovani a cercare la propria strada e a rovesciare valori e visioni della vita accettati in modo passivo, ha inaspettatamente determinato adesioni entusiastiche da parte proprio degli studenti accusati di egocentrismo, acquiescenza e conformismo.

“Voi non siete speciali, voi non siete eccezionali” aveva affermato il professore in quel discorso, numeri alla mano, “siete parte di una numerosa schiera di simili, eguali agli altri per formazione e condizione, non siete al centro dell’universo”. “Se tutti sono speciali, non lo è nessuno, se tutti vincono i trofei, i trofei non hanno più significato… Nella competizione tacita ma sottilmente darwiniana che ci mette gli uni contro gli altri, noi americani siamo arrivati ad apprezzare più i riconoscimenti dei risultati, danneggiando inconsciamente noi stessi. Siamo arrivati a considerarli il fine, l’obiettivo…” e ancora, in questa corsa esclusiva al successo, al trofeo da esibire, alla scalata sociale, “non conta più come giocate, e neppure se perdete o vincete, se imparate o se crescete, e neanche se vi divertite. L’unico ragionamento è: che me ne viene in tasca?”.
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