“Sì alle forme di protesta pacifiche che non limitino il diritto allo studio”
La dirigente dell’Isis Sandro Pertini di Monfalcone, in provincia di Gorizia, Carmela Piraino: “La scuola ha il dovere di formare studenti che siano cittadini responsabili”, dice condividendo il messaggio del ministro della Pubblica Istruzione e del Merito. E chiede al Governo un impegno per gli istituti tecnici e professionali: “Più dignità a questa tipologia di indirizzo e maggiori fondi per l’acquisto di materie prime necessarie per le attività nei laboratori”
di Stefania De Cristofaro
“La scuola ha il dovere di garantire a tutti il diritto allo studio e promuovere il dialogo con i ragazzi, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie. Questo non vuole dire che sono bocciate a priori le proteste da parte degli studenti. Le proteste devono organizzate in maniera responsabile e attenta verso la comunità scolastica e gli altri studenti e devono essere tali da non compromettere il diritto allo studio”. Carmela Piraino, dirigente scolastica dell’Isis Sandro Pertini di Monfalcone, comune in provincia di Goriza, sottolinea l’importanza della triangolazione scuola-studenti-genitori nel percorso di formazione che passa dalla costruzione di percorsi non violenti, prima di commentare i casi di occupazione delle scuole di Roma, lo scorso mese di dicembre.
“Credo che l’occupazione sia l’ultima ratio, nel caso in cui venga gestite in maniera collaborativa e dunque saggia da parte di tutti. Ma, dal mio punto di vista resta la dimostrazione di un fallimento”, dice la preside dell’istituto che conta poco più di 700 studenti, tra indirizzo professionale enogastronomia e ospitalità alberghiera, servizi per la sanità e l’assistenza sociale, manutenzione e assistenza tecnica e turismo.
“Alla scuola come istituzione viene chiesto un impegno costante e quotidiano al confronto. E il confronto è possibile se e solo se, c’è il dialogo che permetta ai ragazzi di essere responsabilizzati. Allo stesso tempo, è fondamentale che la scuola ascolti le richieste che partono dalla popolazione studentesca. Solo in questo modo si riesce a lavorare insieme, sapendo che non è possibile rispondere a tutto con una bacchetta magica. L’obiettivo è costruire assieme percorsi di miglioramento della scuola”, spiega.
“Fatta questa premessa, se si arriva a un’occupazione, con tutti i problemi che conseguono a una gestione incivile, è evidente che qualcosa non è andate per il verso giusto”, sottolinea.
Quanto alle sanzioni comminate agli studenti che hanno preso parte alle occupazioni, la dirigente scolastica ricorda innanzitutto che “tutte le scuole hanno un proprio regolamento”. “Alla luce delle infrazioni consumate dagli studenti, sono previste una serie di conseguenze che possono riguardare anche il voto in condotta, un voto a tutti gli effetti, voto che fa media”, dice. “È importante che si formino cittadini attivi, corretti, propositivi e attenti alla comunità. La scuola è la prima comunità che gli studenti vivono, dopo la famiglia”, aggiunge.
La preside, quindi, lancia un messaggio a tutti gli studenti: “Lavoriamo insieme per costruire un percorso di miglioramento, perché tutto è perfettibile. Se si percepisce l’intenzione di occupare la scuola, allora bisogna capire quali sono le ragioni e avviare un dialogo con la presidenza, i docenti e le famiglie che hanno firmato un patto di corresponsabilità educativa”, dice. “Non dimentichiamo che le famiglie, nel momento in cui iscrivono i figli a scuola, non si liberano di alcuni compiti ma partecipano all’obiettivo comune, ossia la formazione e la preparazione dei ragazzi, in modo da entrare nel mondo del lavoro e proseguire gli studi all’università, con responsabilità, autonomia e senso critico”, prosegue.
“Quando abbiamo deciso di adottare il 5 condotta, non ci sono state proteste da parte dei genitori perché a decisioni così drastiche, che implicano o possono implicare la bocciatura del ragazzo, solitamente, si arriva dopo un escalation. Si tratta di ragazzi incontenibili che, alla luce della collaborazione di cui parlavo prima, abbiamo cercato di captare sin dall’inizio con una serie di provvedimenti coinvolgendo le rispettive famiglie, attraverso rappresentanti dei genitori, oltre che degli studenti.
Ma il ruolo della scuola non è punitivo o repressivo, è costruttivo”.
Il discorso, a questo punto, si amplia per abbracciare il ruolo e, prima ancora, la “fama” degli istituti tecnico professionali: “Non sono considerati, purtroppo, sullo stesso piano delle altre scuole. Ed è un grande errore perché questa tipologia di istituto è una fucine di talenti e professionalità di cui il mondo del lavoro italiano ha un grande bisogno. Vero è che alla base c’è un problema di orientamento che non si riesce a risolvere. Non ho la soluzione, ma è necessario far capire che c’è una dignità nel lavoro che va al di là del dottorato di ricerca”.
Il secondo aspetto da considerare, per la preside, è che gli istituti professionali, devono avere la possibilità di offrire ai ragazzi una frequentazione continua dei laboratori. “Sono i laboratori ad offrire la didattica inclusiva, di sviluppo della creatività e della genialità. Per laboratori intendo sia le officine per manutenzione e assistenza tecnica, che le cucine per gli indirizzi alberghieri, tutti gli ambienti in cui gli studenti realizzano se stessi”, spiega.
“La scuola italiana, grazie a fondi dello Stato e a quelli europei, ha avuto una boccata d’ossigeno molto importante negli ultimi tempi, per cui ci sono laboratori e attrezzature d’avanguardia che vanno tutelati da parte degli studenti e messi in funzione dagli istituiti. Per far questo, gli istituti attingono a un contributo volontario che ormai non è più erogato dalle famiglie le quali, nella maggior parte dei casi, si trovano in condizioni di difficoltà economica. Benché il contributo volontario sia detraibile dalle tasse e non sia di importo rilevante, è chiaro che se è volontario, non è obbligatorio. Una cosa che chiederei, quindi, è che le scuole che vivono parte della loro didattica nei laboratori, abbiano fondi per l’acquisto delle materie prime. Bisogna avere la possibilità di provare e riprovare, di sbagliare un piatto ad esempio, oppure saldare di nuovo una lastra”, sostiene. “I ragazzi vanno coinvolti di più e per farlo occorre fare più ore di lezione nei laboratori, in modo tale da farli innamorare, perché quando ci si innamora di un ambiente, poi lo si tutela. Di conseguenza, per tornare al discorso iniziale, il dialogo è fondamentale e l’occupazione che porta il danneggiamento e la distruzione non va bene. Non è ammissibile”.

