Ragazzi, non siete speciali!
a cura di Enrica BiennaRagazzi, non siete speciali! E altre verità che non sappiamo dire ai nostri figli.
Di David Mc Cullough, Jr. – Garzanti 2014 – pagg.242
Alla ricerca di letture stimolanti, vivacizzanti, energizzanti, da proporre ai ragazzi in fase di ripresa scolastica, ha attirato la mia attenzione il titolo :”Ragazzi, non siete speciali!” da pochissimi giorni apparso in libreria, che prometteva una ventata rivoluzionaria, o meglio una sferzata di antiretorica, capace di scuotere le sonnecchianti relazioni tra ragazzi e adulti dopo il letargo estivo e di riaprire e ravvivare un dibattito un po’ spento sulla scuola (che però in questi giorni il documento “La buona scuola” dovrebbe avere riacceso…).
In realtà, quel “Ragazzi non siete speciali” esprime la sua dirompenza se colto nel contesto sociale e scolastico particolare a cui è rivolto: quello dei migliori licei frequentati dai figli appartenenti alle classi elevate della società americana, scuole d’élite il cui scopo e la cui funzione, come denuncia l’autore, si riducono essenzialmente a garantire l’accesso alle più prestigiose università del Paese a giovani programmati, fin dalla nascita, verso il successo, scolastico prima, economico e sociale di conseguenza. A scapito della libertà, della cultura, della creatività personali, della felicità.
Un colpo duro quindi ai miti e ai riti della upper class americana.
L’autore, DavidMc Cullough, professore di letteratura presso la Wellesey High School , è improvvisamente diventato famoso, complice You Tube, per il discorso di commiato tenuto alla cerimonia di consegna dei diplomi nel 2012, discorso che, appassionato e provocatorio nell’esortare i giovani a cercare la propria strada e a rovesciare valori e visioni della vita accettati in modo passivo, ha inaspettatamente determinato adesioni entusiastiche da parte proprio degli studenti accusati di egocentrismo, acquiescenza e conformismo.
“Voi non siete speciali, voi non siete eccezionali” aveva affermato il professore in quel discorso, numeri alla mano, “siete parte di una numerosa schiera di simili, eguali agli altri per formazione e condizione, non siete al centro dell’universo”. “Se tutti sono speciali, non lo è nessuno, se tutti vincono i trofei, i trofei non hanno più significato… Nella competizione tacita ma sottilmente darwiniana che ci mette gli uni contro gli altri, noi americani siamo arrivati ad apprezzare più i riconoscimenti dei risultati, danneggiando inconsciamente noi stessi. Siamo arrivati a considerarli il fine, l’obiettivo…” e ancora, in questa corsa esclusiva al successo, al trofeo da esibire, alla scalata sociale, “non conta più come giocate, e neppure se perdete o vincete, se imparate o se crescete, e neanche se vi divertite. L’unico ragionamento è: che me ne viene in tasca?”.
Da qui l’esortazione appassionata a riconoscere il valore in sé della cultura e dell’apprendimento, a farsi guidare dalla passione e dagli interessi, non piegando ogni risorsa e ogni sforzo a fini meramente utilitaristici, a non accettare un lavoro in cui non si crede, a resistere all’autocompiacimento, al materialismo, all’autoglorificazione. “E leggete…Leggete in continuazione…Leggete per principio, per rispetto verso voi stessi. Leggete per nutrire la vostra mente. …Sognate in grande. Lavorate sodo. Pensate con la vostra testa”…
Infine, l’invito a vivere pienamente la propria vita scoprendo la solidarietà come componente della dimensione umana.” Le più grandi gioie della vita vengono, dunque, solo dalla consapevolezza di non essere speciali. Perché ognuno è speciale.”.
Questi i temi che durante il discorso di consegna dei diplomi avevano emozionato i giovani americani.
Tanto, che al professore è stato richiesto di approfondirli in un libro, che egli dedica appunto ai giovani, suoi privilegiati interlocutori, a cui si rivolge in uno stile discorsivo, accattivante e ammiccante, ricco di esempi, aneddoti, richiami ad esperienze personali, secondo lo stile saggistico divulgativo americano. A volte eccessivamente didascalico, almeno per i nostri gusti. Il fine pedagogico è quello di dare ai giovani gli strumenti per leggere la loro realtà, per governarla, senza esserne schiacciati.
Troveremo dunque nel volume analizzati i diversi contesti che nel loro insieme costruiscono le dimensioni di vita dei ragazzi: la famiglia, la scuola, gli amici, lo sport. Di ognuno vengono svelate regole e codici di comportamento, relazioni e motivazioni, meccanismi sociali e psicologici inconsci, tutto ciò che alla fine li rende tutti rispondenti ad un unico progetto educativo, socialmente condiviso ma subito dai giovani.
Alla fine troveremo comunque la rassicurazione sulle possibilità per ogni ragazzo di scegliere e costruire la propria vita nella libertà, e ancora riflessioni filosofiche e indicazioni di vita.
Al di là del gradimento che il libro potrà avere presso il pubblico dei liceali italiani, credo che dalla sua lettura possano trarre interessanti stimoli alla riflessione gli insegnanti, sia sul piano sociologico che pedagogico.
Diverse le analogie tra i due sistemi scolastici, quello americano e quello italiano, e preoccupante l’insorgere, da noi, di fenomeni che lì si manifestano da tempo: pensiamo al nostro strisciante abbassamento degli standard anche nei percorsi liceali, l’abbassamento delle pretese in obbedienza a pressioni sociali, le valutazioni mistificate, perché subordinate alle richieste di un punteggio che agevoli l’accesso all’università, o la rincorsa ai crediti, ottenuti con partecipazione a esperienze di qualunque genere…Pensiamo ai genitori dei nostri alunni, sempre più pressanti e preoccupati più del voto finale che del percorso formativo dei figli, e ai figli che “con i loro entusiasmi elettronici e gli incoraggiamenti che ricevono dalla cultura imperante sembrano aver rinunciato sia all’immaginazione che alla conoscenza”. Pensiamo ai nostri insegnanti, a quanti si adeguano ad un sistema solo perché non riescono a tenerlo sotto controllo.
Sul piano pedagogico, rendere i ragazzi padroni dei contesti che li formano, consapevoli dei loro lati positivi e dei loro possibili inganni, non può che essere un obiettivo da condividere. Ma c’è un altro motivo per considerare il libro come una risorsa: le belle pagine da far leggere ai ragazzi, ad esempio sull’esperienza dell’amicizia, sul valore della lettura, sulla costruzione dell’identità di genere, o ancora le pagine dedicate a figure di grandi maestri, capaci di generare entusiasmo e piacere della scoperta.
Per i docenti, infine, interessanti i modelli di lezione (ad esempio, sull’uso della storytelling, o sulla lettura di un’opera letteraria) presentati dall’autore in forma narrativo affabulatoria e in un linguaggio lontano dal didattichese , ma rigorosi e stimolanti.

